In memoria della Funicolare di Regoledo, un’opera all’avanguardia già più di un secolo fa

[Veduta del bacino dell’alto Lago di Como dal Sentiero del Viandante nei pressi di Regoledo, febbraio 2026.]
I numerosi escursionisti che percorrono il Sentiero del Viandante, l’affascinante e panoramico itinerario che, sospeso fra la montagna e la sponda orientale del Lago di Como, va da Lecco fino a Colico per poi proseguire in bassa Valtellina fino a raggiungere Morbegno, a una mezz’ora o poco più da Bellano attraversano un breve ponte immerso nel fitto bosco, al punto che quasi non sembra un ponte e ancor meno si accorgono di cosa scavalchi: si direbbe un corso d’acqua ma completamente in secca e dall’andamento stranamente rettilineo.

Nei pressi, un cartello metallico anch’esso non così evidente dacché corroso dal tempo rivela “l’arcano”: quello superato dal piccolo ponte era il vallo lungo il quale correva la linea della Funicolare di Regoledo, aperta in origine nel 1890 al servizio del Grand Hotel Regoledo (tra i più lussuosi dell’epoca, reso celebre dalle sue cure idroterapiche) e considerata ancora oggi un gioiello ingegneristico assoluto. Infatti immagino che anche a molti dei camminatori – almeno quelli italiani, visto che ce ne sono anche tanti stranieri – che superano il ponte senza rendersene conto, la storia dell’impianto di Regoledo sia nota, in particolare il suo ingegnoso sistema di trazione a contrappeso d’acqua: le due vetture erano dotate di serbatoi riempiti alternativamente da 3600 litri di acqua, così che, grazie a un sistema di argani, la vettura più pesante trainava verso monte quella leggera e, all’incrocio delle due (che avveniva proprio in prossimità del ponte attraversato dal Sentiero del Viandante), i passeggeri venivano trasbordati dall’una all’altra vettura e l’acqua travasata da quella superiore a quella inferiore, in modo da invertire il peso e la trazione delle cabine (per saperne di più sulle peculiarità tecniche dell’impianto potete consultare la sitografia in calce all’articolo). Purtroppo le vicende belliche legate ai due conflitti mondiali ostacolarono l’attività e il successo della Funicolare nonché del Grand Hotel di Regoledo, così che nel giugno del 1960 l’impianto venne definitivamente chiuso.

In ogni caso, al netto della sua notevole ingegneria, trovo che la Funicolare di Regoledo sia stato un impianto eccezionale, e a suo modo attualissimo, per due altri motivi che ne farebbero tutt’oggi un mezzo di trasporto all’avanguardia nonostante sia stato concepito la bellezza di 125 anni fa.

In primis, perché la Funicolare in origine era mossa da un argano elettrico ma, per eliminare alcuni inconvenienti tecnici che nel frattempo si erano manifestati, nel 1901 venne decisa la trasformazione della trazione al sistema ad acqua, poi realizzata nel 1903, che la pose tra le prime di questo genere in Italia. Dunque quello di Regoledo era un impianto totalmente a zero emissioni, “100% green” si direbbe oggi: qualcosa che è ancora parecchio difficile trovare in circolazione, anche tra i mezzi di trasporto contemporanei a trazione alternativa a quella termica la cui energia potrebbe essere prodotta in modi non completamente ecosostenibili.

Inoltre, peculiarità ancora più avanguardistica e altrettanto rara da constatare oggi, a Regoledo venne messo in atto un sistema di trasporto perfettamente integrato e, nella sua concezione, incredibilmente moderno: la stazione di partenza della Funicolare fu edificata accanto alla linea ferroviaria che da Milano portava in Valtellina e, all’uopo, si realizzò anche una fermata per i convogli in transito. Entrambe poi si trovavano a pochi metri da un apposito imbarcadero per i piroscafi che facevano servizio sul Lago di Como, dal cui attracco si saliva rapidamente alle stazioni ferroviaria e della funicolare. Così il turista che giungeva in treno da Milano o in battello da Como e dal bacino del Lago di Como poteva salire a godere i lussuosi servizi alberghieri e termali di Regoledo muovendo pochi passi e usufruendo di un efficientissimo sistema di trasporti pubblici integrato, come detto. All’epoca si trattava di una necessità, vista l’ancora scarsa diffusione delle autovetture (d’altronde appena nate) e la scomodità dei viaggi in carrozza lungo la tortuosa strada litoranea lariana; oggi sarebbe una attrazione turistica dall’appeal e dalle potenzialità enormi, proprio anche in forza della sua ecosostenibilità assolutamente consona alla sensibilità ambientale diffusa oggi. Di questi tempi, quando una mobilità pubblica così integrata sia disponibile, viene presentata come qualcosa di innovativo se non di rivoluzionario; be’, a Regoledo era la norma già più di 120 anni fa!

