L’Italia per la cultura è un inferno. L’ultimo rapporto di Federculture e il tacito “colpo di stato” istituzionale ai danni del comparto culturale

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Consideriamo la nostra scemenza:
fatti non saremmo a viver come bruti,
ma perseguitiamo virtute e canoscenza.

Di questo passo, a breve dovremo veramente pensare di rivedere quel celeberrimo passaggio del canto XXVI dell’Inferno di Dante, più o meno come ho fatto io lì sopra. Almeno, stando a quanto rivela il Rapporto 2015 di Federculture sui consumi culturali, pubblicato qualche giorno fa: un quinto degli italiani non partecipa ad alcuna attività culturale, e rispetto all’anno scorso ci sono 820 mila italiani in più che non hanno letto un libro né sono mai andati in un anno al cinema, a teatro, a una mostra o altre di culturalmente simile. Se nel 2010 erano il 15,2%, oggi l’astensione complessiva dalle attività culturali raggiunge il 19,3%, con picchi che al Sud arrivano ad un preoccupante 30% – se ne parla ad esempio qui.
Il rapporto d’altro canto segnala anche (fortunatamente!) qualche dato positivo, come ad esempio l’aumento, dopo parecchi anni di calo, della spesa per la cultura delle famiglie, che segna un +2% di cui +2,2% di spesa per concerti e teatro e +5,8% per siti archeologici e monumenti. Ma siccome noi italiani non possiamo troppo abituarci alle cose buone e positive (vedi la terzina dantesca remixata lì sopra), il dato sull’aumento della spesa per la cultura degli italiani viene drammaticamente controbilanciato dal calo sempre più terribile degli investimenti istituzionali, nel comparto culturale: il bilancio del Mibact rappresenta ancora solo lo 0,13% del PIL, le erogazioni liberali diminuiscono del 19% e gli interventi delle fondazioni bancarie del 12%. Sono in difficoltà anche le aziende culturali: tra il 2008 e il 2014 sono diminuiti del 28,3% i contributi pubblici e del 24,1% quelli privati ed è di conseguenza calata la produzione del 7,5% – se ne parla qui. E giusto per darci una bella mazzata finale, si può pure denotare che se il bilancio del Mibact rappresenta solo un desolante 0,13% del PIL, pari al 0,19% del bilancio dello stato, presso i cugini francesi arriva complessivamente a sfiorare il 20%. Venti-per-cento del bilancio statale: non è un caso, dunque, che la Francia sia visitata da un numero doppio di turisti rispetto all’Italia – la quale offrirebbe un’infinità di luoghi culturali e artistici in più rispetto ai cugini transalpini – e che parimenti il nostro paese è valutato soltanto al 79esimo posto per la misura con cui le sue istituzioni ritengono prioritaria l’industria turistica (vedi qui). In buona sostanza, siamo come un viandante disperso nel deserto che, pur essendo circondato da ricche e rigogliose oasi che lo farebbero non solo sopravvivere ma prosperare floridamente, continua a cibarsi di sola sabbia, soffocandosi inesorabilmente e segnandosi da sé la più infausta sorte, ecco.
Bene (si fa per dire!), posti i dati sopra esposti, non si può non considerare che una tale situazione non abbia pure ricadute socio-politiche, ancor più dacché stiamo parlando del paese con la maggior ricchezza culturale del mondo – un paese che di contro stenta a risollevarsi da una crisi che non è solo economica, finanziaria e industriale e che, per dirla tutta, dovremmo pure smettere di chiamare “crisi”: è la realtà, la nostra triste realtà attuale, punto. E non si può non congetturare – retoricamente, populisticamente, malignamente, dite ciò che volete ma per me è così – che dietro una così evidente e letale ottusità istituzionale nella (non) gestione della cultura non vi sia una precisa volontà di soffocamento dell’identità culturale nazionale, una strategia mirata – quantunque basata su una terrificante ignoranza delle classi dirigenti del paese, se vogliamo – per allontanare gli italiani dal loro patrimonio culturale per indirizzarli altrove – nei centri commerciali o davanti alle TV o chissà dove, fate voi.
Posto, lo ribadisco di nuovo, quanto l’Italia possiede in tesori culturali, e quanto tali tesori potrebbero tramutarsi in tesoro vero, in punti di PIL, in ricchezza diffusa, in floridezza economica a cascata, arrivo a pensare che quello in corso ai danni della cultura sia un vero e proprio colpo di stato, mosso da una élite di micidiali ignoranti crapuloni che, in unione ad altre azioni antisociali, ha sostanzialmente deciso di svendere il paese, deprimendolo fino a vanificare il valore di cultura, identità, creatività, sapere diffuso, senso civico, civiltà.
Non so altrimenti cos’altro pensare, di una così paradossale e sconcertante situazione culturale nazionale. Ma so che solo noi cittadini, singoli individui, comunità sociali, possiamo contrastare tale degrado. Dalla politica non possiamo più aspettarci nulla di buono, ergo dobbiamo fare da noi fin dalle più minime azioni – la prima che mi viene in mente? Beh, ad esempio spegnere la TV. Aziona minuscola tanto quanto sovversiva e devastante, per quei soggetti dominanti di cui ho detto poc’anzi. Non è certo un cambiamento che può avvenire dall’oggi al domani, purtroppo, quello di cui abbiamo un disperato bisogno, ma senza dubbio su di esso si fonda il futuro del paese e di noi tutti ovvero una scelta precisa: tra civiltà o imbarbarimento definitivo. Consideriamo la nostra sCemenza attuale, insomma, e vediamo di tornare quanto prima a seguir virtute e canoscenza, non a perseguitarle.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

