Una legge che condanna le montagne italiane alla mediocrità

[Foto di Patrick su Unsplash.]
Di recente è stata approvata dal Parlamento la cosiddetta “Legge sulla Montagna” «per il riconoscimento e la promozione delle zone montane».

Mi pare sia una solita legge all’italiana: a fronte di alcune cose buone, il testo presenta mancanze, dimenticanze, palesa una scarsa conoscenza della realtà montana nazionale e manifesta verso di essa ben poca sensibilità. Difetti che, nel complesso, rischiano di rendere inefficaci anche i «passi avanti» proposti.

Al riguardo mi trovo molto d’accordo con il comunicato che la Cipra Italia – delegazione italiana della Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi – ha emesso, che riporta le considerazioni sulla legge di Vanda Bonardo, presidente di Cipra Italia; lo vedete lì sopra (cliccatelo per scaricarlo in pdf). Soprattutto concordo su quanto rimarcato circa la sostanziale mancanza di una chiara visione sull’assetto istituzionale dei comuni montani: è la solita e ormai cronica mancanza di rappresentatività politica delle montagne e delle loro comunità, che evidentemente continuano a essere considerate dalle istituzioni come territori e cittadinanze di secondaria importanza, non meritevoli di una strategia di sviluppo strutturata e realmente efficace nonché ritenute incapaci di gestire la governance delle proprie montagne.

Tutto molto significativo, emblematico e d’altro canto per nulla nuovo, ribadisco.

Alla politica italiana, che governa le istituzioni pubbliche, delle montagne non interessa granché, e tanti dei problemi che oggi affliggono le comunità di montagna nascono proprio da questa trascuratezza di ormai lungo corso. Ne siano consapevoli, quelle comunità e, per quanto possibile, agiscano di conseguenza.

Ma la vacanza, oggi, è ancora una “vacanza”?

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]

Turismo oggi significa soprattutto consumo, intrattenimento, distruzione, superficialità e velocità; e la sua pratica è diventata talmente disciplinata e concentrata da essere talvolta più fonte di stress che di benessere. Spesso i turisti globali non sono interessati all’anima e alla storia del luogo che visitano, bensì vi si recano solo per fotografare e collezionare esperienze, sgomitando nervosi fra tante altre persone che si trovano nella stessa destinazione per lo stesso motivo, attratte dalle tendenze dei social più che da reali desideri. Mettersi in mostra online e poter affermare di averlo fatto è ormai diventato più importante del viaggio stesso. Invece, la fine del turismo e la nuova ecologia degli spazi del tempo libero possono significare la nascita di nuove forme di vacanza più educate, rispettose, lente, limitate e gestite; nelle quali il viaggio è lungo e fa parte dell’esperienza, e la meta non è un luogo da consumare e immortalare sullo schermo dello smartphone, bensì un territorio da osservare e conoscere nella sua complessità e in cui confrontarsi con l’altro, inteso come una cultura diversa dalla propria. ln questo modo la vacanza può diventare per tutti uno spazio di rigenerazione, benessere e arricchimento del sé, che si tratti di una città storica o di un ambiente naturale. Ciò si può accompagnare a una rivendicazione dell’ozio e del riposo, altrettanto importanti nella prospettiva della maggiore quantità di tempo libero da conquistare.

[Alex Giuzio, Turismo insostenibile. Per una nuova ecologia degli spazi del tempo libero, Altreconomia, 2025, pagg.153-154.]

Già, dice bene Alex Giuzio in questo passaggio del suo ottimo e illuminante libro (che ho avuto la fortuna di presentare lo scorso giugno a Oltre il Colle con l’autore): ma la vacanza per come ci viene venduta e imposta dai modelli turistici contemporanei, è veramente una vacanza? Oppure è solo una messinscena, una finzione che siamo indotti a recitare, una circostanza artificiosa ovvero la riproposizione dei conformismi e dei cliché del nostro modus vivendi quotidiano, soltanto modulati in altre forme per ingannarci al riguardo? E se fosse anche per ciò che molta parte del turismo oggi proposto fosse “insostenibile”? Perché non è sostenibile che si possa realmente considerare “turismo” nel senso buono del termine?

