Una pista di plastica sui prati di Asiago per sciare tutto l’anno

La lettura, al giorno d’oggi, di una notizia come quella riportata lo scorso 17 ottobre dal “Giornale di Vicenza” e ampiamente commentata da Luca Trevisan su “L’AltraMontagna”, riguardante l’installazione di una pista da sci in plastica lungo i pendii del Monte Kaberlaba, sull’Altopiano dei Sette Comuni in territorio di Asiago, appare per certi versi sconcertante e per altri grottesca. D’altro canto risulta particolarmente emblematica circa il pensiero e la visione che tutt’ora alcuni amministratori e gestori del turismo montano formulano riguardo i propri territori e i modelli di frequentazione turistica che vorrebbero loro imporre.

[Le piste da sci del Monte Kaberlaba lo scorso febbraio, con la poca neve artificiale bagnata dalla pioggia. Immagine tratta da www.ildolomiti.it/altra-montagna.]
Lo sconcerto sorge evidente fin dal primo istante in cui lo sguardo si posa sulla notizia e ancor più sul sottotitolo, nel quale l’idea asiaghese viene definita dai suoi promotori «Un’innovazione». Ma come può esserlo se già negli anni Settanta del Novecento si era pensato di coprire di plastica le piste da sci di alcune località montane al fine di prolungare le stagioni sciistiche anche al di fuori dei mesi invernali? E pure a quei tempi una tale idea venina osservata con un misto di curiosità, incredulità e sarcasmo: tuttavia, se cinquant’anni fa – quando peraltro ancora nevicava, sulle nostre montagne – si può comprendere che la pur bislacca idea potesse essere concepita come “un’innovazione”, oggi, anno 2024, proporre una cosa del genere appare ne più ne meno come un regresso, la manifestazione di una visione passatista della montagna che, pensando di reagire a una realtà climatica (ma non solo) in divenire riguardo la quale evidentemente non si sa cosa fare e si è in preda allo spaesamento, genera soluzioni che sono peggio dei problemi. Veramente oggi si può pensare di coprire un prato di montagna sul quale una volta cadeva la neve e ora non più con un gigantesco nastro di materiale plastico, pur di continuare a sciare dove la natura e il buon senso indicano chiaramente che è giunta l’ora di voltare pagina e elaborare nuove, più consone e sostenibili frequentazioni del luogo, oltre che conseguenti nuove gestioni politiche?

[Anni Settanta del Novecento: quando si sciava sulla plastica a San Pellegrino Terme, nelle Prealpi Bergamasche.]
Forse lo si può pensare, sì, ma solo se si decide di orientare lo sguardo verso il passato, arrivando così a definire “innovazioni” quelle che obiettivamente sono involuzioni destinate a generare inevitabile e rapida decadenza.

In ogni caso non è solo sconcertante, la notizia sul Kaberlaba: forse ancora di più appare grottesca, tendente al tragicomico, se nella lettura si colgono certi passaggi che ne identificano la matrice di fondo. La pista di plastica secondo i suoi promotori non è solo «innovativa», ovviamente è anche «ecosostenibile» e permette «la trasformazione, tecnologica e ecologica» del comprensorio del Kaberlaba e di Asiago. E come farebbe a essere così “sostenibile”, la plastica del Kaberlaba? Perché «è materiale sintetico, completamente riciclato». Peccato che sempre plastica rimane, un’estensione di plastica verde «posata a sua volta sul verde dei prati estivi» – come denota bene Trevisan su “L’AltraMontagna”, un terreno naturalmente vivo soffocato e seppellito da una pista di materiale morto – ma riciclato, eh! Ormai qui siamo oltre il mero “greenwashing”: non si nasconde più l’impatto ambientale dietro una parvenza ecologica, ma lo si dichiara platealmente pretendendo che lo si possa credere “sostenibile” solo perché come tale è dichiarato.

