La Carovana dell’Accoglienza Montana: in viaggio verso il miglior futuro possibile per le montagne, per chi le vive e chi le frequenta

P.S. (Pre-Scriptum): l’articolo che state per leggere riproduce il testo dell’intervento che ho tenuto sabato 14 marzo alla fiera “Fa’ la cosa giusta” di Milano nel corso dell’incontro “Nevediversa. La montagna e il clima che cambia” insieme a Luca Mercalli, Vanda Bonardo e Sebastiano Venneri, al quale si riferiscono anche le immagini che vedrete.

[Immagine tratta da www.lovevda.it/.]
Da oltre vent’anni il dossier delle Bandiere Verdi della Carovana delle Alpi di Legambiente racconta un pezzo di montagna italiana offrendo una panoramica di quei tanti esempi virtuosi di adattamento alla realtà montana in divenire nel segno della sostenibilità ambientale in quota, la cui attività, appunto, viene riconosciuta dall’attribuzione della Bandiera Verde: dall’agricoltura all’allevamento, all’enogastronomia locale, alla gestione forestale, ai servizi alle comunità, alla produzione artistica e culturale nonché, ovviamente al turismo. Sono realtà spesso poco considerate dall’opinione pubblica o che restano nell’ombra di tutta quell’altra parte della montagna dei grandi numeri, dei grandi eventi come le Olimpiadi, della fruizione “industriale” delle terre alte italiane ma che, magari lentamente eppure costantemente, stanno crescendo e ottenendo un successo sempre maggiore.

Uno degli eventi principali che sa mettere in evidenza questo pezzo di montagna italiana resiliente e innovativa è proprio l’annuale Summit delle Bandiere Verdi. Quello del 2025 si è svolto a Orta San Giulio e in esso, a proposito di turismo, la Carovana delle Alpi ha organizzato un tavolo di lavoro specifico sull’accoglienza turistica “sostenibile”, consapevole, responsabile, che ha visto una grande partecipazione delle Bandiere Verdi presenti e operanti in questo ambito. Al punto che, nel vivace dibattito sviluppatosi, i partecipanti hanno manifestato la volontà di rendere costante il confronto, il dialogo, lo scambio reciproco di conoscenze e saperi derivanti dalle rispettive attività… di fare rete, insomma, per superare la sensazione di solitudine e isolamento a volte percepita e, di contro, per dare forma e sostanza visibile a una comunità attiva e innovativa che veramente sta percorrendo strade nuove sulle Alpi e “inventando” nuove forme di accoglienza, non tanto alternative a quelle del turismo dei grandi numeri ma specifiche, peculiari, basate sul senso del contesto dei propri territori e, soprattutto, in relazione stretta con le comunità locali.

Per questo, quasi come cogliendo un moto spontaneo che è sorto da quell’incontro collettivo a Orta San Giulio al quale Vanda Bonardo (responsabile Alpi di Legambiente e presidente di Cipra Italia), Maurizio Dematteis (direttore dell’Associazione Dislivelli) e io abbiamo solo dovuto pensare a come dargli forma, si è deciso di dare vita a una “Carovana dell’Accoglienza Montana” con lo scopo di conferire valore alla preziosa attività delle Bandiere Verdi, metterle in rete e in contatto costante attivando lo scambio di informazioni, di condivisione delle esperienze, di mutuo aiuto, di progettazione di iniziative condivise potenzialmente sottoponibili a bandi e richieste di finanziamenti al fine di supportare le loro attività anche dal punto di vista sostanziale. Inoltre, di provare a misurare il valore aggiunto comunitario che il lavoro delle Bandiere Verdi genera nei propri ambiti locali, che non è dato solo dal mero aspetto economico, della quantificazione materiale del lavoro svolto, ma è anche se non soprattutto, per realtà del genere, il capire e misurare come e quanto le Bandiere Verdi sanno fare comunità. Questo è un compito tanto innovativo quanto difficile che ci siamo dati eppure fondamentale da elaborare, grazie all’aiuto di un team di esperti delle discipline socio-economiche che abbiamo “arruolato” in un comitato scientifico che supporta il nostro lavoro. Ciò anche perché il saper fare (o rifare) comunità oggi rappresenta uno degli aspetti fondamentali alla base della restanza abitativa e lavorativa sulla montagna contemporanea: un elemento che, più si conosce e dunque meglio si sa coltivare e governare, maggiori e duraturi benefici può portare alle comunità che vivono nelle terre alte e a chiunque vi interagisca.