Forse anche questi aspetti del tema in questione andrebbero finalmente analizzati e compresi meglio, se si vorrà elaborare un’evoluzione dei modelli turistici veramente virtuosa e benefica per i territori, le comunità che li abitano e i vacanzieri che li frequentano.

Il comprensorio Colere-Lizzola diventa sempre più grande, più assurdo, più devastante (e le comunità locali se ne stiano zitte!)

A leggere le ultime novità riguardanti il celebre e famigerato nuovo comprensorio sciistico tra Colere e Lizzola, sulle Prealpi Bergamasche, per come vengono riferite dalla stampa locale (cliccate sull’immagine qui sopra per leggere l’articolo relativo), si fatica a capire se ci si trovi di fronte a un testo satirico, a una gara a chi la spara più grossa, a una pura e semplice farneticazione indotta da chissà quali sostanze oppure a un ben preciso piano di devastazione dell’intero territorio tra le due località pur di ricavarci più tornaconti possibile.

Nuovi impianti oltre a quelli già previsti, nuove piste, infrastrutturazione di ulteriori aree naturali tutelate, cementificazione alberghiera, con conseguente lievitazione dei costi previsti di 70 milioni di Euro, dei quali 50 pubblici, a cifre ben maggiori (facilmente oltre i 100 milioni) e un generale, spaventoso menefreghismo per i territori montani coinvolti, la loro bellezza, l’ambiente naturale e le comunità residenti. Il tutto, per costruire un comprensorio privo di capacità concorrenziali con quelli ben più grandi e importanti sulle Alpi lombarde, in una zona nella quale tra non più di 15 anni non nevicherà più e nemmeno ci saranno le temperature per sparare e conservare al suolo la neve artificiale (scommettiamo?) e in un territorio che avrebbe bisogno di ben altre pianificazioni politiche e economiche per supportare realmente le comunità che vi risiedono.

È ormai inutile, oltre che ipocrita, ricordare che se non si realizza tale scriteriato progetto c’è il rischio che «il comprensorio di Lizzola chiuda per sempre»! Chiuderebbe comunque nel giro di qualche anno e di contro il rischio veramente grave è che per sempre vengano devastati ampi territori sui monti della zona compromettendone la bellezza, l’ambiente, l’ecosistema oltre che l’attrattività turistica, al contempo distruggendone definitivamente il tessuto economico e sociale.

[Il “masterplan” iniziale del progetto sciistico tra Lizzola e Colere.]
I promotori del progetto stanno continuamente dimostrando di fregarsene bellamente del futuro di questi territori, interessandosi solo ai tornaconti del loro progetto, dunque è bene che siano le comunità residenti, gli abitanti, i villeggianti abituali tanto quanto quelli occasionali e chiunque abbia a cuore queste montagne, a chiedersi: è questo che serve ai territori coinvolti? È veramente ciò di cui hanno bisogno le comunità per continuare a vivere tali territori e a costruire in essi il proprio futuro? Nella realtà che stiamo vivendo, con sempre meno neve e temperature sempre più alte, è lo sci l’economia turistica più adatta a montagne come quelle dell’alta Valle Seriana e della Valle di Scalve? E che ne sarà dei territori, della loro bellezza, dei paesi, dei servizi, della loro vivibilità, se un progetto del genere venisse realizzato, con la sua promessa di decuplicare le presenze turistiche nei weekend per poi generare la più triste desertificazione nel resti della settimana? Cosa si pensa, che sia tale forma di turismo massificato a ondate intermittenti quella che permette di ottenere i servizi di base per le popolazioni residenti in loco?

[La situazione della neve sulle piste di Colere a inizio dicembre 2024.]
Bisogna sempre farsi domande su ciò che ci accade intorno – o potrebbe accadere nel futuro – cercando di trovare le risposte più valide e sensate possibili. E dalle domande che sorgono nella conoscenza del progetto sciistico tra Colere e Lizzola e dei suoi sviluppi, si genera una risposta che compendia tutte le altre: si tratta di una assurda, devastante follia che, se realizzata, metterà definitivamente in ginocchio quei territori.

Oh, ma ovviamente ci sarà qualcuno che da tutto ciò ci guadagnerà e anche molto, probabilmente, alle spalle di chiunque altro e, soprattutto, delle (ancora per il momento) meravigliose montagne seriane e scalvine. Siamo veramente disposti a lasciare che ciò avvenga? A svendere queste montagne per il tornaconto di pochi? Pensiamoci, è veramente il caso di farlo. E da subito.