Sembra quasi una presa in giro, a pensarci bene, una sorta di raggiro proferito al pubblico nella convinzione che non sia in grado di comprendere la realtà delle cose. Ma da qui in poi la natura prima sconcertante e poi grottesca della notizia diventa pure inquietante: i promotori della pista di plastica del Kaberlaba sembrano ignorare completamente – o pare che ignorino scientemente – il sempre più grave problema della diffusione delle microplastiche anche nei territori montani, rilevato e denunciato ormai da tempo da numerose indagini sul campo e da conseguenti report scientifici. Un inquinamento subdolo perché pressoché invisibile ma dal quale derivano gravi ripercussioni sui già delicati ecosistemi dei territori in quota oltre che, inevitabilmente, su chi li frequenta, animali e umani. Potete immaginarvi una pista di plastica (pur riciclata ma sempre plastica resta, come detto) continuamente abrasa, consumata, frantumata da innumerevoli passaggi di sci oltre che dagli agenti atmosferici per lunghi mesi, magari per l’intero anno se non dovesse nevicare – come è ormai facile alle quote del Kaberlaba – quante microplastiche spargerà sui prati e nell’ambiente circostanti. Considerando che sulle montagne già esiste un problema scientificamente acclarato di inquinamento da microparticelle di materiali plastici, che sono stati rintracciati persino sui ghiacciai a quote di oltre 3000 metri, ci si può solo inquietare al pensiero di quanto delle piste da sci di plastica come quella di Asiago peggioreranno il problema oltre ogni limite accettabile.

[“Sci estivo” sulla plastica a Falcade. Immagine tratta da video, la fonte è qui.]
Infine, a compendio di tali considerazioni e dello sconcerto, del grottesco e dell’inquietudine che casi come quello del Kaberlaba suscitano, viene di nuovo e necessariamente da chiedersi: è questa la montagna che vogliamo? Prati ricoperti di plastica lungo piste da sci sulle quali non nevica più pur di preservare il business turistico? È questo che renderebbe “attrattivo” le nostre montagne e resilienti le loro economie basate su un modello di turismo che risulta ogni anno più insostenibile e impraticabile? Sarebbero queste le soluzioni alle criticità che la realtà quotidiana delle comunità di montagna si ritrovano ad affrontare?

Viene da credere che, ancora oltre lo sconcerto, il grottesco, l’inquietante, con tali iniziative si stia percorrendo la via dell’assurdo. Ma se pur potrebbe essere formalmente legittimo seguirla, lo deve ugualmente essere l’assunzione di precise responsabilità politiche (innanzi tutto, e poi ogni altra correlata) a fronte di tali così improbabili scelte. Il futuro della montagna non è un gioco e non lo può essere nemmeno la sua gestione politica, nelle piccole cose come nelle grandi. Altrimenti non ci vanno di mezzo solo le comunità che abitano le terre alte ma ci andiamo di mezzo tutti, inevitabilmente.

Domani la “DOL dei Tre Signori” passa da Verderio!

Giovedì 11 maggio sarò a Verderio (Lecco), presso la bellissima Villa Gallavresi (in Via dei Tre Re n.31) che ospita la biblioteca comunale, per presentare la guida Dol dei Tre Signori con il collega di penna Ruggero Meles.

Con la bella stagione ormai imminente, sarà un’occasione ottima per presentare il meraviglioso itinerario escursionistico a tappe che percorre la «DOL – Dorsale Orobica Lecchese» tra Bergamo e Morbegno, il suo territorio montano ricchissimo di tesori e la nostra guida, lo strumento di viaggio ideale per affrontare la DOL e per conoscerne tutte le sue innumerevoli, affascinanti peculiarità.

Se siete di zona o se potete passare, vi aspettiamo alle ore 21.00. Tornerete a casa a preparare lo zaino e a lucidare gli scarponi, ve l’assicuro!

La bella stagione lungo la DOL è ancora più bella!

