Summer Rewind #8 – Le parole che servono, nulla più

(Una selezione “agostana”, dunque random ma non troppo, di alcuni dei più apprezzati articoli apparsi in passato dal blog. Questo, pubblicato in origine il 5 giugno 2015.)

Vignetta di Cavez: https://www.facebook.com/FanCavez
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Questa vignetta, e soprattutto ciò che sottintende – le tante, troppe parole vuote e inutili che intasano l’etere contemporaneo, pronunciate da personaggi che in molti casi a starsene in silenzio avrebbero solo da guadagnarci, e il mondo con loro – mi fanno tornare in mente gli amici della Valtellina presso i quali ho passato innumerevoli vacanze estive, e quel loro modo di fare per il quale sembrava che vi fosse un limite, misterioso tanto quanto invalicabile, di parole da spendere al giorno.
Ciò fin dai convenevoli, allora come adesso quando torno a trovarli – purtroppo meno di quanto vorrei. Da essi ho imparato che i convenevoli più sono apparentemente cordiali, più facilmente sono falsi. Lassù non ci si vede da mesi, poi ci si incontra e: “Ciao. Allora?” Fine, un sorriso, uno sguardo e nulla di più – al massimo una stretta di mano, ma solo in occasioni particolari. Ma, in così poche e brevi parole, c’era e c’è quella cordialità e quello spirito amichevole che non abbisognano, appunto, di troppe parole, di tante frasi fatte per essere manifestati.
E poi, alla richiesta di farsi raccontare quanto accaduto durante la reciproca lontananza – il suddetto “Allora?” basta e avanza per ciò – nessun ampolloso resoconto da talk show televisivo, semmai poche formule convenzionali. “Ma sì, dai!” significa che va tutto bene, “Insomma…” lascia intendere che vi sia qualche problema, e “Uff!” o “Bah!” che è accaduto qualcosa di preoccupante. Ma in tal caso, nuovamente, non c’è da aspettarsi alcuna articolata cronaca: solo qualche cenno, più o meno vago. E questo non perché non vogliano raccontare o si tengano per sé certi fatti dacché privati e non te li vogliano raccontare; semmai perché lassù la ricerca di consenso e di considerazione altrui – possibilmente condita da una buona dose di (pseudo)condivisione dello stato d’animo, che essendo forzata è immancabilmente falsa – non è cosa ambita, anzi. Forse anche perché quegli amici conservano ancora un tradizionale ovvero innato istinto all’autonomia quotidiana, al cercare di cavarsela da soli, prima di dover chiedere ad altri. E, sia chiaro, non sto parlando di montanari retrogradi e asociali da poco usciti dalle capanne e dalle stalle di legno e paglia – in tal senso c’è molta più primitività civica e sociale in città, sotto parecchi punti di vista.
Insomma, giusto le parole che servono, non di più, mai fuori luogo, mai senza un senso necessario – almeno nei discorsi importanti. Un’abitudine derivante dall’essere di frequente soli, in quell’ambiente montano? No, non credo. Forse un tempo poteva essere così, quando la vita in montagna era certamente  ben più ostica di quella attuale. Penso invece più alla preservata facoltà di comprendere l’essenza delle cose, di stare nel nocciolo di esse senza troppe divagazioni nell’inutilità d’intorno – una facoltà che senza dubbio la montagna aiuta a perseguire. Oppure – mi viene da pensare in modo forse esageratamente poetico – la capacità di saper ancora apprezzare il silenzio. Il silenzio della Natura, quel silenzio che a noi cittadini ci è stato vietato dalla nostra rumorosa, cacofonica società, che viene costantemente cancellato dall’incontrollato e insensato profluvio di parole proveniente da ovunque, che ci è stato imposto dalla TV – strumento fondamentale di controllo di massa, ça va sans dire – la quale ci ha abituato a sentire di continuo qualcuno che parla fino ad averci disabituato (strategicamente) ad ascoltare veramente. Quel silenzio che invece tra i monti probabilmente c’è ancora, e che rappresenta la condizione ideale per ascoltare, appunto, quanto si ha intorno e, ancor più, sé stessi.
Tornerò presto a trovare quei miei amici, su in Valtellina. Una volta ancora ci si saluterà come se ci si fosse visti ieri – e invece sono mesi che non passo da loro – si scambieranno tre parole, e poi magari si starà sul terrazzo ad osservare verso il possente orizzonte alpino fatto di boschi, cime, pareti e nevi eterne che chiude su tre lati l’orizzonte della valle, senza dire nulla. Ma ascoltandoci reciprocamente come difficilmente mi può accadere altrove.

Le parole sono importanti! (Ribadisco!)

bla-blaHo sempre più l’impressione che la gente comune abbia perso la cognizione dell’importanza delle parole. Le getta intorno a sé come nel deserto getterebbe tutt’intorno innumerevoli granelli di sabbia, senza nemmeno curarsi del gesto, del suo senso, dei suoi eventuali effetti ovvero di dove quei granelli vadano a cadere.