Ma, come detto, nel 1960 tutto finì, guarda caso negli anni in cui vennero chiuse altre infrastrutture di trasporto pubblico su rotaia (penso alle ferrovie delle valli bergamasche, per non andare troppo lontano da Regoledo) che oggi avrebbero un potenziale a favore dei territori e del turismo enorme. Ma c’era il boom economico e agli italiani viepiù “benestanti” venne imposto il dominio dell’automobile, al quale peraltro si sottoposero volentieri (ancora oggi l’Italia è il paese con il tasso di motorizzazione più alto dell’Unione Europea); anche a Regoledo si poteva salire comodamente a bordo della propria auto e ciò fece trascurare il fatto che con la soppressione di quelle opere la collettività perdeva un patrimonio tecnologico, infrastrutturale e un’attrazione turistica che oggi, lo ribadisco, per mille motivi risulterebbe quasi inestimabile.

Per tutto ciò, essendo transitato di recente lungo quella tratta del Sentiero del Viandante e, pur conoscendo la storia della Funicolare, anche io non mi sono accorto subito di averla sotto i piedi passando sul ponte citato poco fa (ho notato il cartello esplicativo, per fortuna!), mi è spiaciuto parecchio constatare lo stato di totale abbandono del vallo lungo il quale correvano i binari, diventato una discarica di alberi abbattuti, rami crollati, pietre e materiale terroso franato dalle sponde, così come del viadotto che caratterizzata un altro tratto della linea (visibile in alcune delle immagini qui presenti), oggi totalmente avvolto dalla vegetazione e in stato di crescente degrado strutturale.

Ovviamente so bene che una manutenzione conservativa della linea della Funicolare sarebbe qualcosa di tanto costoso quanto inutile, visto che non avrebbe senso pensare di ripristinarne il servizio (nonostante l’attrattività internazionale del brand “Lago di Como” ma, d’altro canto, dovendo registrare lo svanimento nel tempo del richiamo turistico di Regoledo… sarebbe una bella utopia, insomma). Tuttavia, è veramente un peccato lasciare che ciò che resta di un autentico gioiello ingegneristico, per certi aspetti unico in Italia e forse in Europa, e della sua storia così peculiare per la riva lecchese del Lago di Como oltre che per quella del turismo sui laghi alpini italiani, vada totalmente alla malora trasformandosi viepiù in una moderna rovina archeologica dimenticata da tutti, destinata nel prossimo futuro a sparire completamente. Resta solo da sperare che almeno gli escursionisti in transito lungo il Sentiero del Viandante e sul ponte sotto il quale correvano le vetture della Funicolare ne possano serbare la memoria e immaginarne il fascino, d’antan eppure così avanguardistico.

N.B.: l’articolo che avete letto è stato redatto anche grazie alla seguente sitografia:

Centotrentaquattro, duecentoventitré, duecentoventisei…

No, non sto dando i numeri. O forse sì, dipende dai punti di vista e il mio, in tal caso, è montano, posto sulla sommità di una delle montagne sopra casa dalla quale ho una amplissima visuale dell’arco alpino occidentale, dalle vette della Svizzera centrale fino a quelle delle Alpi marittime, tra Piemonte e Francia.

E in questa mia visuale sono due i riferimenti fondamentali e ineludibili che la definiscono, referenziandola geograficamente e dandogli prospettiva e profondità spaziali.

Il primo, verso nord-ovest, si trova a poco meno di 134 chilometri di distanza in linea d’aria (stimata con gli strumenti di misurazione avanzata di Google Earth) dal punto di osservazione nel quale ho scattato l’immagine: è il Finsteaarhorn, la massima vetta dell’Oberland bernese, alta 4274 metri. Pur se circondata da molte altre vette importanti e elevate, la sua piramide aguzza e slanciata verso il cielo, che ricorda quella del Cervino, è inconfondibile.