N.B.: grazie di cuore a OrobieVive, al Collettivo “Terre Alt(r)e” e in particolar modo ad Angelo Borroni, per il costante lavoro di monitoraggio e analisi che stanno facendo al riguardo.

L’overtourism non è nato ieri e di questo passo la politica non lo risolverà né oggi e né domani

Guardate le due immagini sopra pubblicate, soprattutto in merito alle tante persone che si vedono dentro e fuori le piste da sci.

Quella in alto è recente, e mostra le piste di St.Anton am Arlberg, in Austria; quella sotto è una veduta dei Piani di Bobbio, sulle montagne lecchesi, ed è del 1965. La prima viene spesso utilizzata (l’ho fatto anche io) per disquisire di overtourism, o iperturismo, in montagna, ma non che mostri una situazione molto diversa dalla seconda, di più di mezzo secolo precedente. Solo che nel 1965 il concetto di “overtourism” non era stato ancora delineato quindi nessuno ne parlava, almeno nei termini odierni – per la cronaca, il termine overtourism nasce e viene definito nei primi anni Duemila, anche se già da tempo se ne discuteva pur senza concettualizzarlo.

Tuttavia, ancora prima di quell’immagine d’antan dei Piani di Bobbio e che si comprendessero gli effetti del boom economico nel mondo occidentale, quindi anche sulle abitudini turistico-vacanziere degli italiani, il grande scrittore e saggista tedesco Hans Magnus Enzensberger aveva capito tutto.

Nel 1962, in Una teoria del turismo (pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1965 nel volume Questioni di dettaglio. Poesia, politica e industria della cultura), Enzensberger così scrisse:

Il desiderio nostalgico di liberarsi dalla società andandosene lontano è stato ridisciplinato secondo le regole di quella società da cui si fuggiva. La liberazione dal mondo dell’industria si è stabilita essa stessa come industria; il viaggio dal mondo delle merci è diventato una merce.

In tre semplici righe il grande intellettuale tedesco riassunse l’evoluzione del turismo nei decenni successivi con incredibile lucidità, quasi con chiaroveggenza. Capì che il turismo, per come si stava conformando nei proprio modelli “strategici” avrebbe trasformato, cioè ridisciplinato i luoghi turistici in base alle regole delle città, soffocandone e a volte cancellandone l’identità e l’alterità con gli spazi urbani, elementi scomodi per un turismo che prendeva a puntare decisamente sulla quantità a scapito della qualità – anche dei luoghi. Capì che il turismo stesso si stava trasformando in industria non dissimile a quella dalla quale i vacanzieri lavoravano per quasi tuto l’anno desiderando solo di fuggirne per qualche giorno di ferie: e non casualmente oggi si parla di «industria del turismo», «industria dello sci» così come di fordismo e post-fordismo in merito all’evoluzione contemporanea del turismo. E capì che persino il viaggio, da esperienza più o meno formativa, più o meno ludica o ricreativa e quant’altro, era diventata una merce da vendere e nulla di più: non a caso, quando si prenota una vacanza, si acquista un «pacchetto-viaggio» no? Una definizione quanto mai rappresentativa riguardo la mercificazione turistica di natura consumistica oggi ormai imperante.

In questo modo, inevitabilmente, anche i luoghi sottoposti ai flussi turistici sono stati mercificati in quanto parte di quel “pacchetto-viaggio” da vendere e sottoposti al soddisfacimenti dei bisogni e delle pretese del turista, non viceversa come di logica dovrebbe essere. Il turismo è diventato un ingrediente importante e pressoché irrinunciabile della «società dei consumi» – altra definizione del tutto eloquente – che Umberto Eco chiamava anche democrazia del benessere, primariamente basata sulla massificazione consumistica di ogni elemento ne faccia parte.

In buona sostanza, era inevitabile che il turismo, così come altre cose contemporanee, finisse per diventare iper-/over- e generasse molteplici gravi disequilibri nei territori turistificati.

