“Per chi scrivono di fatto i poeti? Per l’unico loro simile su centomila?” (Arno Schmidt docet)

Dei nuovi poeti: è così raro che un uomo afferri se all’orizzonte sia una finestra d’ufficio a brillare, o se lì stia per sorgere un grande corpo celeste. (E quando quest’ultimo poi orbita in alto, essi riposano nelle loro alcove coperte, e rantolano, e sognano dei grassi zamponi delle segretarie; o che non hanno superato gli esami di maturità): per chi scrivono di fatto i poeti? Per l’unico loro simile su centomila? (Perché anche quei pochi su diecimila, che potrebbero semmai essere interessati, i contemporanei non li scoprono affatto, e sono fermi nel migliore dei casi a Stifter). – Noo!: io scrittore mai!

Nella scrittura avanguardistica di Arno Schmidt, la maledizione – sempre più letale, oggi – della poesia: i “poeti”. O meglio: quelli che si credono tali. Coloro che sono altrove quando il sublime si manifesta, per poi pretendere di poterlo comunque descrivere e vanagloriosamente spacciarlo al pubblico come autentica testimonianza di esso. Risultato: la poesia soffoca, con al collo le mani della vacuità di tanti pretesi “poeti” i quali in verità, se scrivessero per sé stessi (ma non ne hanno la capacità e il coraggio), smetterebbero subito di “poetare”, mentre quei pochi (e ce ne sono, certo!) che invece per sé stessi in primis scrivono (cit. R.W.Emerson), non li scopre quasi più nessuno.

Il potere dell’impotenza

Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell’abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare. Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri… Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronirsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia sopruso. Basterà che si preoccupi per un po’ di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto. Che garantisca l’ordine anzitutto! Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine è già schiava del suo benessere e da un momento all’altro può presentarsi l’uomo destinato ad asservirla. Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere. Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all’universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo.

Chi afferma queste lucide e inoppugnabili cose? Senza dubbio uno che ha capito perfettamente la situazione in cui ci troviamo! – verrebbe da credere. Magari un politico particolarmente illuminato… – oh, no, questo no, non è credibile. Non ve ne sono proprio di politici così avveduti, soprattutto a sud delle Alpi e a nord del Mediterraneo!
Beh, fu Alexis de Tocqueville, nel suo celebre testo La democrazia in America. E le scrisse nella prima metà dell’Ottocento – l’opera fu poi pubblicata nel 1835-1840. Duecento anni fa, quasi.
Ergo, non lamentiamoci noi tutti, umanità contemporanea, della situazione in cui ci siamo cacciati: è da secoli che potremmo sapere perfettamente le conseguenze della nostra apatica ottusità, e non facciamo nulla per cambiare le cose. La vera forza del potere dominante è l’apatia di chiunque vi si faccia assoggettare passivamente, di chi si sottometta al volere dei potenti e non capisca più – ignori, tralasci, dimentichi – che di norma dovrebbe funzionare al contrario, in una società civile. Dunque, come appunto chiosa Tocqueville, le mani indegne e deboli che ci comandano è assolutamente ciò che ci meritiamo. E ciò che ci farà sprofondare definitivamente nel baratro, se non ci decidiamo finalmente a fare qualcosa. Si dice, sapete, che quando il gatto non c’è, i topi ballano: Beh, qui il gatto c’é, ma s’è rincretinito, e il risultato è lo stesso.

Perché l’antiproibizionismo è logico (e morale)? Forse Persio Tincani ce lo può spiegare (e lo sa fare con… Filosofia!)