Verso sud-ovest, invece, l’altro fondamentale marcatore georeferenziale del mio panorama alpino occidentale è il Monviso, la cui possente piramide alta 3841 metri è simile a quella del Finsteraarhorn ma più isolata e per ciò visivamente “inevitabile”, nonostante la maggior distanza: dallo stesso mio punto di osservazione e di scatto delle immagini fotografiche dista 226 chilometri circa.

Tra le due vette la distanza è di circa 223 chilometri e comprende il più importante settore delle Alpi, quello con la gran parte dei quattromila, dei massicci più imponenti e dei maggiori ghiacciai. Osservando le due montagne dal punto in cui ho scattato le immagini, le linee della mia visuale sorvolano, verso il Finsteraarhorn, una messe di valli alpine e prealpine tra le quali la Val Maggia, la Formazza, il Goms, i laghi di Como, di Lugano e il Maggiore sulla verticale della città di Locarno, una miriadi di bacini lacustri montani, di corsi d’acqua d’ogni taglia, di vette più o meno elevate. Mentre, verso il Monviso, il mio sguardo sorvola la gran parte della Pianura Padana lombardo-piemontese con l’alta Brianza, la valle del Ticino, le piane agricole tra Novara e Vercelli, i rilievi collinari del Monferrato, la città di Torino sfiorata a meridione e la Rocca di Cavour a settentrione, le pianure pinerolesi e la valle dell’alto Po.

Una porzione di mondo geograficamente complessa e paesaggisticamente affascinante, insomma, racchiusa dal grande arco delle Alpi occidentali (e più a sud dall’Appennino ligure): per me, che lo osservo da qui, quello che richiama e poi accoglie ad ogni fine giornata il Sole che ricambia l’ospitalità indorandone l’orizzonte in modi spesso stupefacenti. Per questo trovo sia oltre modo affascinante osservare le vette alpine che spiccano sulle linee dell’orizzonte, e farlo da una di esse così da equilibrare il piano della prospettiva (pur tra le differenze altitudinali, ovviamente). Non è solo una questione estetica, legata alla bellezza della visione panoramica, ma è come osservare innumerevoli cairn, marcatori referenziali che identificano e segnano le geomorfologie alpine, che definiscono posizioni, distanze, allineamenti, reticoli visivi, relazioni orografiche con tutti i paesaggi che ci stanno dentro, al contempo definendo e identificando dove sono io che osservo, rispetto a quella visione tanto quanto all’intera zona, regione, macro-scala territoriale.

[Un altro scorcio delle Alpi occidentali – con in mezzo le Prealpi comasche – visto dalle mie montagne.]
Ci dicono dove siamo, le montagne, ci mettono a posto nella loro geografia alla cui complessità le loro vette danno ordine nonostante l’apparente posizione casuale e, per così dire, ci aiutano a stare al mondo – una cosa, in fondo, a sua volta sovente legata al caso. Anche per questo, io credo, la visione dei panorami alpini ci è tanto affascinante e rasserenante: perché ci relaziona a quel pezzo di mondo in cui stiamo e non ci fa sentire smarriti nelle sue vastità.

P.S.: le foto del Finsteraarhorn e del Monviso le ho fatte io, che non sono un fotografo, con il mio smartphone, recente ma non troppo. So che non sono nulla di che, ma siate comprensivi al riguardo.

 

C’è un luogo che si può definire più di altri il “centro delle Alpi”?

[Le Alpi svizzere dall’aereo. Foto di Leonhard Niederwimmer da Pixabay.]
Ci sono molte località che, un po’ per proprie convinzioni variamente legittime (o no), un po’ – be’, soprattutto – per suggestivo e accattivante  marketing turistico, si definiscono “il centro delle Alpi” o “al centro delle Alpi. Sono ovviamente libere di farlo e in ogni caso stabilire quale possa essere il centro della catena alpina, posto che ci sarebbe innanzi tutto da decidere cosa intendere con tale formula, è a dir poco arduo e nella sostanza pure parecchio vano.

