In difesa dei librai “d’una volta” – e del saper vendere buona letteratura!

Avrete certamente constatato come, negli ultimi anni, certe “leggi del libero mercato” (chiamiamole così) sostanzialmente imperanti nelle nostre società contemporanee abbiano esteso il proprio effetto anche nel mercato editoriale, variandone non poco il panorama di vendita. Dai libri venduti negli ipermercati all’assorbimento delle librerie di quartiere da parte delle catene (sovente in franchising) legate alle più importanti (e industrialmente rilevanti) case editrici, nelle città/cittadine e nei paesi italiani molte piccole librerie hanno dovuto gioco forza cedere il passo a chi nelle suddette “leggi del libero mercato” ci naviga meglio dacché dotato di “scafo” più grande e forte – e lasciamo stare tutte le altre considerazioni del caso, ovvero di come quelle stesse leggi, piuttosto che “liberare” il mercato (in generale) a tutto vantaggio dei cittadini lo hanno spesso imprigionato in oligarchie e potentati economici/industriali vari, a discapito dei consumatori e, inutile dirlo, con i risultati che dal crack Lehman Brothers in poi abbiamo tutti quanti sotto gli occhi…
Fatto sta che tale “globalizzazione” (o uniformazione) del mercato di vendita dei libri, tra le altre cose, ha comportato anche una circostanza all’apparenza secondaria, ma che nell’opinione di chi vi scrive così non lo è affatto: la scomparsa della figura del “libraio”, sostituita da quella del commesso in perfetto stile hard discount o poco meno, ovvero l’irrefrenabile eclisse di quella figura che da sempre faceva da tramite tra il lettore e il mondo dei libri, ne era riferimento e consigliere, era colui che, con la passione e l’esperienza, sapeva spesso affascinare il potenziale acquirente di un volume non tanto ai fini meramente commerciali, quanto a quelli culturali. Era la persona, insomma, alla quale si poteva tranquillamente chiedere una domanda pur vaga del genere “Vorrei leggere qualcosa, ma non so cosa…” con la certezza che egli, di professione libraio dacché lui per primo appassionato di libri e letteratura, dunque conoscitore diretto (e non solo interessato) di quanto vendeva, avrebbe saputo darci qualche dritta interessante e quel consiglio finale capace di convincerci all’acquisto, a volte anche di più libri.
Oggi invece, e molto spesso, nei punti vendita delle grosse catene di distribuzione editoriale (che, chissà perché, si chiamano ormai “book store” e non più librerie!) vi si trovano commessi magari eleganti dacché abbigliati con l’inappuntabile divisa del marchio, magari gentili perché ben istruiti sul come trattare con i potenziali acquirenti, ma assolutamente incapaci di rappresentare anche solo in parte quel riferimento prima menzionato tra i libri e i lettori. Sia chiaro, come sempre non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, d’altro canto quanto appena evidenziato rappresenta una inevitabile conseguenza del modus operandi commerciale tipico della nostra epoca, nel mondo delle librerie come in molti altri. E, comunque, spesso si dimentica che si ha a che fare con libri, con oggetti fondamentali da sempre per l’evoluzione dell’umanità e ancora oggi capaci di mettere in moto l’intelletto come forse nessun altra cosa, non con beni di consumo al pari di telefonini, scatole di cibo o bottiglie di birra! Sarò tradizionalista, romantico o che altro, ma personalmente il vedere negli ipermercati gli scaffali con la verdura, accanto quelli dei gadget elettronici e accanto ancora quelli con i libri – con attaccati sopra gli stessi cartellini di vendita delle altre cose e parimenti trattati – mi cagiona sempre un irrefrenabile disgusto