Tutto ciò si sta sviluppando sotto l’egida teorica e pratica di Legambiente Alpi, dell’Associazione Dislivelli, e nel solco tracciato ormai da tempo dalla Carovana delle Alpi soprattutto con “Nevediversa”, il cui dossier 2026 appena reso pubblico (che potete scaricare qui) ospita anche la presentazione della “Carovana dell’Accoglienza Montana”. Ciò perché se “Nevediversa” si è assunto negli anni il compito di denunciare l’insostenibilità ambientale, economica e sociale del turismo massificato invernale, soprattutto quello monoculturale dello sci, la “Carovana dell’Accoglienza Montana” ne rappresenta la naturale evoluzione propositiva, orientata alla costruzione di una frequentazione alternativa delle montagne non tanto opposta all’altra, ribadisco, quanto molto più consona alla realtà di fatto attuale dei territori montani e a ciò che li aspetta nel prossimo futuro.

Il sentiero da seguire da parte della Carovana sulla mappa della montagna contemporanea l’abbiamo voluto tracciare con un Manifesto fondativo che, in dieci punti, definisce la direzione intrapresa dai carovanieri; lo potete leggere qui sotto, direttamente estratto da “Nevediversa” (cliccando sulle immagini lo potete scaricare in formato pdf):

In questi giorni, cioè lo scorso mercoledì 11 marzo a Milano, poi con i capitoli dedicati nel dossier di “Nevediversa” e quindi sabato 14 marzo a “Fa’ la cosa giusta”, abbiamo cominciato a presentare la “Carovana dell’Accoglienza Montana”: nel prossimo Summit delle Bandiere Verdi, che si svolgerà a Rovereto il 16 maggio, illustreremo in maniera più compiuta il lavoro svolto e le attività in corso che qui ho cercato di sintetizzarvi. Tuttavia, il lavoro che abbiamo intrapreso è solo all’inizio e vogliamo sia in ogni modo possibile collettivo, grazie alla partecipazione attiva delle Bandiere Verdi ma anche di chiunque sia interessato a queste tematiche e sensibile alla realtà presente e futura delle nostre montagne: dunque l’invito è in primis a sostenerci e sostenere l’attività delle Bandiere Verdi partecipanti, ma pure a segnalarci – attraverso i circoli di Legambiente o direttamente a me o agli altri del gruppo di lavoro – ogni realtà che lavora nell’accoglienza montana e risulti affine alle linee guida indicate nel Manifesto. Inutile dire che più la Carovana è partecipata e vitale, più risultati potrà ottenere e di grande efficacia, a vantaggio delle nostre montagne e di noi tutti che, in un modo o nell’altro, le amiamo e ne abbiamo cura.

“Nevediversa 2026”: la realtà della montagna italiana tra crisi climatica, impianti dismessi, legacy olimpica e turismo responsabile

[Foto di Elsemargriet da Pixabay.]
In Italia, nonostante l’aumento delle temperature, la fusione dei ghiacciai e una neve naturale che fatica ad arrivare, il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano continua a sostenere il l’industria dello sci, lasciando alla riconversione dei vecchi impianti e alla destagionalizzazione del turismo solo briciole di risorse. Nonostante ciò, su Alpi e Appennini nel 2026 sono saliti a quota 273 gli impianti sciistici dismessi e a ben 247 il numero degli “edifici sospesi” censiti sino ad oggi e in stato di inutilizzo o abbandono. Si tratta di alberghi, residence, strutture turistiche e ricettive, complessi produttivi dismessi o sottoutilizzati che, come gli impianti sciistici chiusi, raccontano una montagna invernale in transizione che da un lato viene ancora sottoposta a modelli di fruizione obsoleti, decontestuali e ormai insostenibili mentre dall’altro si trova sempre più nella necessità di innovare la propria dimensione socioeconomica anche attraverso forme di frequentazione turistica più consone alla realtà corrente e al futuro prossimo dei territori montani coinvolti nonché delle loro comunità.