Invece sono importanti, le parole, anzi: sono fondamentali. Temo che è anche per questo motivo se oggi siamo totalmente circondati da così tante “parole” – articolate, proferite, urlate, scritte ovunque possano essere scritte – che tuttavia alla fine dicono poco o nulla. Perché le parole sono importanti quando hanno un senso che dà loro valore e che può essere comunicato, altrimenti non servono a granché. E di parole capaci di presentare e trasmettere un così sostanziale valore ce ne sono poche, io credo: certamente molte meno di quelle proferite e scritte, appunto.

Le parole che servono, nulla più

Vignetta di Cavez: https://www.facebook.com/FanCavez
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Questa vignetta, e soprattutto ciò che sottintende – le tante, troppe parole vuote e inutili che intasano l’etere contemporaneo, pronunciate da personaggi che in molti casi a starsene in silenzio avrebbero solo da guadagnarci, e il mondo con loro – mi fanno tornare in mente gli amici della Valtellina presso i quali ho passato innumerevoli vacanze estive, e quel loro modo di fare per il quale sembrava che vi fosse un limite, misterioso tanto quanto invalicabile, di parole da spendere al giorno.
Ciò fin dai convenevoli, allora come adesso quando torno a trovarli – purtroppo meno di quanto vorrei. Da essi ho imparato che i convenevoli più sono apparentemente cordiali, più facilmente sono falsi. Lassù non ci si vede da mesi, poi ci si incontra e: “Ciao. Allora?” Fine, un sorriso, uno sguardo e nulla di più – al massimo una stretta di mano, ma solo in occasioni particolari. Ma, in così poche e brevi parole, c’era e c’è quella cordialità e quello spirito amichevole che non abbisognano, appunto, di troppe parole, di tante frasi fatte per essere manifestati.
E poi, alla richiesta di farsi raccontare quanto accaduto durante la reciproca lontananza – il suddetto “Allora?” basta e avanza per ciò – nessun ampolloso resoconto da talk show televisivo, semmai poche formule convenzionali. “Ma sì, dai!” significa che va tutto bene, “Insomma…” lascia intendere che vi sia qualche problema, e “Uff!” o “Bah!” che è accaduto qualcosa di preoccupante. Ma in tal caso, nuovamente, non c’è da aspettarsi alcuna articolata cronaca: solo qualche cenno, più o meno vago. E questo non perché non vogliano raccontare o si tengano per sé certi fatti dacché privati e non te li vogliano raccontare; semmai perché lassù la ricerca di consenso e di considerazione altrui – possibilmente condita da una buona dose di (pseudo)condivisione dello stato d’animo, che essendo forzata è immancabilmente falsa – non è cosa ambita, anzi. Forse anche perché quegli amici conservano ancora un tradizionale ovvero innato istinto all’autonomia quotidiana, al cercare di cavarsela da soli, prima di dover chiedere ad altri. E, sia chiaro, non sto parlando di montanari retrogradi e asociali da poco usciti dalle capanne e dalle stalle di legno e paglia – in tal senso c’è molta più primitività civica e sociale in città, sotto parecchi punti di vista.
Insomma, giusto le parole che servono, non di più, mai fuori luogo, mai senza un senso necessario – almeno nei discorsi importanti. Un’abitudine derivante dall’essere di frequente soli, in quell’ambiente montano? No, non credo. Forse un tempo poteva essere così, quando la vita in montagna era certamente  ben più ostica di quella attuale. Penso invece più alla preservata facoltà di comprendere l’essenza delle cose, di stare nel nocciolo di esse senza troppe divagazioni nell’inutilità d’intorno – una facoltà che senza dubbio la montagna aiuta a perseguire. Oppure – mi viene da pensare in modo forse esageratamente poetico – la capacità di saper ancora apprezzare il silenzio. Il silenzio della Natura, quel silenzio che a noi cittadini ci è stato vietato dalla nostra rumorosa, cacofonica società, che viene costantemente cancellato dall’incontrollato e insensato profluvio di parole proveniente da ovunque, che ci è stato imposto dalla TV – strumento fondamentale di controllo di massa, ça va sans dire – la quale ci ha abituato a sentire di continuo qualcuno che parla fino ad averci disabituato (strategicamente) ad ascoltare veramente. Quel silenzio che invece tra i monti probabilmente c’è ancora, e che rappresenta la condizione ideale per ascoltare, appunto, quanto si ha intorno e, ancor più, sé stessi.
Tornerò presto a trovare quei miei amici, su in Valtellina. Una volta ancora ci si saluterà come se ci si fosse visti ieri – e invece sono mesi che non passo da loro – si scambieranno tre parole, e poi magari si starà sul terrazzo ad osservare verso il possente orizzonte alpino fatto di boschi, cime, pareti e nevi eterne che chiude su tre lati l’orizzonte della valle, senza dire nulla. Ma ascoltandoci reciprocamente come difficilmente mi può accadere altrove.

