Il congiuntivo: chi era costui? Una riflessione di Gian Luigi Beccaria sul modo verbale meno amato dagli italiani…

Il congiuntivo, già. Al solo nominarlo, a tanti viene un gran mal di testa… E passi (beh, si fa per dire!) se è gente per la quale la lingua non risulta così importante, ma quando esso diventa una sorta di muro pressoché invalicabile senza farsi del gran male per chi della lingua, parlata e soprattutto scritta, fa lo strumento espressivo principale, se non una fonte di guadagno, la questione diventa indubbiamente seria, e assai spinosa. E mentre a me torna sempre in mente quanto dichiarato tempo fa da Tullio De Mauro sul fatto che “Solo il 29 per cento degli italiani sa padroneggiare la nostra lingua“, anche Gian Luigi Beccaria ha affrontato l’argomento con una bella riflessione dal titolo Non usarlo è come dire di meno apparsa su La Stampa del 23 Aprile 2013, che di seguito vi ripropongo e alla quale non serve aggiungere nulla.

GLBeccaria_photoDicono in molti che in italiano il congiuntivo sta sparendo. Anche se così fosse, non dovremmo strapparci le vesti, perché ci sono lingue che senza il congiuntivo funzionano benissimo (vedi l’inglese). Ad ogni modo, ricerche assai documentate provano che il congiuntivo in italiano non sta affatto uscendo di scena. Certamente è in crisi nel registro informale-colloquiale. Lo si usa sempre di meno. Al suo posto troviamo l’indicativo. Soprattutto nelle proposizioni oggettive rette da verbi come «credere», «pensare», «ritenere», «sembrare» («credo che tu hai ragione» invece di «che tu abbia ragione»), nelle interrogative indirette come «non so se tu sei tornato a casa» invece di «non so se tu sia tornato a casa», e nel periodo ipotetico dell’irrealtà («se me lo dicevi, non ti sgridavo» invece di «se me lo avessi detto, non ti avrei sgridato»). Comunque stiano le cose, di sicuro l’indicativo è inadatto ad esprimere dubbi o desideri.
L’indicativo è il modo della certezza, dell’obiettività, il congiuntivo è il modo della soggettività: presenta i fatti come noi li desideriamo, li temiamo, li speriamo. È obbligatorio nelle esortazioni o inviti o comandi («nessuno parli! »), in una interrogazione dubbiosa («Che sia proprio lui? »), in una esclamazione («Sapessi che bello! »), è raccomandabile coi verbi che esprimono punti di vista, opinioni, giudizi, e volontà personali, stati d’animo, un’incertezza, o dubbio, timore, volontà, possibilità ecc. Torno a dire che frasi come «Penso che è lui», «Credo che tu hai torto», «Mi dispiace che Rodotà non ce l’ha fatta», «Spero che non fai come l’altra volta», «Voglio che me lo dici di persona» si possono benissimo usare in situazioni informali, chiacchierando; e sappiamo tutti che «non so se viene» è più colloquiale rispetto a «non so se venga». Ma quando scrivo, è certamente meglio non abbandonare il congiuntivo. Non vedo perché dobbiamo rinunciare alle molte finezze, alle innumerevoli sfumature che il congiuntivo ci offre. Esiste una differenza notevole tra «capisco che Giovanna è felice» e «capisco che Giovanna sia felice»: nel primo esempio si tratta di una constatazione evidente, nel secondo significa che mi rendo conto delle ragioni della felicità di Giovanna; esiste una notevole differenza tra «dicono che le elezioni sono in autunno» e «dicono che le elezioni siano in autunno»: nel primo caso si dà la cosa come sicura, nel secondo caso si dubita della notizia, non si è del tutto convinti che sia vera.
La scelta tra indicativo/congiuntivo non è affatto una scelta tra un modo più o meno elevato e raffinato. L’importante per chi parla o scrive è poter scegliere in base alle diverse situazioni comunicative. E per poter scegliere tra congiuntivo e indicativo occorre conoscerli entrambi, perché spesso chi non usa il congiuntivo non è che scelga l’indicativo, ma è l’indicativo che costringe il parlante a sceglierlo.
Se dunque l’indicativo indica certezza, e il congiuntivo ci dà invece la possibilità di esprimere meglio un nostro giudizio, una nostra ipotesi, un nostro dubbio, un nostro pensiero, non si vede perché si debba rinunciare al congiuntivo, dal momento che significa rinunciare a un mezzo che coglie intense sfumature. Non usarlo significa (forse) semplificare, ma certamente significa dire di meno.

Cultura e politica? Come il diavolo e l’acquasanta… – anzi, viceversa!