[Cliccate sull’immagine per scaricare il dossier in formato pdf.]
A fare il punto della situazione nella quale oggi si trova la montagna italiana è il nuovo dossier “Nevediversa 2026” di Legambiente, presentato ieri 11 marzo a Milano, un documento ormai imprescindibile per monitorare lo stato di salute (o di sofferenza) delle Alpi e degli Appennini, il quale scatta una fotografia aggiornata sul censimento delle strutture sciistiche e ricettive in quota ai tempi della crisi climatica, ma anche sul futuro in bilico dei grandi eventi invernali come le Olimpiadi. Insieme ai dati, e nell’ottica della citata, necessaria transizione a un’economia turistica più sostenibile, il dossier raccoglie una serie di proposte per il futuro delle realtà montane che Legambiente compendia nel progetto della “Carovana dell’accoglienza montana”, che mette al centro le comunità locali e l’attività delle “Bandiere Verdi” dell’arco alpino, realtà premiate in questi anni da Legambiente con il prestigioso vessillo green, le cui proposte di ospitalità turistica investono su sostenibilità e innovazione rispondendo e adattandosi tanto alla crisi climatica in corso quanto alla dimensione sociale dei territori in cui operano. Una “Carovana” il cui Manifesto ne sintetizza le linee guida in dieci punti ciascuno dei quali rappresenta una proposta di visione e  innovazione, ma pure di azione, in tal senso.

Necessità di innovazione che d’altro canto, come accennato, risulta evidente all’analisi dei dati sul “sistema neve” attuale, in particolar modo circa le infrastrutture turistiche ad esso legate che in questi anni hanno dovuto gettare la spugna. Il Piemonte si conferma la regione con il più alto numero di strutture sciistiche dismesse, ne conta 76, seguita dalla Lombardia (51). Invece le regioni che contano più “edifici sospesi” censiti sull’arco alpino sono Valle D’Aosta (36), Lombardia (31), e Piemonte (20), mentre sull’Appennino Toscana (19), Abruzzo (16), Marche (15) e Sicilia (15). A questi numeri, il report Nevediversa di Legambiente affianca a livello nazionale anche quelli dei 106 impianti sciistici chiusi temporaneamente, i 98 che operano in una condizione mista di “apertura e chiusura”; e poi i 231 impianti che ad oggi sopravvivono grazie ai fondi, i cosiddetti “casi di accanimento terapeutico”. Lombardia (63), Abruzzo (47) ed Emilia-Romagna (34) le regioni con più casi. Sono invece 169 i bacini per l’innevamento artificiale censiti nella Penisola, la maggior parte si concentra in Trentino-Alto- Adige, Lombardia e Piemonte.

[Cliccate sull’immagine per scaricare il dossier in formato pdf.]
D’altronde, nell’analisi del turismo montano contemporaneo le evidenze climatiche ed ecologiche vanno di pari passo con le criticità economiche: in “NeveDiversa” sono riportati i dati di Eurac Research, i quali registrano una stagione nevosa che oggi dura 22–34 giorni in meno rispetto a 50 anni fa, con una contrazione di 10–20 giorni del periodo di copertura tra il 1982 e il 2020. Inoltre, si registra un calo superiore al 30% sia della profondità del manto nevoso sia dello SWE (Snow Water Equivalent), ovvero la quantità d’acqua immagazzinata nella neve e quindi la reale riserva idrica stagionale; sugli Appennini poi la presenza di neve è sempre più instabile, in maniera anche maggiore rispetto alle Alpi. Per ciò, inevitabilmente i dati sul turismo della neve sono col segno meno, complice il rincaro dei prezzi (altra variabile economica ormai ineludibile): l’Osservatorio Italiano del Turismo Montano (JFC), ha stimato per la stagione 2025-2026 un calo del 14,5% del numero degli sciatori giornalieri e una flessione del 3,9% del numero degli italiani che soggiornano su Alpi e Appennini – anche se restano comunque tanti, per un volume economico che supera i 12 miliardi di euro, di cui circa 6 miliardi nel settore dell’ospitalità.

Intanto in quota nascono sempre più strutture “Luna park della montagna”, ossia quelle attrazioni ludiche come piste tubing, bob estivo, eccetera, spesso integrate ai comprensori sciistici oppure che nascono in sostituzione di essi, che secondo Legambiente rappresentano forme di intrattenimento artificiale e di banalizzazione delle specificità montane con impatti non sempre sostenibili sull’ambiente montano e senza generare benefici reali per le comunità locali. Sono 28 quelle censite per la prima volta e inserite come nuova categoria nel dossier in una mappatura che naturalmente continuerà nei prossimi anni; di queste, la maggior parte si concentra in Lombardia (13 strutture) e in Toscana (7).