Una nuova bella stagione è ormai alle porte, come sempre la più propizia per mettersi uno zaino con quanto di necessario sulle spalle, calzare gli scarponi e andare per sentieri di montagna a godere dell’insuperabile bellezza del paesaggio naturale in quota – e anche per sfuggire all’afa estiva che, ci si augura, quest’anno non sia così opprimente.

Torna dunque la stagione propizia per percorrere la DOL dei Tre Signori, uno degli itinerari escursionistici più affascinanti delle Alpi lombarde (e non solo), tra i pochi in Europa che partono e arrivano ovvero uniscono due città emblematiche come Bergamo e Morbegno, dunque la pianura iper antropizzata già prossima all’hinterland di Milano e la più importante valle lombarda ai piedi delle alte vette alpine, percorrendo una dorsale montuosa spettacolare e oltre modo ricca di paesaggi naturali, da quelli suburbani della partenza da Bergamo agli angoli prettamente alpini prossimi alla Valtellina, nonché d’una miriade di tesori naturalistici, artistici, storici e variamente culturali. Cinque tappe (per il percorso “classico”) che ne valgono cento e più, insomma, al cui termine lo zaino sarà ormai scarico di provviste ma stracolmo di esperienze, ricordi, visioni, emozioni e di gioia genuina.

Per tutto ciò (e per il tanto altro che la DOL offre), la guida DOL dei Tre Signori è sempre pronta e a vostra disposizione per guidarvi attraverso le meraviglie della dorsale e le sue innumerevoli narrazioni, che ne fanno una montagna affascinante da leggere conoscere e poi, mi auguro, indimenticabile da esplorare e percorrere.

Dunque, eccovi di seguito un brano dell’introduzione che apre la guida: per saperne di più al riguardo cliccate qui. Un piccolo assaggio che spero ingolosisca tanti e faccia loro fremere i piedi, vogliosi di incamminarsi lungo la dorsale, ma anche che riaccenda il ricordo e il desiderio di tornarci a chi l’abbia già percorsa, parzialmente o integralmente.

[© Moma Edizioni – Riproduzione riservata.]

[…] Vista dalla pianura bergamasca o dal Parco dei Colli di Bergamo, appena oltre la celeberrima Città Alta, la DOL si innalza come una scala che sale al cielo e fugge verso le montagne con una cresta elegante da cui è possibile vedere un’ampia parte della cerchia delle Alpi, la grande scacchiera della pianura e gli Appennini perdersi in un’azzurra lontananza verso Sud. A questo vanno aggiunte la bellezza e la varietà del paesaggio, la presenza costante di fauna e flora che accompagnano i camminatori lungo gran parte del percorso, la ricchezza dei segni culturali, artistici e rurali con cui le genti che la abitano ne hanno definito lungo il tempo l’identità peculiare.
La DOL va immaginata come un fiume di pietra e prati che scorre alto sopra le nostre teste, raggiunto da sentieri i quali, come affluenti che fluiscono verso l’alto, salgono da vallate ricche di storia e tradizioni: Val San Martino, Valle Imagna, Valsassina, Val Taleggio, Val Brembana, Valvarrone, Val Gerola e Valtellina. Nella guida al cammino della DOL cercheremo di suggerirvi degli spunti anche per cogliere l’intreccio che c’è stato nel corso del tempo tra uomo e Natura. È questo intreccio secolare e profondo che ha reso questi luoghi come li vediamo oggi e ne ha forgiato il carattere culturale.
Thomas Stearns Eliot scriveva che esiste un “provincialismo del tempo” che fa credere che tutto sia sempre stato così come noi lo vediamo nell’epoca in cui viviamo. Nello scrivere la guida, per sfuggire a questo tipo di “provincialismo”, cercheremo di fare in modo che appaiano evidenti agli occhi del lettore le più significative trasformazioni che la dorsale ha conseguito nel tempo e non solo: avremo addirittura la presunzione di tracciarne un virtuoso sviluppo futuro che sarà possibile solo se il lettore si lascerà coinvolgere nella riscrittura della storia del territorio. Come? Semplicemente percorrendo il cammino con attenzione e cura nei riguardi di tutto e tutti, acquisendo la consapevolezza del suo valore e di quello dei “tesori” che offre, acquistando cibo o altri prodotti nati sulla montagna o nelle vallate che dalla dorsale fluiscono verso la pianura.
Anche da lontano si possono scorgere, sparsi come manciate di perle sui crinali, contrade e borghi abbandonati negli anni Sessanta del secolo scorso, quando gli abitanti vennero incantati dagli scaltri pifferai magici del boom economico. Quasi sempre le strade tracciate per portare benefici alle montagne sono diventate vie di fuga da una vita troppo dura per reggere il confronto con quello che stava succedendo al piano e con gli agi che la vita laggiù sembrava offrire. Oggi, fortunatamente, alcuni di questi borghi stanno cominciando a rinascere sfruttando al meglio le innovazioni tecnologiche e la rivoluzione informatica che ha mostrato la capacità di sovvertire i fenomeni di degrado economico, culturale e sociale del quale le terre alte hanno sofferto per decenni, anche in forza di un turismo del tutto dissociato dal loro contesto storico. Finalmente le statistiche segnalano un lieve incremento legato in molti casi a giovani che mostrano non soltanto di voler ancora sognare, ma che stanno mostrando di saper tradurre il sogno di una vita più legata alla Natura in una realtà quotidiana sostenibile e consapevole.
È un processo di importanza fondamentale, questo, perché l’identità dei luoghi montani, e di un territorio così profondamente vissuto come quello percorso dalla DOL in particolare, vive della vita delle genti che li abitano e non solo facendone una mera residenza ma sapendo intessere una relazione intensa e armoniosa, il cui valore si riflette poi negli abitanti stessi e nel loro essere testimoni consapevoli e preziosi della bellezza dei monti su cui vivono. […]