Tuttavia, a ben vedere, c’è un luogo che per ragioni più giustificabili di molte altrui, dacché obiettivamente fondate, può sostenere di essere il/al centro o un centro della catena alpina: è il nodo orografico compreso tra la Val Bregaglia, l’Engadina e la Val Sursette, più nota come Surses (romancio) o Oberhalbstein (tedesco). È una zona con vette importanti ma non così eccezionali, visto che la più alta è il Piz Lagrev, di “solo” 3164 metri; però, come detto, delimita tre valli di notevolissima importanza geografica e storica, unite da altrettanti valichi fondamentali per i transiti attraverso le Alpi: il Passo del Maloja, il Passo dello Julier e il Passo del Settimo, i primi due frequentati almeno dall’epoca romana se non prima, il Settimo addirittura dall’Età del Bronzo ovvero da almeno 4000 anni.

[L’alta Val Sursette nel 1977 con il Lago di Marmorera, alle spalle la zona del Passo del Settimo e, sullo sfondo (verso sud), le montagne del gruppo Masino-Disgrazia. Fonte: ETH Library Zurich, Image Archive / WIH_FLs15-281, CC BY-SA 4.0.]
[Tratto di pavimentazione d’origine romana lungo la strada del Passo del Settimo. Foto di Jean-Louis Pitteloud, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Proprio a questa epoca – ovvero a circa il 2000 a.C. – risalgono le tracce di insediamenti abitativi stabili nella Val Sursette: tra i più importanti c’è quello di Padnal-Savognin, un villaggio nel quale si stima abitassero circa cento persone composto da capanne a schiera, costruite a palo e a traliccio e adagiate su un avvallamento, con dotazione di stalle, magazzini, cisterne per la raccolta dell’acqua e officine metallurgiche. Ciò in quanto la zona del Surses è tra le più importanti della Alpi per l’estrazione preistorica dei metalli, oggi fatta oggetto di numerose campagne archeologiche che hanno anche rilevato le testimonianze del rilevante traffico di merci e persone dal versante settentrionale delle Alpi a quello meridionale che qui, evidentemente, aveva una delle sue direttrici transalpine principali, il che rende il territorio che vi sto raccontando ancora più meritorio di essere considerato “centrale” nella geografica storica della catena alpina.

[Gôt Sot, nella parte bassa della Val Sursette, con dietro (verso nord) i paesi di Tinizong e Savognin. Foto di Adrian Michael, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Peraltro, pare che la zona sia stata identificata e percepita come agevole per valicare le Alpi, nonché da abitare, in epoche ancora più preistoriche e non solo dai nostri antenati, visti i numerosi ritrovamenti delle orme dei dinosauri lasciate 200 milioni d’anni fa sulle pareti del Piz Ela, del Tinzenhorn o del Piz Mitgel, montagne che sovrastano la Val Sursette. Come se ogni creatura dotata di senno che si sia trovata in zona nel corso del tempo ne abbia intuito l’importanza strategica, seguendo linee di transito percepite come utili e convenienti alla propria sussistenza tanto nomade quanto stanziale.

[La Val Sursette in veste invernale vista verso nord dal Piz Grevasalvas, vetta tra Surses e Engadina. Foto di Capricorn4049, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Ma il fattore che fa della zona tra Bregaglia, Surses e Engadina un centro autentico delle Alpi e dell’intero continente europeo è quello idrografico, peraltro già piuttosto noto e citato. E il “centro del centro” è il Piz Lunghin, sommità che chiude il suddetto nodo orografico verso meridione i cui tre versanti guardano le altrettante valli sottostanti. Ciò comporta che l’acqua che dal Lunghin divalla a sud-ovest sul versante di Bregaglia finisce nella Maira/Mera, poi nel Liro, quindi nell’Adda, nel Po e nel Mar Mediterraneo; l’acqua che scende verso est e l’Engadina va nell’Inn, quindi nel Danubio e dunque nel Mar Nero; l’acqua che fluisce a nord verso il Surses va nel bacino del Reno e dunque nel Mare del Nord e nell’Oceano Atlantico. Ovvero, i tre grandi bacini marini che contornano e definiscono la geografia dell’Europa della quale, per ciò, il “modesto” Piz Lunghin (alto solo 2780 metri) rappresenta il principale baricentro idrografico.