Un altro campanello d’allarme fatto risuonare da “Nevediversa” riguarda il futuro dei grandi eventi invernali a partire dalle Olimpiadi. In meno di trent’anni, secondo gli ultimi studi scientifici, si perderà l’affidabilità climatica del 44% delle sedi olimpiche. Il dato più critico riguarda i Giochi Paralimpici: programmati solitamente a marzo, vedranno sparire il 76% delle sedi idonee: solo 22 su 93 rimarranno utilizzabili. Per Legambiente è chiaro che questi eventi rappresentano ormai un modello in cui le gare dipendono pressoché da infrastrutture artificiali, in un ambiente montano sempre più fragile e imprevedibile. Il bilancio delle stesse Olimpiadi Milano Cortina 2026 non è dei migliori: tra ritardi, costi elevati, opere faraoniche, mancate promosse, un lascito pieno di perplessità su cui l’associazione ritiene fondamentale aprire un confronto e una discussione che coinvolga tutti i soggetti interessati, dalle comunità locali, le associazioni e le organizzazioni di categoria fino agli enti regionali e nazionali per una valutazione finale condivisa e utile per un futuro che prenda atto della crisi climatica.

Durante la presentazione di Milano alcuni interventi hanno approfondito temi e argomenti particolarmente emblematici offerti dal dossier, la cui disamina generale è stata affidata a Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente e presidente di Cipra Italia: Fabio Tullio ha fatto un focus sulle Olimpiadi di Milano-Cortina e la cosiddetta “legacy olimpica”, Luca Rota ha analizzato la realtà dello sci in Lombardia, i finanziamenti pubblici ad essa elargiti e il rapporto tra i comprensori sciistici e la demografia dei comuni che li ospitano, Maurizio Dematteis ha illustrato la “Carovana dell’accoglienza montana” e i dieci punti del suo manifesto, infine Eva Martínez-Picó ha portato una testimonianza di ciò che sta accadendo sui Pirenei in tema di sci, clima e turismo invernale.

A seguire, la tavola rotonda ottimamente condotta da Marco Albino Ferrari ha messo a confronto le considerazioni e le proposte di accademici, ambientalisti e rappresentanti della politica – tra i quali anche il lecchese Giacomo Zamperini nella sua veste di Presidente della Commissione speciale Valorizzazione e tutele dei territori montani (con il quale si è accennato anche alla realtà delle montagne lecchesi) – sul presente e il futuro delle Terre alte italiane. Al netto delle differenti visioni, è condivisa da tutti la necessità di una maggiore organicità degli interventi pubblici nei territori montani al fine di sostenere concretamente tutte le economie in grado di generare valore aggiunto negli ambiti locali, uscendo dalla logica monoculturale del “sistema neve” e dall’abitudine di rispondere alla complessità della montagna e dei suoi bisogni concreti con interventi a pioggia mirati a interventi singoli e sostanzialmente privi di un’autentica strategia progettuale mirata allo sviluppo organico e articolato dei territori. Strategia che invece la montagna ha assolutamente bisogno, insieme a una visione di lungo periodo che sappia elaborare la sua complessità valorizzandone realmente le innumerevoli potenzialità che sa offrire al contempo riconferendole un’adeguata centralità politica, e la conseguente rappresentatività, nel dibattito pubblico sul futuro del paese.

[Foto di ivabalk da Pixabay.]
A concludere la presentazione di Milano, il direttore generale di Legambiente Giorgio Zampetti ha rimarcato che «Il riscaldamento globale dimostra come la riduzione della neve sulle Alpi e gli Appennini non sia un fenomeno episodico. La crisi climatica, che ha visto un 2025 segnato da temperature record, genera anche impatti diretti sulla disponibilità idrica, sugli ecosistemi montani e sulle attività umane legate alla montagna. Servono più azioni di adattamento al clima ma occorre anche orientare politiche e investimenti verso modelli di turismo più sostenibili e resilienti, capaci di ridurre la vulnerabilità dei territori montani e di garantire condizioni di vita sostenibili nel lungo periodo. Con il report annuale “Nevediversa” ci facciamo portavoce di un dibattito pubblico e un confronto coinvolgendo cittadini, amministratori e comunità locali in una lettura condivisa della montagna che cambia e che non può più basarsi solo sul “sistema neve” che ancora oggi stimiamo dreni all’incirca il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano.»