Architetti e costruttori

[Dettagli in stile liberty di un edificio a San Pellegrino Terme, Val Brembana, provincia di Bergamo.]

Nessuno che non sia un grande scultore o pittore può essere architetto. Se non è uno scultore o un pittore, può essere solo un costruttore.

[John Ruskin, Lectures on Architecture and Painting, Edimburgo, 1853.]

Per inciso – e non casualmente, a mio modo di vedere – Ruskin, che fu una figura di intellettuale a dir poco poliedrica, girovagò a lungo per le Alpi (ne parla questo bel libro) che definì «Le cattedrali della Terra», frase divenuta celeberrima insieme ad altre sulle quali ha preso forma buona parte dell’immaginario estetico montano odierno. Come a dire, riguardo le montagne, che sono le più maestose, raffinate e sacre architetture del pianeta, le quali d’altro canto nella loro imponenza conservano innumerevoli piccoli angoli ove l’arte naturale – che è al contempo architettura, scultura, pittura – ha creato altrettanti capolavori. Rispetto ai quali l’uomo, nella maggioranza dei casi (nella foto lì sopra c’è una buona eccezione al riguardo), si dimostra solo un costruttore e nemmeno dei più abili. Ecco.

[Le sculture “gotiche” della Grigna Meridionale o Grignetta, provincia di Lecco.]

Strade militari, incisioni rupestri, streghe e impiccati

[Lo zigzagante tracciato della strada militare del Legnone nel tratto sovrastante l’Alpe Campo e il Rifugio Griera. Foto di Ricky Testa, tratta da www.orobie.it.]

