Ma quanto sono alte veramente, le montagne? (Un mio articolo su “Orobie” di settembre)

L’altimetria, ovvero la determinazione della corretta altitudine delle vette montuose, è una disciplina che fin dalle sue origini ha suscitato tanto interesse quanto discussioni e controversie. Nata per esigenze politico-militari, la scienza altimetrica si è evoluta di paro passo con lo sviluppo della topografia, e le vette alpine hanno rappresentato un ambito ideale per le relative sperimentazioni, anche in forza della visione scientifica di matrice illuministica che sovente ispirava i primi conquistatori delle cime delle Alpi. Le misurazioni originarie, compiute con i sistemi ottici, trigonometrici e barometrici concepiti allo scopo e inesorabilmente soggette a numerose variabili ambientali, dunque a risultati controvertibili o errati, confluirono poi nella cartografia dell’Istituto Geografico Militare, che dalla metà dell’Ottocento ha unificato i precedenti rilievi topografici diventando il cartiglio geografico nazionale di riferimento, tuttavia in tal modo “ufficializzando” pure alcune rilevazioni altimetriche (e tonopomastiche) inesatte le quali, dunque, si trascinano fino ai giorni nostri […]

Sul numero 324 – settembre 2017 della rivista Orobie, nelle pagine dedicate al bellissimo itinerario che percorre la cresta Sud del Resegone, potete leggere un mio articolo (breve ma spero suggestivo) in tema di altimetria e quote dei monti, al quale il testo che avete appena letto fa da incipit: una questione all’apparenza di poco conto, anche per gli stessi appassionati di montagna e alpinismo, ma la cui storia rivela episodi sovente singolari e curiosi. In effetti ancora oggi, nel nostro mondo iper-tecnologico nel quale sembra che ogni cosa possa essere svelata e conosciuta fin nei minimi termini, un dato tutto sommato macroscopico come la quota dei monti – per motivi vari ai quali rapidamente accenno nell’articolo – non è così scontato…

Orobie ovviamente la trovate in tutte le edicole, se già non ne siete abbonati. Cliccate sull’immagine della copertina, lì sopra, per saperne di più… e buona lettura!

P.S.: ringrazio di cuore la redazione della rivista e in particolare Massimo Sonzogni per avermi concesso questa preziosa opportunità.

Basta col piazzare croci sui monti!

Prendo spunto dall’articolo sopra riprodotto (tratto da L’Eco di Bergamo dell’8 aprile – giornale peraltro legato alle gerarchie cattoliche locali) che ribadire un concetto che sostengo da sempre (vedi qui, ad esempio) con irremovibile forza: basta con il piazzare croci sulle vette dei monti!

È una pratica indegna e bieca già da tempo denunciata da più parti (si legga al proposito il pensiero di Reinhold Messner, oppure quello del grande antropologo Annibale Salsa) non solo per l’inquinamento visivo, culturale e materiale che apporta in spazi di naturale purezza ambientale, per giunta di limitatissima estensione: ancor più, è qualcosa di sostanzialmente blasfemo. Le vette dei monti fin dalla notte dei tempi sono luoghi dotati d’una loro forte sacralità – non a caso religioni d’ogni epoca le hanno considerate tali, e non soltanto quelle di matrice pagana – che trascende da qualsivoglia simbologia e iconografia di parte. Piazzarci un manufatto espressamente “confessional-politico” come una croce non c’entra nulla con qualsiasi buon concetto di fede (anzi, lo svilisce terribilmente) e rappresenta un vero e proprio vilipendio a quella ancestrale sacralità assoluta, la profanazione di un luogo che rappresenta la forma più pura di contatto tra la Terra e il cielo – da ciò, primariamente, ricavando la sua intangibilità sacra. Di più: quelle croci sulle vette dei monti, che vorrebbero affermare la forza e la supremazia della religione cristiano-cattolica sul sottostante mondo antropizzato, in verità ne sanciscono innegabilmente la totale debolezza. Perché se c’è bisogno di tali manufatti simbolici, sovente di materiali e dimensioni volgarmente impattanti sul paesaggio, per affermare qualcosa che si ritiene indiscutibile per (preteso) “diritto divino”, è la prova della sostanziale ipocrisia e della matrice ingiuntiva di tale diritto, e di tutto quanto ne consegue.

L’orribile croce sulla vetta del Pizzo Formico, nelle Prealpi Bergamasche, alta ben 19 metri!

Ugualmente, che qui, ancora oggi, si faccia il possibile per disseminare di croci le montagne, è altrettanta prova della sconcertante arretratezza culturale della nostra società. Perché sì, è nuovamente una questione culturale, in primis: quella cultura, guarda caso, di cui il nostro paese è palesemente carente da tempo.

P.S.: e grazie di cuore alla Soprintendenza ai Beni Archeologici per la resistenza che, nel caso illustrato nell’articolo, sta opponendo. Anche se temo, vista la bieca potenza politica delle gerarchie cattoliche, soprattutto in zona, che tale resistenza possa essere presto soffocata, alla faccia di qualsiasi diritto naturale della Montagna e della sua cultura.