Perché è possibile acquistare alcol e tabacco, sperperare interi patrimoni famigliari in infernali videopoker da bar, mentre è illegale la vendita di marijuana che crea una dipendenza molto meno forte? E ancora: perché cento anni di “guerra alla droga” si sono rivelati un clamoroso fallimento, dal punto di vista economico, sociale e dell’ordine pubblico? Questo libro suggerisce una risposta semplice: la maggior parte delle contraddizioni e dei fallimenti riguardanti “la guerra alla droga” dipendono dalla proibizione stessa. È la proibizione che impedisce un controllo sulle sostanze, lasciando che circolino stupefacenti dalla composizione sconosciuta. È sempre la proibizione che alimenta un sistema criminale attorno alla produzione e alla vendita di droga. È infine la proibizione che pretende di stabilire cosa è dannoso per i singoli individui e vieta di assumere droghe nel modo più sicuro possibile. Attraverso una lucida disamina degli argomenti proibizionisti, l’autore svela che essi si fondano su un moralismo mosso da un illogico desiderio di controllo sociale.

Fino a qualche tempo la pensavo in modo opposto rispetto a quanto sostiene Persio Tincani in questo suo ultimo lavoro per Sironi Editore – ma forse più per un profondo disprezzo verso la figura dello spacciatore, vero e proprio venditore di morte e in modo anche più subdolo del più feroce soldato. Tuttavia quel dubbio messo in luce da Tincani l’ho a mia volta (e inevitabilmente) elaborato: perché da sempre la droga è combattuta in una guerra totale – come si pregiano di definirla enfaticamente gli stati e le istituzioni coinvolte – e nonostante ciò lo spaccio di sostanze stupefacenti è sempre più diffuso? E’ guerra vera, dunque, o dietro c’è qualcosa che è opportuno nascondere? E quindi: serve combattere tale “guerra”, o molto più semplicemente ed efficacemente basta togliere di mezzo il senso e lo scopo per cui si pratica lo spaccio? Ciò significa dare via libera all’orrore della tossicodipendenza di massa, o forse le si toglie qualsivoglia “fascino” e fine, come da sempre accade nella storia dell’uomo per ogni cosa circa la quale la proibizione ne alimenti l’attrattiva e la relativa proliferazione?
Non ci si può non porre tali domande di fronte, appunto, alla completa inefficacia della suddetta “guerra alla droga”, e ottime risposte per esse – non certo esposte per mera persuasione personale ma costruite su una ponderosa base di filosofia del diritto (disciplina di competenza accademica, per l’autore) – le si possono certamente trovare nel libro di Tincani. Il quale per giunta è uno dei più brillanti e arguti intellettuali in circolazione, autore di un altro notevole volume, “Ovunque in catene”. La costruzione della libertà. E intendo un intellettuale di quelli veri dunque rari, non dei tanti da talk show in TV.
Perché l’antiproibizionismo è logico (e morale) è una lettura assolutamente interessante e illuminante, che si concordi con le sue conclusioni oppure no – ma, ripeto, dissentire significa anche non considerare una buona parte, parecchio imbarazzante per la nostra civiltà, della realtà dei fatti.

“Filosofia dell’umorismo”, John Morreall

«L’umorismo ci insegna che la strategia universale per vivere bene è la versatilità. Di fronte a un certo tipo di “cattive notizie” non c’è nulla che potremmo fare per migliorare la situazione eccetto che prendere una distanza emotiva e trasformarle, da tragiche a divertenti. Ricordo le parole che Oscar Wilde pronunciò in punto di morte: “Questa carta da parati è atroce. Uno di noi due se ne deve andare”.»

Filosofia dell’umorismo – Origine, etica e virtù della risata, di John Morreall, per Sironi Editore. Certamente una mia prossima lettura.

Pochi ma buoni

“Non cercare il favore della moltitudine: raramente esso si ottiene con mezzi leciti e onesti. Cerca piuttosto l’approvazione dei pochi; ma non contare le voci, soppesale.”
Immanuel Kant.

“(…) raramente esso si ottiene con mezzi leciti e onesti“. Ok, era Kant, ovvero certo non l’ultimo dei pirla – come si dice – ma viveva nel XVIII secolo… E aveva già capito il rischio insito nella politica, nello spettacolo, nel consumismo sfrenato, nella TV contemporanea, in quasi ogni altro media nazional-popolare…
Così come, di contro, aveva capito che le idee buone si nutrono di qualità, non di quantità… Ecco perché nelle cose sopra citate non se ne trovano proprio…