Nella Val Varrone degli inizi del Novecento esisteva unicamente il tratto di strada carrozzabile che da Casargo portava al ponte di Premana, il cui abitato solo nel 1913 venne finalmente raggiunto da una strada. Pochi anni dopo, i timori del generale Luigi Cadorna sulla possibilità che truppe nemiche potessero attaccare la Lombardia passando dalla Svizzera e confluendo nella Valtellina o nelle vallate bergamasche lo spinsero alla costruzione della linea di difesa montana poi intitolata a suo nome, della quale ti abbiamo già detto. La guerra è guerra, con le sue strategie e i diktat patriottici: per tali esigenze militari si costruì in fretta e furia una strada che collegava Dervio, sulle rive del Lago di Como, con i paesi della Val Varrone che sino ad allora erano rimasti isolati.
In un paio d’anni (1915-1916) la strada venne realizzata e i paesi della Val Varrone videro cambiare la loro vita. Dopo aver superato i villaggi di Tremenico ed Avano, nei pressi della località Gallino a 980 m di quota, un gran numero di soldati, prigionieri, operai della zona assoldati per l’impresa e donne di Pagnona che facevano da collegamento si staccarono dal nutrito gruppo di lavoratori che proseguì la costruzione della strada in direzione Pagnona e puntò in alto, realizzando un tracciato carrozzabile atto a giungere quasi in vetta al Legnone e poi scendere in Valtellina. Puoi immaginare la gran confusione e i cambiamenti, a pieno titolo “epocali”, che sconvolsero l’intera Val Varrone: tutti gli uomini abili al lavoro vennero assunti come sterratori o muratori, la strada che hai appena incrociato si arrampicò sempre di più sullo scosceso versante sudoccidentale della grande montagna assumendo via via le sembianze di un autentico capolavoro ingegneristico, fino a conquistare i 2395 m di quota della Bocchetta del Legnone, traversare sino alle citate gallerie scavate nella montagna, scollinare sul versante valtellinese e scendere per la Val Lesina fino a Delebio. In tutto vennero tracciati 44 tornanti e a ciascuno venne dato un nome legato ad una storia particolare. Il cammino della DOL intercetta la strada militare al primo di essi, il “Tornant de Galiin”, che prende il nome dal lööch di Gallino; sappi inoltre che il quinto è il “Tornant dól Termen” dove si trovano i “sas dai cöor”, delle pietre ricche di incisioni in verità non molto antiche, come invece sembrerebbero essere coppelle ed incisioni rinvenute su altri massi nelle vicinanze, ad esempio in località Piöde dal Croos e in altri contesti della valle, facendo supporre, con il supporto di ritrovamenti risalenti all’età del bronzo presso Pagnona, ad una frequentazione antichissima di questi luoghi. Accanto a denominazioni oggettive e pratiche come “Tornant dal Fòo Gros” (del grande faggio), ve ne sono altre ben più inquietanti come per il tredicesimo tornante, che riferisce di un impiccato, mentre altri ancora raccontano di luoghi adatti ai ritrovi delle streghe. L’ultimo è il “Tornant dól Mocc”, dedicato ad uno sterratore di cognome Maglia che aveva scavato una piccola grotta in cui si sistemava per passare la notte.

Questo è un brano dalla guida Dol dei Tre Signori, il volume del quale sono autore insieme a Sara Invernizzi e Ruggero Meles dedicato alla Dorsale Orobica Lecchese, uno dei territori prealpini più spettacolari in assoluto, e al trekking che la percorre interamente da Bergamo fino a Morbegno. La strada militare del Monte Legnone è realmente un capolavoro ingegneristico assoluto, e come tutte le opere così ardite abbisogna di cura e attenzione da parte di chi la percorre e di manutenzioni pressoché costanti. Per questa seconda necessità, di recente dovrebbero essere stati appaltati dei lavori al riguardo, che mi auguro siano portati a compimento nel migliore dei modi; per la prima, ugualmente l’augurio è che i viandanti sulla strada ne riconoscano il valore molteplice e l’importanza della sua permanenza nel tempo, prezioso e emblematico esempio di antropizzazione montana – nonché patrimonio di noi tutti – che dà lustro ai numerosi tesori culturali che il territorio in questione sa offrire.
Per saperne di più sulla guida, cliccate sull’immagine del libro lì sopra e… buone camminate lungo la Dol dei Tre Signori!