Comunque, dicevo: forse sembrerà una questione secondaria e trascurabile, quella esposta, e invece non lo è affatto. Ve lo spiego rapidamente: il libraio d’un tempo, oltre a saper creare un rapporto diretto di conoscenza con i propri clienti, sapendone i gusti e dunque comprendendo che se uno di essi gli avesse chiesto un testo di Joyce non presente sugli scaffali non gli avrebbe potuto proporre un libro di Faletti (nome a caso) ma avrebbe dovuto (e saputo) procurarglielo, era una figura in grado, appunto, di consigliare i propri clienti con dritte a 360° gradi nel panorama editoriale, e senza alcun secondo fine. Per lui, il grandissimo (e potentissimo) editore contava quanto quello della piccola e scalcagnata casa editrice, dal momento che, in primis, contava il titolo, il libro e il valore di esso: e, inutile dirlo, a volte tra i piccoli editori si trovano opere letterarie di valore assoluto ben più che tra i grandi, troppo impegnati a seguire le mode, inseguire le classifiche e pubblicare per ciò opere mainstream, fatte per vendere in quel momento (cioè scritte in base ai gusti del momento) e di valore letterario a volte discutibile, se non proprio deprecabile.
E, altra cosa inutile da dire, in un paese come il nostro nel quale 2/3 di popolazione non legge nemmeno un libro all’anno, una figura come quella del libraio di quartiere sarebbe tutt’oggi fondamentale, per non far che quella quota di popolazione non aumenti sempre più! Quante volte mi è capitato di vedere entrare della gente nelle grandi e luccicanti librerie “di marca”, attratte credo più dal suddetto luccicore che da altro, e uscirsene senza aver acquistato nulla, anche perché lasciate vagare senza meta, ovvero senza un aiuto e una delucidazione capace di rendere una mezza idea un acquisto compiuto, e non una ennesima svaporata e accantonata intenzione uccisa dal “non so cosa prendere!”…
Conseguenza ulteriore: tali librerie legate ai grossi gruppi editoriali – anche per l’impreparazione letteraria di chi le gestisce – mireranno soprattutto alla vendita dei titoli di quei grossi gruppi, tralasciando invece i piccoli e medi editori: quelli, lo ribadisco, che sovente sanno fare (e pubblicare) ancora autentica letteratura proprio perché operanti al di fuori delle logiche di mercato dominanti e dalla relativa produzione mainstream. Quindi: il lettore potenziale che non sa cosa leggere, e nelle suddette librerie non trova chi possa fornirgli un buon consiglio, finirà per acquistare quel libro che avrà visto nella pubblicità in TV o sul grande quotidiano, facendo in pratica piovere sul bagnato e inconsciamente contribuendo a mantenere la letteratura mainstream (o industriale, come la definisco io, perché prodotta per fare quantità e non qualità), soffocando di contro quella autentica e/o di ricerca, che per essere tale non potrà certo seguire le mode del momento, appunto!
Lo ripeto ancora: non si deve fare di tutta l’erba un fascio – commessi che hanno passione per i libri che vendono ve ne sono, certamente! – e non è certo colpa di tali commessi se, spesso, non fanno altro che rispondere ad annunci di lavoro (quasi sempre a tempo determinato, visto l’andamento piuttosto altalenante del mercato editoriale) nei quali viene loro chiesta bella presenza più che esperienza libraria e relativa passione… Tuttavia, come ho già detto, i libri non sono oggetti qualunque. Non si possono trattare come beni di consumo, e sottoporre a quelle strategie commerciali imperanti nella nostra epoca consumistica. Che siano fatti di carta e inchiostro o che abbiano essenza digitale di ebook, quando di valore sono il primo elemento culturale che abbiamo a disposizione, il miglior propellente per la nostra mente e la miglior palestra per allenare il pensiero. Perdere delle figure come i librai d’una volta, così capaci di accompagnarci nel meraviglioso mondo dei libri, è un po’ come attraversare l’oceano a bordo di un magnifico e rilucente transatlantico governato da soli mozzi, piuttosto che su una barca piccola ma ben timonata da un esperto lupo di mare. Guarda caso, con il proliferare della vendita negli ipermercati e nelle catene di distribuzione editoriali (senza contare il mercato on line!), i libri si possono trovare e acquistare molto più facilmente oggi che venti o anche solo dieci anni fa, eppure di lettori ce ne sono sempre meno. Non è soltanto una coincidenza, questa.