Sul valore concreto di certa critica letteraria contemporanea (una conversazione da bar…)

Striscia tratta da http://www.orsociccione.com/
Striscia tratta da http://www.orsociccione.com/

Io: «No, ma dico, voi due… Sempre e solo a parlare di calcio e delle tette di quelle che passano qui fuori?»
Gli altri: «Eh, e di cosa dovremmo parlare, allora?»
Io: «Mah, non so… di libri, tipo.»
L’altro 1: «Libri? Ma se l’ultimo di libro l’ho letto a scuola!»
Io: «E che centra? Ma non sai che c’è gente che fa il critico letterario, e di libri nel legge anche meno di te?»
Gli altri: «See, addirittura!»
Io: «Guardate che è più semplice di quanto pensiate.… Tu, ad esempio, prova a dirmi qualcosa da critico letterario…»
L’altro 1: «Beh… non so… tipo su un libro?»
Io: «Sì, dai, prova. Qualsiasi cosa.»
L’altro 1: «Ehm, dunque… l’ultimo libro che ho letto mi è sembrato…»
Io: «Ti era piaciuto, quel libro?»
L’altro 1: «Beh, sì, non era male…»
Io: «Quindi…?!»
L’altro 1: «Mi è sembrato… un buon libro?»
Io: «Mmm, puoi fare di meglio.»
L’altro 1: «Ehm… l’ultimo libro che ho letto… uhm…»
L’altro 2: «Ehi, quella non è la (omissis)?»
L’altro 1: «C***o, che vestito s’è messa? Si vede tutto…»
L’altro 2: «Eh, tutto quello che serve! Ti fa vedere il Sole, la Luna e le stelle tutte insieme, quella lì!”
Io: «Ecco, ci siamo! Dunque…?!»
L’altro 1: «Eh?!?»
Io: «Dico, prova a unire le due cose… a fare un riassunto, ecco…»
L’altro 1: «Dunque… ehm… quel libro che ho letto mi ha fatto vedere il Sole, la Luna e le stelle…?!»
Io: «Ecco, bravo. Ancora un paio di frasi del genere, e diventi più bravo di tanti critici che scrivono sui giornali pensando di essere chissà chi!»
L’altro 1: «Dici?»
Io: «Dico. Che poi, guarda caso, sapete chi scrisse che nei libri “c’è tutto ciò di cui hai bisogno, sole stelle luna”?»
L’altro 1: «Ahah, come ho detto io, quasi… No, io non lo so.»
L’altro 2: «No.»
Io: «Hermann Hesse. Che non è un calciatore tedesco, eh! E’ uno scrittore. Bravo, come molti altri. Non tutti, ma molti sì. Provate a leggerlo, magari vi piace.»
Gli altri: «Dici?»
Io: «Dico.»

Troppe parole vuote al vento…

bla-bla-bla-blaMolti uomini pubblici dimostrano di saper ben parlare: spesso essi fanno i politici, gli ecclesiastici, gli uomini di spettacolo, gli imbonitori di vario genere, e diffondono quanto più possibile tutta quella loro eloquenza dai media. basta che si ritrovino davanti un microfono nel quale parlare, ed è come avessero indiscutibile carta bianca per farlo senza limite alcuno. Altrettanto spesso essi posseggono la dote di dare bella e allettante forma parlata a pensieri che meriterebbero mooooolto minore impegno: è un esercizio al quale evidentemente si applicano parecchio… Ma quanti di essi, che parlano così bene a pubblici più o meno vasti, sanno parlare a sé stessi? Quanti di essi, fieri di saper fornire suadenti tanto quanto vacue risposte alle domande della gente, sanno rispondere a sé stessi e a domande autenticamente importanti? E quanto sanno domandare a sé stessi? Quanto sanno chiedersi di sé stessi?
Temo che a questo nostro mondo troppa gente pretenda di parlare, ovvero si arroghi il diritto di parlare a piacimento ma senza dire veramente nulla di che, senza rispondere a domande legittime, senza che le loro parole servano a qualcosa. Non so, sembra quasi una mirata strategia di saturazione verbale dell’aria, fatta in modo che chi veramente ha qualcosa di importante da esprimere non lo possa dire.
Troppe parole al vento e sproloqui a vanvera, troppa cacofonia orale, troppo rumore nelle nostre orecchie. Forse, se quei personaggi suddetti imparassero a parlare prima a sé stessi e ad ascoltare veramente quanto dicono così da rendersene ben conto, di parole inutili nell’aria ce ne sarebbero molte meno; tuttavia temo che questa circostanza richieda necessariamente una buona connessione tra mente e bocca, il che me la fa credere piuttosto ardua – e ciò a prescindere che si debba ritenere valida l’idea sulla strategia di saturazione sopra esposta: “chi molto dice, pensa poco”, scrisse Carlo Dossi
Ma mi torna in mente pure un altro buon adagio popolare: è spesso meglio stare zitti e far ritenere di essere idioti piuttosto che aprir bocca e dimostrare di esserlo veramente… (Uh! Ecco perché, a ben vedere, quegli stessi personaggi mi sembrano tali, quando mi tocca di doverli ascoltare!)