[Cliccate sull’immagine per ingrandirla. Elaborazione mia su base Google Earth.]
Ecco, mi piace pensare che proprio seguendo il corso dell’acqua, fondamentale elemento di vita, che da queste montagne si origina per definire la geomorfologia dell’intero continente, anche gli animali e gli uomini siano arrivati, transitati, confluiti, defluiti, ripartiti e ritornati lassù seguendo il corso del tempo e della storia come linee di forza tanto materiali, incise nelle valli e sui fianchi montani, quanto immateriali, proprio come flussi primari della vita possibile sulle Alpi in epoche che sembrano così lontane, pensandoci oggi, eppure durante le quali già stava prendendo forma la grande civiltà alpina. Che tra le vette della Bregaglia, dell’Engadina e della Val Sursette può ben dire di avere uno dei suoi storici fulcri nodali, un “centro geoantropologico” oggi certamente meno imprescindibile di un tempo per i nostri viaggi ma nel quale – forse più che altrove per ciò che vi ho raccontato fino a qui – incontrare e poter dialogare con il Genius Loci delle Alpi e per ciò ancora profondamente affascinante.

Il Cristallo e le Grigne, montagne imparentate (ma non come si potrebbe pensare!)

[Il Monte Cristallo visto dalle rive del Lago di Landro. Foto di Metallaro1980, dominio pubblico, fonte commons.wikimedia.org.]
Il Monte Cristallo, massima elevazione del gruppo omonimo, è una delle montagne più belle e rinomate delle Dolomiti, parte della spettacolare corona di cime che contorna la conca di Cortina d’Ampezzo. Parimenti le Grigne sono tra le montagne più celebri e affascinanti delle Prealpi Lombarde, sfondo irrinunciabile del panorama alpestre della pianura milanese e del Lago di Como.

[Le Grigne – la Grignetta a sinistra, il Grignone a destra – viste dalla Val San Martino. Foto di Alessia Scaglia.]
In linea d’aria i due gruppi montuosi sono lontani poco meno di 230 chilometri – mica pochi, insomma – eppure per certi versi essi sono molto più “vicini”, praticamente imparentati.

Molti penseranno che la loro “parentela” derivi dalla rispettiva conformazione geologica ed è assolutamente vero: entrambi i gruppi sono fatti di roccia dolomitica, il Cristallo di Dolomia Principale, le Grigne da calcari dolomitici; per ciò Cristallo e Grigne sono montagne più o meno coetanee, originatesi nel Triassico cioè circa 250 milioni di anni fa. Da tale parentela geologica scaturisce anche quella morfologica: tanto il Monte Cristallo quanto soprattutto la Grigna Meridionale, o Grignetta, sono contraddistinte da una miriade di torri, torrioni, guglie, pinnacoli d’ogni sorta inframezzati da profondi canaloni, al punto che certi angoli caratteristici dei due gruppi si fatica a riferirli all’uno o all’altro.

[Qui sopra, il Rifugio Rosalba sulla Grigna Meridionale; sotto, il Rifugio Lorenzi (chiuso da tempo) sul Monte Cristallo. Le due vedute fanno capire bene la similitudine geomorfologica e paesaggistica tra le due montagne, con la sola variante del manto erboso verde intorno al Rifugio Rosalba dovuto alla quota più bassa. Foto sopra tratta da https://lemontagne.net, foto sotto di Rüdiger – selbst fotografiert Ruedi, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Tuttavia c’è un altro “legame di parentela” che unisce Cristallo e Grigne molto meno evidente e risaputo, eppure parimenti significativo e affascinante degli altri. È celato nei nomi delle due montagne, nella loro toponomastica, ma non si direbbe, appunto: Cristallo e Grigna/e sembrano due oronimi parecchio differenti se non fosse per il digramma Cr/Gr il cui suono consonantico è affine… Ecco, è proprio questa la chiave di accesso al “mistero parentale”: infatti i due toponimi potrebbero derivare da una comune radice indoeuropea *[s]krei-s, “vibrare”, “agitarsi”, dalla quale nascono i termini latini crinis, “capello”, “chioma”, “criniera” e crista, “cresta”, “criniera” che nel latino medioevale diventano crista, “cima montana” e quindi le parole italiane crina e crinale, “cresta montana”. Da cui, infine, Crista-llo e C(G)ri(g)na.