P.S.: questo articolo è presente anche sul magazine on line InfoBergamo, nel numero di Agosto 2012.

Libro, ma quanto mi costi! (Ovvero: di editori strozzini e autolesionisti, o del tirarsi la zappa sui… Libri!)

Continuo a rimanere assolutamente basito, prima, e appena dopo sconcertato e piuttosto incazzato, nel constatare i prezzi con cui vengono messe in vendita moltissime nuove uscite editoriali, nella stragrande maggioranza dei casi di letteratura mainstream – il che, inutile dirlo, spesso significa qualità non eccelsa, per essere gentili. E se posso sorvolare sul fatto che, altrettanto spesso, il nome degli autori non giustifica per nulla prezzi così elevati (ancor più se si tratta di nuovi scrittori/talenti, dacché far uscire il libro di un autore promettente a un costo così scoraggiante, significa segargli la carriera da subito, inevitabilmente!), non sorvolo affatto e mi incazzo anche più di prima nel constatare che sono soprattutto le grosse case editrici a sparare tali prezzi assurdi e non i piccoli editori! Non quelli che si arrabattano alla bell’e meglio, non quelli che vivono alla giornata contando le copie vendute per sopravvivere, non quelli che ancora fanno un autentico lavoro di talent scouting, ma i grossi gruppi editoriali dalle spalle forti e dai sederi spesso riparati da cuscini industriali e politici importanti, e che ormai hanno gettato alle ortiche (non tutti, ma quasi) la cura della qualità letteraria dei propri cataloghi per mirare spudoratamente all’utile di bilancio, seguendo perfettamente il modus operandi derivato da quel mercato la cui crisi finanziaria e morale (nella quale ancora sprofondiamo, inutile rimarcarlo) pare non aver insegnato un bel nulla, a molti.
In parole povere, e per essere chiari: a mio parere, ogni prezzo di libro che superi i 15/16 euro è sovente una bella ladrata. E prezzi di suppergiù 20 euro e oltre per libri di meno di 300 pagine – dunque con costi editoriali e tipografici non così rilevanti – sono una vergognosa presa in giro per i lettori. Soprattutto se smerciati da grandi editori, appunto. Quelli che spesso, dalle pagine o dagli schermi dei grandi media (loro sodali), si atteggiano a difensori della lettura e della cultura le quali invece stanno soffocando e affossando, e senza nemmeno rendersi conto, così facendo, di tirarsi da soli la zappa sui propri piedi.
Una tale situazione mi ricorda parecchio quella del mercato discografico, che ora boccheggia e accusa il web, tra circolazione digitale della musica ormai comune, filesharing più o meno lecito e piraterie varie e assortite, di aver “ucciso la musica” stessa e i supporti musicali “classici”, e non si rende conto (beh, certamente finge di non rendersi conto!) che se qualche tempo fa la gente ha cominciato a scambiarsi files musicali sulla rete saltando a piè pari l’intero sistema di mercato delle majors discografiche, è anche perché le stesse hanno avuto la faccia tosta di mettere in vendita per anni CD (di musica pop/mainstream, dunque di produzione e tiratura industriale, quindi con costi pre e post vendita bassi e ben spalmati sulla alta quantità) a prezzi indecentemente superiori ai 20 euro.
Non si tratta di non pagare nulla, o di fare i morti di fame agognando il prezzo più basso possibile a prescindere da tutto ovvero di lasciarsi andare alla più incontrollata e stolta pirateria. Si tratta di pagare il giusto – e intendo il giusto da subito, non attraverso il sistema degli sconti, ennesima ottusa stortura del mercato editoriale e arma di oligopolio per le grosse case editrici – e di riconoscere l’equo compenso a chiunque, lettore incluso, offrendogli una buona qualità letteraria in cambio di un prezzo incoraggiante e capace di rendere la lettura ancora più desiderabile, gradita e piacevole. Eppoi, per questo e per altri motivi, ci si lamenta che dalle nostre parti la gente non legge! E’ come stare su un carro spandi-letame in azione, e poi lamentarsi della puzza che si sente…
Perché, insomma, va bene tutto, ma speculare in tal modo sulla cultura cercando di arraffare quanti più soldi possibile dai portafogli dei lettori mi sembra una cosa del tutto delinquenziale. Opinione personale, ovvio.

Il podcast della puntata #11 di RADIO THULE 2011/2012

Ecco qui, come tradizione del giorno successivo a quello della diretta, il file in podcast della puntata #11 di RADIO THULE 2011/2012 di lunedì 12 Marzo 2012, intitolata Ma l’arte s’è artefatta? e dedicata ad una illuminante disamina comparativa – e non solo – tra i mercati finanziari impazziti per la crisi in corso, e il mercato dell’arte. Il tutto grazie alla preziosa presenza in studio di Cristiano Calori, della Galleria Elleni di Bergamo.
Cliccate sulla radio qui accanto per ascoltare e scaricare il file, oppure visitate la pagina del blog dedicata al programma con tutto l’archivio delle puntate di questa e delle stagioni precedenti.
Prossimo appuntamento con RADIO THULE, lunedì 26 Marzo 2012!
Buon ascolto!

