Storie dal Reno, il fiume europeo che che c’era già prima che ci fosse l’Europa, ne “Il fiume infinito” di Mathijs Deen

Il continente europeo possiede diverse anime, a volte naturali, congenite, oggettive, altre volte artificiose e forzate, legate alle vicende delle genti che lo hanno abitato nel corso del tempo. Ma se può esistere un’anima che in qualche modo lo rappresenti meglio di altre, e che condensi in sé molto di ciò che l’Europa è, tanto dal punto di vista geografico quanto politico, potrebbe essere un’anima liquida (anche nel senso Baumaniano del termine, a ben vedere) e sarebbe il fiume Reno.

Non c’è in effetti un altro elemento della realtà europea che più di altri attraversi e definisca l’anima continentale, compendiando dentro la propria corrente e rapprendendo sulle sue rive la storia del continente da quando ancora l’Europa non esisteva e la sua morfologia si confondeva con quella del continente africano, fino alla contemporaneità e ai giorni nostri. Perché «Il Reno c’è sempre stato», lo mette in chiaro da subito Mathijs Deen nel suo “Il fiume infinito. Storie dal regno del Reno” (Iperborea, 2025, pagine 416, traduzione di Chiara Nardo; orig. De grenzelose rivier. Verhalen iut het rijk van de Rijn, 2021): la storia del Reno è cominciata molto prima di quella dell’Europa propriamente detta, ha avuto inizio dalle prime piogge che, dopo la fase di formazione primigenia della Terra (quella tutta vulcani eruttanti e lava a gogò), hanno cominciato a scendere dal cielo, scorrere sulla superficie, iniziare a inciderla, a scavare un solco nel quale l’acqua piovana ha preso a convogliare cambiando spesso direzione sul copro ancora informe e mutevole del pianeta, fino a trovare quella definitiva.

Già, perché non è noto a tutti che il Reno impiegò qualche milione di anni prima di decidere il proprio corso che lo ha reso il fiume più importante e “identitario” dell’Europa occidentale: prima le sue acque confluivano nel bacino del Rodano, poi in quelle del Danubio, infine l’orogenesi alpina le costrinse a defluire verso settentrione indicando loro la direzione definitiva da seguire – unico fiume alpino, per giunta, a scorrere verso nord []

[Mathijs Deen. Foto di Peter Arno Broer tratta da www.parool.nl.]
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Tristan Gooley, “Leggere gli alberi”

Secondo alcune ricerche scientifiche, ci sarebbero più di 3.000 miliardi di alberi sul pianeta Terra. Inevitabilmente si tratta di una stima, anche se esistono in rete alcuni siti di mappatura arborea globale molto ben fatti e scientificamente attendibili, come questo. In ogni caso credo che, ad eccezione delle specie di insetti, gli alberi siano gli organismi viventi più numerosi sul nostro pianeta, oltre a essere fondamentali per la vita di qualsiasi altra specie – si pensi solo alla fotosintesi clorofilliana. Nonostante ciò, noi Sapiens fatichiamo a pensarli “vivi” e dotati di funzioni biologiche peculiari: li vediamo più come oggetti naturali inerti e pressoché immobili, al netto della loro crescita che peraltro spesso si allunga per decenni e dunque ci risulta “impercettibile” e irrilevante, per tutto ciò formalmente non degni di poter venir considerati “esseri”.

Be’, è un altro (cioè l’ennesimo) clamoroso errore che l’uomo (Sapiens?) manifesta nei confronti del mondo in cui vive e in particolar modo dell’ambiente naturale. Riduciamo ogni cosa presente sul pianeta a una visione strettamente (e stoltamente) antropocentrica per la quale ha qualche valore solo ciò che può essere ricondotto, in forme e in sostanze, al modus vivendi umano mentre tutto il resto non ha alcun valore oppure è qualcosa di secondario e inferiore.

Tristan Gooley, scrittore ed esploratore britannico noto per i suoi metodi di orientamento naturale che ha testato in innumerevoli viaggi d’avventura in giro per il mondo, definito dalla Bbc lo «Sherlock Holmes del mondo naturale», nel suo libro Leggere gli alberi (Altrecose, 2025, traduzione di Stefania De Franco e prefazione di Isaia Invernizzi) ci dimostra quanto sia realmente clamoroso quell’errore e quanto poco approfondita sia la conoscenza diffusa, da parte umana, di chi siano veramente gli alberi []

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Erling Kagge, “Il Silenzio”

Io, il silenzio, penso di averlo sentito per la prima e forse unica vera volta anni fa, in Val Bondasca, una vallata laterale della Val Bregaglia nel Canton Grigioni, Svizzera, a poca distanza dal confine italiano – gli appassionati di montagna la conoscono senza dubbio.

Io e alcuni amici eravamo andati lassù un giorno di gennaio per salire qualche cascata di ghiaccio ma, quando entrammo nella valle e salimmo di quota, ci rendemmo conto che la notte precedente aveva nevicato molto più di quanto pensassimo e dunque il rischio di valanghe era piuttosto alto, ancora di più se ci fossimo infilati in uno dei canali che ospitava le cascate. Vagammo per un po’ al fine di capire se ci fosse qualche possibilità di salita meno rischiosa ma all’apparenza non ce n’era. Prima di rinunciare definitivamente e ridiscendere a valle ci fermammo in uno slargo nel bosco, seduti nella neve e distanziati l’uno dall’altro, senza parlarci, osservando la vallata ammantata dalla spessa coltre nevosa caduta nella notte.