6 pensieri riguardo “L’Italia per la cultura è un inferno. L’ultimo rapporto di Federculture e il tacito “colpo di stato” istituzionale ai danni del comparto culturale”

  1. Ah mi sa che qui chi provoca sei tu :D… !!!!
    I nostri beni culturali in particolare quelli architettonici, dai quali si potrebbe attrarre una buona fetta di turismo, sono lasciati il più delle volte all’abbandono e al degrado più totali oppure ne viene affidata la custodia a persone incompetenti il cui unico scopo è maturare anni utili per la pensione. E questo purtroppo sia al nord che al sud. Come scritto da me altrove, il Sacrario di Redipuglia è un esempio in tal senso. Fino a non tanto tempo fa si potevano scorgere all’interno dei loculi aperti le ossa dei defunti. Eppure è un luogo del nord in cui ogni anno i vertici dello Stato celebrano in pompa magna varie ricorrenze e quest’anno quelle più importanti per il centenario della grande guerra. Ma al di là delle apparenze resta un luogo abbandonato. Potrei citare anche il comportamento dei custodi dei musei, non tutti sia chiaro, ma c’è una buona componente che non sorveglia ma è occupata a chiacchierare, fare cruciverba, parlare al telefono, interagire con tutto tranne che con l’opera d’arte ecc ecc. È anche vero che certi mestieri sembrano alienanti se non si amano certi contesti, ma è anche vero che l’interesse e la cura delle opere deve essere principalmente nostro che ne siamo i primi fruitori e custodi. Questo all’estero, dove viene esaltato anche il più piccolo granello di forfora tolta dalla giacca di Napoleone o di chicchessia, l’hanno capito. Noi abbiamo opere che hanno fatto parte delle più importanti civiltà passate e le lasciamo marcire o come diceva Ruskin, lasciamo che il tempo faccia il suo corso annegando tutto nell’oblio. Per non aprire il discorso corruzione all’interno delle nostre istituzioni, a cui dovrebbero andare certi soldi per incentivare turismo e restauri e invece non si sa che fine fanno. Ritornando al discorso TV, una volta per le classi operaie, che non si potevano permettere viaggi nella nostra stessa Italia, era veicolo di conoscenza e cultura. Ricordiamo per esempio i documentari di Piero Angela che ha contribuito allo sviluppo quanto meno dell’interesse e della curiosità del Paese (mio padre non se ne perdeva uno). Adesso si attrae con la cultura dello sculettamento e dei reality che, non solo rappresentano come siamo diventati, ma sono un inneggiamento alla maleducazione, al gioco scorretto e all’esaltazione di sé neanche fossimo diventati tutti geni. Dove è finita la cultura e la nostra curiosità e amor proprio genere me lo chiederò sempre.

    1. Mi è piaciuto il tuo commento, in particolar modo una delle ultime frasi “neanche fossimo diventati tutti geni”.
      È quello che noto io ogni volta che giro per strada. Non esiste più umiltà e modestia. Tutti guardan tutti dall’alto al basso come se dal prossimo non ci fosse mai nulla da imparare e il sapere fosse infuso nelle teste di tutti. Poi lo guardi tu un attimo e noti il mocassino, il risvoltino, i jeans tanto stretti da fargli schizzare le palle al cervello e la fastidiosissima espressione da “Sono troppo fico perchè chiunque di voi possa mai raggiungermi!”

      1. Sì il problema che teniamo di più all’apparenza che non alla sostanza. Peccato che l’apparenza così ostinatamente ricercata sia solo nell’abbigliamento. Tutto il resto, come diceva una nota pubblicità, è game over.
        P.s. grazie 🙂

  2. Io sono di Reggio Emilia. Qui, nel nostro piccolo, ne abbiamo di roba. Dai dipinti di Correggio alla pietra di Bismantova, dall’abitazione di Ludovico Ariosto ai parchi nazionali, i castelli e le basiliche. Nulla, nessuno fa niente per provare a vendere questo “prodotto”. L’altro giorno sono andato sulla pietra di bismantova (che si dice sia stata il luogo d’ispirazione di Dante per il purgatorio) e ho visto qualche tesesco e qualche giapponese (che sono sempre ovunque), allora mi son chiesto “e questo come cazzo hanno fatto a scoprire questo posto?”. Avrei voluto chiederglielo ma ho lasciato stare. Questo per dire che il nostro paese sembra interessare più agli stranieri che a noi.
    Altro esempio? Le 5 Terre. Tutti sanno che non c’è un buco per parcheggiare. Ho disceso la stradina montuosa che porta a Riomaggiore e ho notato che tutte le auto parcheggiate lì avevano la multa. Ok, c’è il divieto di sosta ma dove altro la può mettere l’auto un olandese? le auto parcheggiate non davano fastidio a nessuno, se non ai vigili, che pur di far osservare leggi idiote fanno passare la voglia al turista di tornare. Io, ad esempio, a malincuore non tornerò mai più in quei posti, nonostante sia uno degli scenari più belli che abbia mai visto in vita mia.
    Anzichè promuovere opere o luoghi che abbiamo già gratis, costruiamo porcate dando visibilità al primo coglione che passa, come ad esempio Calatrava. A Reggio ha costruito un ponte di dubbio gusto, ad una corsia e senza quella di emergenza. Inoltre ha fatto la stazione dell’alta velocità, anch’essa a mio avviso inbarazzante, e dopo due giorni dall’inaugurazione perdeva liquidi da ogniddove.
    Un nostro borghetto sperso nell’appennino tosco-emiliano vale più di tante metropoli molto più blasonate. Peccato che in Italia abitino gli italiani.

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