Dunque, cosa si può ricavare da questa disamina? Be’, innanzi tutto una cosa fondamentale: che da quelle “previsioni” di Enzensberger dei primi anni Sessanta ad oggi, cioè in più di mezzo secolo, nessuno, soprattutto nella politica, ha pensato bene di elaborare una gestione efficace dei modelli turistici in divenire, anzi, ha ritenuto solo di potersene approfittare e spingere sull’acceleratore degli affarismi conseguenti, con i risultati che oggi in sempre più numerose località si stanno denunciando e lamentando. E i problemi al riguardo non sono dati solo dall’iperturismo, ce ne sono altri dalle conseguenze altrettanto deleterie.

Posto ciò, è ancor più inquietante constatare che, nonostante tutto quanto sopra, vi siano ancora tanti amministratori locali che pur di fronte a fenomenologie di evidente degrado – ambientale, sociale, economico, culturale, identitario… – dei propri territori, sostanzialmente fingono di nulla e, al netto di qualche bella parola spesa con i media, perseverano in quei modelli di massificazione e turistificazione esasperati, pensando solo a quanti tornaconti ci si possa ricavare prima che tutto inevitabilmente imploda.

Atteggiamenti politici e amministrativi del genere non possono essere più tollerati, in nessun luogo e tanto più nei territori montani, particolarmente pregiati tanto quanto fragili e già ricchi di criticità non indifferenti. Ne va del loro futuro e, soprattutto, delle comunità che ci abitano le quali devono rielaborare la consapevolezza cultura, civica e politica per contrastare quegli atteggiamenti deleteri facendo massa critica per cambiarne il corso e indirizzarlo finalmente e pienamente a vantaggio dei territori e dei loro abitanti, il che senz’altro genera altrettanti vantaggi per i visitatori di tali territori. È una questione di futuro, ribadisco, semplice tanto quanto fondamentale: ovvero di saperlo costruire tutti insieme o viceversa tutti insieme negarselo. Con conseguenze di inesorabile gravità.

Fare fronte comune in difesa dei luoghi che abitiamo

La giornata di ieri a Osio Sopra (Bergamo) dedicata al futuro dei nostri luoghi urbani e naturali nella crisi socio-ambientale in corso, alla quale ho avuto il piacere di partecipare in qualità di “moderatore” (ma ancor più di persona lì per conoscere e imparare cose interessanti) ha rappresentato un’altra bella e preziosa occasione di narrazione, dialogo, confronto, proposizione e, ultimo ma non ultimo, presa di coscienza civica sul mondo che abitiamo e su cosa vogliamo che sia da qui al domani.

Le esperienze delle “Creature del Don Bosco” sulla mobilitazione che ha fermato la distruzione del Parco Don Bosco di Bologna salvandolo dalla cementificazione selvaggia, di “I sollevamenti della terra” sulla vicenda dell’impianto di risalita al Corno alle Scale, sull’Appennino Tosco-Emiliano, ennesima opera sciistica che nasce già morta viste le quote (sotto i 1700 metri) alle quali viene realizzata, e del Collettivo “Terre Alt(r)e” sull’ormai famoso – e/o famigerato – collegamento sciistico tra Colere e Lizzola, narrate dai diretti protagonisti e messe in relazione grazie agli aspetti che li accomunano – perché tali progetti calati dall’alto sui territori senza alcuna interlocuzione con i loro abitanti si basano su dinamiche sempre uguali, in fondo – contribuiscono a creare quella rete civica soggetti che fa ciò che troppo spesso la politica amministrativa non fa: ragionare con buon senso e lungimiranza sul destino dei propri territori elaborando per essi le iniziative più consone ai luoghi e alle comunità che li abitano. Un movimento che mette in pratica quell’ecologia popolare (cit. Sarah Gainsforth) che non mira solo alla salvaguardia ambientale ma, ancor più, a costruire il paesaggio abitato per come lo identifica la sua stessa definizione: una relazione armoniosa tra elementi naturali e presenza antropica, per il quale non conta tanto ciò che si fa ma come lo si fa e quanto sia consono ai luoghi e alla quotidianità delle persone che vi abitano.

Ringrazio di cuore Michela Benaglia che mi ha coinvolto con la raccomandazione degli amici di “Terre Alt(r)e”, l’associazione “Libera la Festa” che ha organizzato la giornata e i ragazzi di Joe Koala che l’hanno ospitata nel loro bellissimo spazio verde.

Alla prossima – cioè, a domenica prossima 1 giugno a Oltre il Colle (sì, a breve ne saprete di più!)