Ciò peraltro smentirebbe la nozione diffusa, e certamente facile da credere, per la quale il nome del Monte Cristallo deriverebbe dall’aspetto brillante, cristallino e quasi trasparente delle sue rocce e delle nevi perenni, che ricordano la lucentezza dei cristalli.

Infine, c’è un’ennesima parentela tra il Monte Cristallo e le Grigne: sono entrambe montagne di meravigliosa bellezza e potenti luoghi dell’anima. Ma questa, inutile dirlo, è una peculiarità ben più intuibile delle altre e che in fondo “imparenta” tutte le montagne di questo nostro mondo.

Bòrsgen, un luogo straordinario fuori dal tempo e dall’immaginazione

[La testata settentrionale della Val Pontirone sovrastata dal Piz di Strega. Immagine tratta da www.quaeldich.de.]
La Val Pontirone, lunga e stretta, dall’imbocco sospeso quasi invisibile dal fondovalle, è la prima valle che si incontra sulla destra (sinistra idrografica) della valle di Blenio, percorsa dalla strada che da Biasca prende a salire verso il Passo del Lucomagno, nel Cantone Ticino. È un luogo angusto e ombroso, di difficile accesso, chiuso a oriente da montagne possenti che sfiorano i tremila metri e fino a poco tempo fa ospitavano alcuni importanti ghiacciai ormai quasi scomparsi, abitato da sempre con fatica proprio per la sue caratteristiche geomorfologiche difficili e oggi risieduto stabilmente solo da una manciata di persone.

[La parte bassa della Val Pontirone. Immagine di Spyridon, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Tuttavia, pochi sanno che nella sua parte alta la Val Pontirone, così celata e apparentemente anonima, ospita uno dei luoghi più fenomenali delle Alpi centrali. L’aggettivo che avete appena letto, “fenomenali”, non è affatto casuale in quanto il luogo in questione, chiamato Bòrsgen, è realmente caratterizzato da un fenomeno geologico assolutamente particolare, per certi aspetti affascinante e per altri bizzarro se non repulsivo, che sospende il luogo in una particolare dimensione primordiale, come se si fosse fermato all’era cenozoica nella quale l’orogenesi delle Alpi era ancora in corso e le montagne si stavano formando. E per certi versi è proprio così.

[Veduta frontale del versante di Bòrsgen. Immagine tratta dal volume “Amalpi Trek. Dal Maloja al Gottardo“, Milano University Press, 2023.]
Alla vista Bòrsgen (toponimo a volte italianizzato in «Borgeno»), posto che peraltro è abbastanza difficile da raggiungere in forza di sentieri piuttosto aleatori, appare come una vasta ganda – o ganna come si dice in Ticino – simile a molte altre, cioè un esteso accumulo di massi d’ogni taglia evidentemente precipitati millenni fa dalla grande parete sottostante la cresta nord ovest del Piz di Strega (Bòrsgen, Strega, Biborgh, Froda… anche molti toponimi della Val Pontirone sembrano presi da un romanzo fantasy!) che domina la zona, ed effettivamente è questa la sua origine.

[Panorama della gande, o ganne, di Bòrsgen. Immagine tratta da quarnei.ch.]
[Altra veduta della zona di Bòrsgen. Immagine tratta da www.ariafina.ch.]
Però già da una prima vista si rileva qualcosa di bizzarro: nel disordine di massi che ingombra il versante si elevano alcune guglie appuntite che sembrano piazzate verticalmente apposta, come se un gigante si fosse divertito a incastrarle tra i massi in modo che potessero restare in piedi. La più elevata è detta Pizzo di Bòrsgen, raggiunge la quota di 2150 m e si eleva dalla ganda circostante di circa 130-140 metri come un enorme obelisco che sembra pendere verso valle; intorno vi sono altre guglie simili, più basse ma disposte nel medesimo bizzarro modo. Se dunque Bòrsgen è il risultato di una ciclopica frana, come è possibile che quelle guglie siano disposte in quella foggia verticale e non siano precipitate a terra come tutti gli altri massi d’intorno?

(Immagini tratte da verticalti.wordpress.com, quarnei.ch e www.ariafina.ch.)