RADIO THULE #11-11/12, lunedì 12 Marzo, ore 21, live su RCI Radio!

Lunedì 12/03, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming:
RADIO THULE, anno VIII, puntata #11:
Ma l’arte s’è artefatta?
Ovvero: un tempo l’arte era considerata sinonimo di bellezza e cultura, oltre che rappresentare forse il più potente mezzo di comunicazione posseduto dall’uomo. Negli ultimi tempi, invece, prima l’evidente e all’apparenza inesorabile decadenza sociale e culturale del nostro mondo quotidiano, poi il perverso dominio finanziario che ha gettato il mondo stesso nella crisi che tutt’ora viviamo, hanno portato seri attacchi all’arte e ai suoi valori, sempre più diventati tali in senso meramente (e rozzamente) pecuniario, più che culturale.
Grazie alla preziosa e competente presenza in studio di Cristiano Calori, stimato gallerista bergamasco, in questa puntata cercheremo di capire più approfonditamente se l’arte è ormai diventata una delle tante merci in vendita nel nostro mondo dominato dal denaro, oppure se ancora può e potrà essere la bellezza che salverà il mondo, come è auspicabile sia, e in che modo noi tutti potremmo agevolare tale bellezza.

Per ascoltare RADIO THULE in streaming dal tuo pc clicca QUI, o QUI per lo streaming in HD. E dal giorno successivo, qua sul blog, il podcast della puntata! Quindi, in un modo o nell’altro: stay tuned!

Se anche l’arte si macchia di “lordure” finanziarie…

L’estate 2011 sarà ricordata come quella della paura, dei crolli di Borsa e di una diffusa percezione che qualcosa (di brutto) stia per accadere. Certamente le correzioni degli indici di Borsa dimostrano come la società odierna sia vulnerabile e psicologicamente labile a tutti quei bombardamenti mediatici a cui è sottoposta quotidianamente, in sostanza il termine “società liquida”, come acutamente osservato dal sociologo Zygmund Bauman, è quanto mai azzeccato per descrivere la contemporaneità. (…)
Queste dinamiche che siamo ormai abituati a conoscere nel mercato finanziario stanno diventando sempre più sovrapponibili al mercato dell’arte, che da alcuni anni gode di un’ottima salute, ma che è sempre più legato a logiche finanziarie in cui gli speculatori abbondano ed è sempre più orfano di appassionati e collezionisti illuminati. (…)
Una parte importante di questo sistema è rappresentata dagli opinion leader o curatori a termine (nel senso che passano) e a ritenuta d’acconto (nel senso che se li paghi scrivono bene di chiunque), parte di un ingranaggio e di un sistema che sempre di più assomiglia a quello della finanza e della Borsa, con la sola differenza che il reato di insider trading (coloro che manipolano il mercato finanziario dall’interno n.d.r.) non è punibile nel sistema dell’arte come lo è in Borsa. Quindi, curatori di Musei, Galleristi e Critici diventano al tempo stesso arbitri e giocatori della stessa partita.

Anche l’arte, dunque, è stata contagiata dal (implodente) turbocapitalismo contemporaneo, e si è ammalata di demenza finanziaria come il resto del nostro sistema, vacillando dunque pure essa verso il baratro?
E’ interessante riflettere su questo aspetto della crisi mondiale in corso, perché se, ad esempio, dovesse crollare il sistema (di potere) delle banche, potrebbe sotto certi aspetti essere una cosa positiva per la società in cui viviamo, ma se la stessa cosa dovesse capitare all’arte, crollerebbe – o potrebbe crollare – il palcoscenico di quella indispensabile bellezza che può salvare il mondo, oltre che renderlo più gradevole da vivere…
Se ne parlerà molto presto anche in Radio Thule, e a mo’ di preziosa e propedeutica informazione sull’argomento vi invito a leggere l’articolo Mercati impazziti e mercato dell’arte a firma di Cristiano Calori della Galleria Elleni di Bergamo, e pubblicato sul mensile di informazione on line Infobergamo.