Ecco, fu a questo punto che sentii il silenzio. L’assenza di suoni e di rumori era totale, non c’era nulla da sentire ma in quegli istanti percepivo nettamente qualcosa di potente, una sorta di enorme nota di fondo inudibile ma premente sui sensi che sembrava scaturire direttamente dal luogo, come fosse la sua frequenza sovrannaturale fondamentale. Qualcosa che non si poteva sentire ma si faceva intensamente ascoltare, appunto.

Non ho sentito – non mi pare – il rumore del mio corpo, dei miei organi in funzione o del sangue scorrente nelle vene, come ho letto che è successo ad altri. Viceversa, mi sono sentito avvolgere da quel tono inudibile, diventarne parte, in qualche modo – anche se vi sembrerà paradossale – accordandomi alla sua nota assoluta. E non è stata affatto una sensazione inquietante o sgomentante, anzi. È invece proprio da quell’episodio che ho cominciato a riflettere su cosa sia il silenzio, su quanto sia presente e come abbiamo perso la capacità di saperlo ascoltare al punto invece da esserne terrorizzati quando pensiamo di “sentirlo” – e quasi mai accade veramente, nel modo così acusticamente inquinato nel quale viviamo.

Ma cos’è veramente il “silenzio? Quali forme ha? E perché ne abbiamo così paura?

Sono domande alle quali credo che chiunque potrebbe fornire le proprie personali risposte, ma solo nel caso siano consapevoli; dunque non so, in concreto ovvero per ciò che ho rimarcato poco sopra, quanti veramente potrebbero rispondere. Di certo Erling Kagge, scrittore norvegese ma ancor più alpinista e esploratore, una notevole consapevolezza in tema di silenzio l’ha conseguita, essendo stato il primo uomo a raggiungere il Polo Sud in solitaria e il primo a raggiungere i «tre poli»: il Polo Nord, il Polo Sud e una cima dell’Everest. Le risposte personali alle domande suddette Kagge le fornisce in Il Silenzio (Giulio Einaudi Editore, 2017, traduzione di Maria Teresa Cattaneo): ne appunta ben 33, una per ogni capitolo del libro, ricavandole tanto dalle proprie esperienze alpinistiche e esplorative ovvero da quelle altrui quanto dalla vita quotidiana, dalla routine lavorativa, dal rapporto con le figlie, passando per la letteratura la filosofia, l’arte, la musica, il web []

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Domenica scorsa, a Martinengo, con Davide Sapienza

Noi siamo il paesaggio. Non solo perché ne facciamo parte ma perché è un nostro costrutto: siamo noi a percepirlo sensorialmente ed elaborarlo culturalmente. L’invenzione del paesaggio è dunque un atto di pura poiesis, di “fare dal nulla”, e la poiesis è la base della geopoesia.

Domenica scorsa, io e altre fortunate persone abbiamo fatto il paesaggio di Martinengo, dal mirabile “Filandone” in centro all’abitato attraverso i campi agricoli fino alla meravigliosa Cascina Zigò, grazie a “Geopoeta, nelle terre della percezione” e al suo autore, Davide S. Sapienza, con il quale ho avuto il privilegio di dialogare intorno ai temi fondamentali del libro. Un libro imprescindibile da leggere, non solo per ciò che Davide vi ha scritto ma anche perché, appunto, vi aiuta a essere e fare il paesaggio, a diventare autenticamente parte comprendendone la bellezza e il valore. Qualcosa di inestimabile, insomma.

Ringrazio di cuore Davide per tutto questo, come ringrazio Emanuela Zappalalio, Emilio Ponsini e la Biblioteca di Martinengo – curatori al solito impeccabili dell’evento – nonché i proprietari della Cascina Zigò per averci aperto un tale prezioso scrigno di antica avvenenza rurale.

Domenica 28/09, con Davide Sapienza a Martinengo

Domani (o oggi, dipende da quando leggete), domenica 28 settembre, avrò di nuovo il privilegio e il piacere di affiancare Davide S. Sapienza nella presentazione di “Geopoeta, nelle terre della percezione, il suo ultimo fondamentale libro, a Martinengo (Bergamo). Ma non sarà una “solita” presentazione: affiancherò Davide in un cammino geopoetico “bonsai” fino alla Cascina Zigò, una vera meraviglia storica, «sincera, non artefatta, senza fighettismi architettonici» – come scrive Davide sulle sue pagine social; la vedete nell’immagine – presso la quale racconteremo insieme il libro.

L’evento è a prenotazione e risulta sold out, ma se qualcuno volesse partecipare può provare con la lista d’attesa: trovate tutti i riferimenti del caso nella locandina lì sopra.

Dunque, per chi ci sarà, ci vediamo domani/oggi con Sapienza e il “Geopoeta” a Martinengo!