Non amo parlare di politica, almeno per come viene inteso tale termine (invero di origini nobilissime) dalle nostre parti: troppo umiliante e potenzialmente infangante l’averci a che fare, anche solo a parole! Ma se proprio devo gettarvi uno sguardo, cercando di cogliere percezioni atte a ricavarne una qualche opinione, beh, una di quelle più lampanti – e per il cui senso qui ne voglio trattare – è quanto la politica italiana, a “destra” come a “sinistra” (si notino le virgolette, e si pensi a quel noto brano musicale di Giorgio Gaber…), abbia ormai quasi del tutto disconosciuto e rinnegato qualsiasi legame con la cultura, ovvero con il pensiero culturale coevo e con coloro i quali ne sono fonte e voce – i cosiddetti “intellettuali”, termine che a dire il vero non mi mai piaciuto granché… – con risultati che più rispettosi della par condicio non si può. E mi tornano in mente le Lezioni sulla missione del dotto di Fichte, e su come i dotti (non l’avevano ancora inventato, allora, il termine “intellettuale”, almeno con l’accezione oggi in uso!) Johann_gottlieb_fichteabbiano la missione di diffondere la loro sapienza agli uomini, ovvero di fare della stessa la base virtuosa di qualsivoglia azione di natura sociale e dunque necessariamente, anzi, inevitabilmente politica. Nozioni di due secoli fa, ma pare che questi duecento anni siano stati percorsi dalla politica all’indietro, non in avanti…
A destra, di intellettuali veri e degni di tal nome credo proprio non ve ne sia nemmeno più uno: non a caso la destra italiana è talmente rozza, cafona, ignorante, demagogica (nel senso peggiore del termine) e politicamente immorale; non a caso vengono spesso definiti “intellettuali” personaggi le cui idee offenderebbero dei bambini di un anno; e non a caso ciò comporta l’arrivo sugli scranni del potere di personaggi che in qualsiasi altro paese genererebbero un senso di profonda vergogna nazionale… Votata al populismo più sfrenato, al panem et circenses estremo e a un concetto di liberalismo falso dacché prettamente oligarchico, la destra italiana ha praticamente fatto estinguere l’intellettualismo di parte per intraprendere una strategia politica (!?) che si basa proprio sull’assenza di pensiero e pure di qualsivoglia pur minima capacità di riflessione critica, anche quando indubitabilmente schierata. Temo che nemmeno ai tempi del fascismo vi fosse una tale assenza di intellettualismo pur di parte, appunto!
A sinistra, invece, di intellettuali ve ne sarebbero, eccome! – inutile dire che da sempre l’intellettualismo ha goduto di un maggior feeling con questa parte politica, piuttosto che con la destra. Epperò che fa la sinistra italiana? Li ignora, gli intellettuali; finge di cullarli tra le sue braccia ma evita accuratamente di ascoltarli, anzi, spesso se ne mostra parecchio infastidita, con atteggiamento saccente e presuntuoso tanto quanto ottuso e autolesionista. Non a caso la sinistra italiana è così tanto mentalmente rattrappita, incapace, sprovveduta, disadattata e inguaribilmente perdente; non a caso così spesso si vanta dei suoi princìpi e valori per poi puntualmente rinnegarli, con gran ipocrisia; non a caso ciò comporta che, così spesso, gli esponenti di sinistra appaiano come quelli di destra, ma seduti dalla parte opposta del parlamento, dando la viva impressione di esserlo, di sinistra, solo perché per un motivo o per l’altro non possono esserlo di destra. E pensare che il materialismo storico, papà del pensiero di sinistra (o comunista che dir si voglia), è frutto della riflessione filosofica, qualcosa che più intellettuale di così non si può!
Ergo, come dicevo all’inizio, par condicio perfettamente rispettata: destra e sinistra italiane ugualmente indegne di qualsivoglia rispetto e considerazione.
Ecco: volendo parlare di politica partendo da un punto di vista culturale, mi viene da dire e ribadire che la politica italiana è talmente immonda anche perché ormai totalmente priva di buona cultura. Cultura nel senso più alto e “propizio” del termine, quella che sarebbe capace di apportare al pensiero politico quanto di buono viene elaborato nelle discipline umanistiche, scientifiche e artistiche… No: oggi pensatori, letterati, scienziati, artisti e intellettuali d’ogni genere sono persone non gradite alla politica. I “dotti” di Fichte stanno ad essa come un animalista starebbe ad un gruppo di bracconieri coi fucili carichi. Pensano troppo, appunto, e il pensiero, quando derivante dalle suddette discipline ovvero da menti illuminate, è quanto di più opposto al magna-magna totale che, a conti fatti, la politica è. Forse perché in questo modo, ridotto tutto e tutti all’ignoranza più profonda, quando questo povero paese imploderà definitivamente non saremmo nemmeno più in grado di rendercene conto. Andremo allo scatafascio ridendo come degli ebeti. Amen.

Italiani: imparate l’italiano! (e non sto mica scherzando, eh!)

