Le montagne della Lombardia e il dissesto (della logica)

Leggo sulla stampa (qui ad esempio) che la Regione Lombardia ha approvato la graduatoria del bando “Dissesti 2024” allo scopo di finanziare interventi di difesa del suolo e contrasto al dissesto idrogeologico nei territori montani. Al bando sono stati destinati 7,7 milioni di Euro.

In pratica, la Lombardia investe per la salvaguardia idrogeologica di tutto il territorio regionale meno del costo di un singolo impianto di risalita per lo sci (una telecabina di medie dimensioni costa 10-12 milioni, una funivia anche 20 e più).

Secondo voi ha senso tutto ciò? E che conclusioni se ne possono derivare riguardo l’attenzione della Regione Lombardia verso il proprio territorio montano e chi lo vive quotidianamente?

Sono domande retoriche, lo so. Volutamente.

Leggo anche che al bando sono state presentate 267 domande, delle quali sono state 249 ritenute ammissibili ma, vista la scarsità di fondi, solo 23 progetti hanno potuto accedere al contributo.

Ribadisco: che senso ha tutto ciò?

Forse, di senso la cosa ne avrebbe un po’ di più se parte delle centinaia di milioni che la Lombardia destina ai nuovi impianti sciistici, sovente in zone dove la crisi climatica rende già oggi problematico sciare e entro pochi anni lo renderà impossibile, fosse destinata a rimpinguare interventi di ben altra importanza e utilità per le comunità di montagna, come quelli legati alla difesa del suolo e alla salvaguardia dal dissesto idrogeologico. No?

Il tempo bipolare

Di questi tempi dalle mie parti abbiamo a che fare con un tempo meteorologico “bipolare”, che prima ti sorride e ti culla con condizioni serene e piacevoli e solo dopo pochi minuti s’incattivisce scatenandoti contro venti tempestosi e nubifragi violenti, che inesorabilmente provocano danni diffusi in quantità. Poi le nubi si diradano e il sole che spunta ti sfianca e arrostisce, ma basta una mezza giornata perché tutto cambi e sembri autunno inoltrato. Si va da un estremo all’altro, anche geograficamente: nel nord Italia pioggia come non se ne vedeva da lustri e al sud – una distanza in fondo breve, sulla scala globale – una siccità drammatica e inquietante.

Abbiamo pure constatato la neve che d’inverno non è caduta ma è arrivata quando era primavera e ora, fondendo rapidamente nei giorni più caldi, ingrossa i fiumi già gonfi per le piogge a loro volta mai così intense nelle quantità d’acqua scaricate al suolo aggravando le conseguenze delle possibili – ma più spesso inevitabili – esondazioni, nel mentre che di contro già si annunciano giorni prossimi roventi come non mai a fronte dei mesi precedenti da primato assoluto in quanto a temperature medie registrate, le più alte dall’era preindustriale.

Insomma: l’estremizzazione dei fenomeni meteorologici dovuta al cambiamento climatico è palese, non solo nelle loro manifestazioni quanto più nella frequenza. Il che, inesorabilmente come il loro accadimento, cagiona conseguenze ben materiali e concrete ai nostri territori e al modo con il quale li abitiamo e ci adattiamo alle loro geografie. Il problema che abbiamo tutti quanti non è solo quello, ineludibile, di tentare di frenare il cambiamento climatico nel lungo termine ma – con ancora più impellenza, per molti versi – di sviluppare un’adeguata resilienza nel breve se non nel brevissimo termine, a beneficio delle nostre comunità e per i territori che abbiamo antropizzato in modalità non più adeguate alle condizioni in divenire e ai loro effetti più complessi.

Ce la faremo, secondo voi, a elaborare queste contromisure, oppure sia nel breve termine che nel lungo finiremo per subire le peggiori conseguenze di questa realtà in costante e all’apparenza inarrestabile evoluzione?