N.B.: è possibile scaricare il dossier “Nevediversa 2026” in formato pdf anche qui: https://www.legambiente.it/NeveDiversa2026

“Nevediversa”, oggi a Milano

[Immagine creata con Google Gemini AI.]
Lo sci, gli impianti, la crisi climatica, la neve e le temperature che aumentano, il turismo in montagna e l’overtourism, la politica e i finanziamenti pubblici, i paradigmi da cambiare, la transizione ecologica e l’accoglienza sostenibile, lo spopolamento delle montagne, i grandi eventi, la legacy olimpica e le buone pratiche, gli errori da non compiere più e le idee da attuare al più presto a favore delle comunità…

C’è tutto questo e molto di più nell’edizione 2026 del dossier “Nevediversa, uno strumento ormai indispensabile alla conoscenza dello stato dell’arte della montagna invernale italiana, nel bene e nel male, che viene presentato oggi a Milano. Visto il prestigio e l’importanza dei relatori invitati a partecipare (tra i quali inconcepibilmente ci sono anche io), magari se siete in zona potrete passare e così partecipare a vostra volta ai dibattiti che si articoleranno nel corso della mattinata.

Trovate ogni informazione utile al riguardo sulla locandina qui sotto (se ci cliccate sopra la scaricate in pdf) e anche a questo link: https://wp.me/p1E5a2-eMG.

Se un parco naturale finisce “fuori strada” (a bordo delle ruspe)

Su “ExtraTerrestre”, l’inserto ecologista de “Il Manifesto” che esce in edicola ogni giovedì, Serena Tarabini presenta una dettagliata analisi della variante al Piano della Viabilità Agro-silvo-pastorale proposta dal Parco delle Orobie Valtellinesi (in provincia di Sondrio), attualmente in fase di Valutazione Ambientale Strategica, che prevede 47 km di nuove strade definite al servizio di «attività del settore primario, quindi agricoltura e silvicoltura» ma che risulta evidente abbiano un “secondo” fine turistico – o per meglio dire elettrocicloescursionistico – oltre che un’utilità assai funzionale al sollazzo sgasante dei soliti motociclisti fuorilegge. Il tutto, ribadisco, in un’area di tutela naturale e ambientale qual è il Parco delle Orobie Valtellinesi (!) nei confini si trovano già quasi 450 chilometri di strade (!!). Scusate, ma… “area di tutela” dove?

Avevo già denunciato la questione in questo articolo, e ringrazio molto Serena Tarabini che nel suo (se lo volete leggete ma risulta riservato agli abbonati, lo trovate in pdf qui) ha ripreso alcune mie considerazioni su tali interventi infrastrutturali nei territori montani, spesso oltre i 2000 metri di quota, e, oltre all’impatto ambientale, sulla banalizzazione culturale che ne consegue, chiaramente mirata alla trasformazione sempre più spinta delle montagne in luna park per il turismo mordi-e-fuggi finanziata da soldi pubblici, dietro la quale si palesa la mancanza pressoché totale di idee, progettualità e visioni di sviluppo realmente consono ai territori e ai bisogni delle comunità che li abitano. È la banalizzazione anche politica della montagna, in pratica, quando invece diventa sempre più necessaria la rigenerazione della rappresentatività politica delle Terre alte, continuamente in balìa di iniziative e progetti calati dall’alto, senza alcuna interlocuzione con le comunità e privi di senso del contesto e del limite – nonché di buon senso in genere.

Scrive Serena Tarabini nel suo articolo:

Dietro ogni strada c’è una scelta culturale. Si può decidere che la montagna debba adeguarsi ai modelli di consumo della pianura, oppure riconoscere che la sua forza sta proprio nella differenza. Le Orobie rappresentano uno degli ultimi sistemi relativamente integri delle Alpi lombarde. La loro riqualificazione non passa necessariamente dall’asfalto o dallo sterrato battuto, ma dalla capacità di custodire ciò che le rende uniche.
La domanda, allora, non è quante strade servano, ma quale idea di montagna vogliamo consegnare al futuro. Se la risposta sarà affidata alle ruspe, i sentieri — e con essi una parte della cultura alpina — rischiano di diventare memoria. Se invece prevarrà una visione più lungimirante, la montagna potrà restare un luogo da abitare e attraversare con rispetto, non semplicemente da raggiungere.