A proposito del post pubblicato lo scorso 16 Luglio e relativo ai danni derivanti dal fatto che metà della popolazione italiana non legga nemmeno un libro all’anno e, per conseguenza biunivoca, che più di due terzi di essa non sappia padroneggiare sufficientemente bene la lingua, gironzolando per il web ho trovato questi simpatici “quadri liguistici” che sembrano cascare a fagiolo sul merito – o forse è inevitabile che ci caschino, vista la assai triste situazione…:



Cliccate sulle immagini per averne una versione di dimensioni maggiori e qualità migliore.
Devo ammettere di apprezzare molto non solo l’idea in sé, ma anche la colorita risolutezza che l’autore ha messo nel compilare il tutto… D’altro canto, appunto: come non essere risoluti di fronte allo strazio al quale viene sottoposta la lingua italiana da così tanta gente?
Ecco, appunto: propongo di stampare qualche decina di milioni di copie da distribuire, di tali “mini-lezioni”… A chi? Beh, sicuramente a metà della popolazione italiana, ad esempio!

“Questo è il punto”, di Francesca Serafini: un libro che non dovrebbe esistere – e invece esiste, fortunatamente!

Si può imparare a usare la punteggiatura divertendosi come quando si guarda un film? La risposta è sì, se a spiegarci come e dove mettere il punto e la virgola ci pensa una sceneggiatrice con un passato da linguista. Ecco che allora, tra una divagazione narrativa e l’altra, il grande narratore russo Isaak Babel’ si trova catapultato nello stesso universo di Perry Cox – il medico scorbutico e irresistibilmente comico della serie televisiva Scrubs creata da Bill Lawrence – per aiutarci a capire come va usato quell’insieme astruso di segnetti che costituisce la punteggiatura.
Francesca Serafini usa tutto questo e molto altro (attingendo gli esempi a un serbatoio variegato di materiali: dalla grande letteratura al videogioco, dai social network alla linguistica scientifica) per dimostrare come, per imparare a usare punti e virgole, bisogna superare la vecchia concezione secondo cui la punteggiatura serve a riprodurre nello scritto le pause della respirazione nel parlato. I segni interpuntivi sono infatti, prima di tutto, un prezioso strumento sintattico che, usato consapevolmente, rende chiara la scrittura ed efficace la comunicazione. Nella guida pratica contenuta nel libro, a ogni segno corrispondono regole ed eccezioni d’autore, in una successione di consigli utili a chiunque scriva per mestiere, per passione o semplicemente per comunicare, in un’epoca in cui – tra Facebook, Twitter, e-mail e sms – la scrittura, a dispetto della sua complessità, conosce un’espansione sorprendente.

La punteggiatura, questa sconosciuta! Quante volte vi sarà capitato di leggere testi scritti da persone pur dotate di un livello di istruzione elevato, e trovarvi nel bel mezzo di una sommossa di virgole, punti, due punti, trattini, parentesi e altri segni di interpunzione in fuga da qualsiasi buona logica linguistica? A me parecchie volte, eppure ben pochi essere umani parlanti e scriventi qualsivoglia lingua credo possano dirsi al riparo da piccole o grandi scivolate e/o inciampi su punteggiature fuori posto… Sapete che una semplicissima virgola può addirittura salvare (virtualmente) delle vite? Ad esempio, se riportate per iscritto l’espressione della volontà di andare a pranzo/cena a vostra nonna: “vado a mangiare, nonna!”, e non “vado a mangiare nonna!” come verrebbe da scrivere riportando pari pari quanto verbalmente detto… Come dimostra Francesca Serafini, la questione primaria sta proprio nel superare la concezione che la punteggiatura serve a riprodurre nello scritto le pause della respirazione nel parlato (cito dalla presentazione del volume sopra riportata); ma, diamine, fosse solo questo il problema! C’è forse di mezzo ben di più, fors’anche la sopravvivenza stessa della lingua per come l’abbiamo conosciuta, imparata e usata fino ad oggi, di fronte alla possibilità d’un caos linguistico irrefrenabile e irrecuperabile che qualcuno traveste di “libertà espressiva” quando invece si tratta, appunto, di soffocamento della nostra capacità d’intendimento verbale reciproca.
Per ciò Questo è il punto – Istruzioni per l’uso della punteggiatura, libro che sarebbe utopisticamente bello non veder pubblicato, è una lettura assai preziosa che tutti dovremmo fare, e che per fortuna Francesca Serafini ci da’ la possibilità di affrontare.

Francesca Serafini, Questo è il punto – Istruzioni per l’uso della punteggiatura. Editori Laterza, 2012, collana I Robinson/Letture, ISBN 9788842099420. Edizione cartacea € 15,00. Edizione ebook € 9,49.

N.B.: nel rileggere e correggere la bozza di questo post, ho cambiato posto a una virgola ed eliminato un’altra. Ecco.