La soluzione a questo “mistero” è racchiusa in una definizione geologica apparentemente astrusa ma che già fa intendere la complessità del fenomeno in corso: scivolamento rotazionale profondo. In parole più semplici, significa che l’intero versante di Bòrsgen con le sue gande è il risultato di una gigantesca frana caduta dalle creste del Piz di Strega al momento del ritiro del ghiacciaio che, durante l’ultima grande fase glaciale alpina (quella pleistocenica di Würm) ha occupato la zona fino a circa 15.000 anni fa. In forza della deglaciazione il materiale franoso è crollato su una superficie curva e concava verso l’alto che l’ha fermato ma non del tutto, così che l’enorme massa di rocce, stimata in circa 530 milioni di m3 che ne fa uno dei fenomeni del genere più grandi delle Alpi, sta continuando a scivolare lentamente (in media di pochi millimetri all’anno) ma costantemente verso il basso e a roteare all’indietro lungo un asse parallelo al versante formando controscarpate, trincee e generando un basculamento in contropendenza della parte superiore del corpo franoso, che così viene sollevato verso l’alto. In pratica, il Pizzo di Bòrsgen e le altre guglie, che alla vista sono verticali o pendono verso valle, in realtà si stanno ribaltando verso monte.

La superficie concava lungo la quale sta scorrendo il versante è situata ad almeno 200 metri di profondità rispetto alla superficie della ganda, mentre gli spostamenti nel corso del tempo sarebbero superiori ai 100 metri in verticale e potrebbero raggiungere anche i 700 metri in orizzontale, al punto che il torrente Leggiuna, che scorre sul fondo della Val Pontirone, di tanto è stato spostato in direzione sud lungo i secoli. Lo scivolamento di Bòrsgen ha inoltre innescato numerose altri movimenti franosi di minore entità che hanno distrutto edifici e deformato le sedi stradali, che in caso di aumenti del movimento volte devono essere chiuse al pari dei percorsi escursionistici.

[Immagine satellitare dello scivolamento di Bòrsgen; in quella sottostante ho evidenziato la posizione del Pizzo e alcune delle numerose trincee e controscarpate che segnalano il movimento attivo del versante.]
D’altro canto il paesaggio di Bòrsgen è talmente suggestivo e spettacolare, ovvero inquietante e spaventoso, da aver ispirato numerosi artisti che gli hanno dedicato fotografie (Hélène Decuyper), dipinti (Bryan Cyril Thurston), vi hanno ambientato poesie (Spartaco Rossi) e produzioni cinematografiche (Victor Tognola). Come si può leggere nel blog di alpinismo e arrampicata “VerticAlti”, Bòrsgen è «un cimitero in cui riposano i massi senza tempo da cui emerge qualcosa di straordinario. Qualcosa che se non vedi con i tuoi occhi, non potresti neanche immaginare […] Un luogo che sembra essere sacro, mistico, mi vien da pensare che forse non abbiamo nemmeno il diritto di essere qui, che abbiamo violato un divieto di accesso» e lo si definisce la “Patagonia del Ticino”, ricordando per molti versi il paesaggio dello Hielo Continental con la differenza che laggiù le guglie rocciose si elevano verticali dai ghiacciai, mentre in Val Pontirone dalle gande che la rotazione del versante sta disponendo in maniera differente.

[Le baite di Mazzorign (Mazzorino), nucleo posto sulla parte basale dello scivolamento di Bòrsgen poco sotto la parte più attiva dello stesso. Immagine tratta da www.ariafina.ch.]
Insomma, Bòrsgen è una piccola/grande nonché misconosciuta “ottava meraviglia” alpina che tale è destinata a rimanere per la difficoltà di accesso, come detto, e per i pericoli oggettivi che, se non si è troppo esperti di tali contesti, si possono correre nel muoversi su un terreno instabile come quello di ganda. Un luogo assolutamente particolare dove il tempo si è fermato a millenni or sono e dove è bene fermare anche qualsiasi invasività antropica eccessiva, perché veramente lì è come penetrare in una dimensione geologica viva, arcana e conturbante nella quale la presenza umana appare quanto meno insolita se non aliena, proprio come non poteva che esserlo 15.000 e più anni fa quando l’incredibile cataclisma di Bòrsgen ebbe inizio.