A mia volta segnalo l’articolo al solito illuminante dell’amico e stimata guida alpina della Valmalenco Michele Comi che su “Montagna.tv” riflette su quando le ruspe prendono il posto dei sentieri e i danni all’ambiente e la rimozione della cultura delle Terre alte non sembrano essere un problema. Sì, perché la variante VASP del Parco delle Orobie valtellinesi ammetterebbe la distruzione dei percorsi locali originali, incluse mulattiere selciate e sentieri secolari, qualora la conservazione in situ non fosse ritenuta “fattibile”: un vero e proprio crimine, dal mio punto di vista. Scrive Michele:

La montagna non ha bisogno di nuove ferite, chiede mani attente, passi che conoscano le sue curve e i suoi sussurri. I vecchi sentieri, scolpiti dal tempo e dal cammino, sono vene di memoria. Chi vuole “salvare” la montagna farebbe meglio a camminare un vecchio sentiero, a guardarlo davvero, con occhi che sanno fermarsi. A capire che ciò che conta non si costruisce, si custodisce.
Non è la montagna ad aver bisogno di nuove strade, siamo noi che dobbiamo imparare a camminare.

Insomma, qui a finire fuori strada – a bordo di tante ruspe – è tutta la nostra montagna, spinta a “deragliare” da qualsiasi percorso razionale da soggetti evidentemente insensibili verso la sua bellezza e incapaci di dialogare con il suo Genius Loci. Soggetti che è bene riportare sulla “strada della ragione (montana)”, se si è in tempo per farlo.

“Nevediversa”, il dossier imprescindibile per capire la montagna invernale italiana, a Milano mercoledì 11 marzo

Il dossier di “Nevediversa”, la campagna annuale di Legambiente dedicata all’analisi del turismo invernale e degli effetti della crisi climatica sulle montagne italiane, è ormai diventato uno strumento – potrei dire LO strumento – indispensabile alla conoscenza dello stato dell’arte della montagna invernale italiana, il report che più di ogni altro monitora lo stato di salute delle Alpi e degli Appennini, da un lato denunciando l’insostenibilità del modello turistico monoculturale basato esclusivamente sullo sci di massa e sull’innevamento artificiale (anche grazie al censimento costantemente aggiornato degli impianti sciistici chiusi, semichiusi e quelli che faticano a restare aperti) e, dall’altro, analizzando le esperienze alternative e le buone pratiche che sempre più località montane mettono in atto per diversificare l’offerta turistica, rendendola resiliente ai cambiamenti climatici e all’evoluzione socioculturale del pubblico che frequenta le montagne italiane.

Da quest’anno partecipo anche io alla redazione del dossier: nei miei contributi ho analizzato la situazione attuale dell’industria dello sci in Lombardia, con un focus sull’ammontare complessivo dei finanziamenti pubblici regionali alle stazioni sciistiche, e ho cercato di capire se veramente lo sci e la sua economia sono in grado di contrastare lo spopolamento dei territori montani, che è una delle giustificazioni più citate da parte di politici e impiantisti a sostegno dei finanziamenti suddetti.

Il dossier “Nevediversa” 2026, che ogni anno diventa più dettagliato e ricco di analisi interessanti e illuminanti, sarà presentato il prossimo mercoledì 11 marzo a Milano, dalle 9.30 presso La Stecca degli Artigiani (a pochi passi da Piazza Gae Aulenti, qui in pdf) come da programma che vedete lì sopra. In quella sede, insieme agli altri prestigiosi relatori, a mia volta racconterò i miei contributi di cui vi ho detto con ulteriori considerazioni significative sui temi toccati. Non mancheranno a seguire le tavole rotonde di approfondimento con esponenti della politica, del comparto turistico invernale e dell’associazionismo ambientale e di montagna.

Inutile aggiungere che l’invito che vi porgo a partecipare alla presentazione, per l’importanza dell’evento e soprattutto dei contenuti che vi verranno esposti, è più che caloroso. Per partecipare occorre iscriversi qui.

Dunque, appuntamento a Milano, 11 marzo ore 9.30, “Nevediversa” 2026: non mancate!

P.S.: se proprio non ce la farete a essere presenti, sappiate che la presentazione sarà trasmessa in diretta Instagram e Facebook sulle pagine di Legambiente Alpi.