Centosettanta Euro per “mangiare la neve”?!

Sempre a proposito di eventi spacciati per “valorizzazione delle montagne” ma che con le montagne non c’entrano nulla – innanzi tutto con la loro identità culturale, l’elemento che più di ogni altro dà valore e genera attrattività alla frequentazione turistica delle loro località – eccone un altro veramente “notevole” e assai spassoso:

Spassoso, sì. Perché, con tutto il rispetto per chi vorrà liberamente parteciparvi, è divertente il costo proposto e pensare che si possa essere disposti a pagarlo, è buffo il lessico con cui l’evento viene presentato, è grottesca la scritta «CUCINA & NATURA» in alto a sinistra, è burlesca la proposta di vini francesi in Valtellina, terra di rinomata produzione vitivinicola dove si imbottigliano anche spumanti (la “valorizzazione delle montagne”, vero?). E fa ridere anche la traduzione letterale di «Snoweat», mangianeve: che ci sia qualche doppio senso altrettanto derisorio in questo nome?

Infine, trovo “spassosi” questi eventi per un’ultima ma non meno importante cosa: stanno diventando così decontestuali alla montagna, così incongrui e ineleganti, così culturalmente rozzi e talmente lontani dall’ambito montano, persino da quello prettamente turistico, che messi tutti insieme stanno gonfiando una gigantesca bolla consumistica che prima o poi scoppierà addosso a chi li propone. Ne sono più che convinto.

Le montagne, e con esse la parte preponderante di frequentatori consapevoli delle terre alte che vedono con sguardo sempre più critico tali iniziative, le espelleranno e se ne libereranno rapidamente. Alla fine una patacca senza valore messa in mezzo a dei gioielli preziosi resta comunque una patacca, e prima o poi anche quelli che la pensano preziosa come ciò che ha intorno (e l’abbiano acquistata come tale, per giunta) si renderanno conto del terribile abbaglio. Ecco.

Ribadisco: il problema non è fare cose in montagna ma come si fanno. A mio parere si può fare di tutto e con il buon senso ogni cosa verrà bene e funzionerà – buon senso che per me significa fare cose realmente consone al luogo e alle sue specificità. Senza buon senso probabilmente scaturiranno solo problemi e danni. Ma, al solito, a chi da queste cose ci ricava un tornaconto, pur legittimo che sia, delle conseguenze generate non interesserà granché.

2025.02.23

[Foto di Iso Tuor da Pixabay.]
Questa sera il segretario Loki sta valutando con particolare cura il punto nel quale effettuare l’ultima minzione quotidiana.

Forse lo fa per godere più a lungo della serata piacevolmente mite, conseguenza di una giornata di Sole che di invernale aveva ben poco, a parte qualche bruma mattutina.

Così, nell’attesa che Loki faccia ciò che deve fare (cioè, fornirmi garanzie adeguate di non dovermi svegliare e alzare in piena notte per farlo uscire in giardino), cerco di elencare mentalmente i segnali che ho riscontato fino a ora dell’arrivo ormai imminente della primavera – al netto di quelli più palesi, come le giornate sempre più lunghe, le fioriture nei prati e le nuove gemme sui rami degli alberi.

Dunque…

  1. Il gran cinguettare antelucano degli uccelli, quando fino a qualche giorno fa, alla stessa ora mattutina, il silenzio ornitologico era assoluto.
  2. I guaiti delle volpi che provengono dal bosco, più frementi del solito: forse sono le madri che segnalano e salvaguardano la presenza dei cuccioli appena nati, ovvero il parto imminente.
  3. Il verde brillantissimo delle radure prative in mezzo ai boschi ancora spogli, già ricoperte di nuova erba che pare retroilluminata per tanto che splende.
  4. Il buio del cielo notturno, che è meno buio di qualche settimana fa.
  5. Orione (la costellazione, intendo) che notte dopo notte scende e s’allontana sempre più oltre le montagne che chiudono il mio orizzonte visivo a meridione.
  6. Il moscone (l’insetto, intendo, non il natante altrimenti detto pattino) assolutamente vispo che mi ha sorvolato quand’ero ben oltre i 1000 metri di quota.
  7. Non tanto la quantità di fiori che compare nei prati quanto la dimensione delle corolle: vi sono ellebori grossi ormai quasi quanto dei cd.
  8. La fine dei lavori di taglio dei boschi, i cui tipici rumori vanno ormai svanendo.
  9. Il profumo dell’aria. Forse si tratta solo di una mera suggestione (d’altro canto di cosa è fatta la vita in gran parte, se non di suggestioni alle quali conferiamo veridicità più o meno giustificate?), ma da sempre sono convinto che ogni stagione effonda un proprio profumo che si coglie ad ogni suo inizio, quando si fa più evidente la differenza con quello della stagione in conclusione. La primavera, banale dirlo ma tant’è, profuma di nuovo.
  10. Per fare cifra tonda, una volta avrei potuto aggiungere la fiacchezza che a ogni sentore di primavera mi coglieva (subito contrastata da mia madre con qualche “ricostituente” che non ho mai capito se funzionasse veramente o se per un effetto placebo maternamente indotto) e che invece adesso non mi coglie più. Dunque, temo che questo non possa più considerarlo un segno del prossimo arrivo della primavera ma dell’ingresso imminente nell’autunno – anagrafico!

Tuttavia, forse il segno invariabilmente più forte che preannuncia il ritorno della primavera è proprio la gioia più o meno vaga che ad un certo punto di febbraio percepiamo dentro di noi. Anche colui che sia un grande appassionato dell’inverno (per quel poco che ne resta, oggi), sono certo che, al percepire qualsiasi pur minima cosa tipicamente primaverile, un moto di esultanza ce l’abbia, in cuor suo.

Già.

Buonanotte.

Primavera non bussa, lei entra sicura,
come il fumo lei penetra in ogni fessura,
ha le labbra di carne, i capelli di grano,
che paura, che voglia che ti prenda per mano.
Che paura, che voglia che ti porti lontano.

[Fabrizio De André, Un chimico, in Non al denaro, non all’amore né al cielo, Produttori Associati, 1971.]

2025.02.19

[Photo by Chris Lawton on Unsplash.]
Niente stelle nemmeno questa sera. Il cielo, al canto sublime della bellezza siderale, preferisce il silenzio delle nubi compatte come il mantello silvestre che ricopre i versanti dei monti che sto osservando.

Chissà che stanno pensando nei boschi, gli alberi. Qualche giorno fa mi appuntavo quel verso di Blok che dice che quando piove gli alberi sono felici; invece, penso io, se il cielo è limpido e stellato tendono più del solito i rami verso l’alto per manifestare il loro incanto verso tutta quella bellezza. Ora sembrano silenziosi come il cielo, più del solito, in attesa.

Perché certo, gli alberi pensano, nessun dubbio al riguardo. Come d’altronde fa ogni essere intelligente (l’uomo è l’eccezione che conferma la regola).

Anni fa scrissi un raccontino umoristico nel quale una razza aliena giunta sulla Terra per studiarne le forme di vita constatava che gli alberi fossero più intelligenti e istruiti di molti umani:

«La razza vivente di tipo YTF0987 “Fagus Sylvatica”, in genere denominata dai terrestri “faggio”, contattata telepaticamente dallo scrivente e interpellata su domande di fisica interstellare, ha risposto molto meglio del miglior terrestre similmente interpellato.»

Invece qualche giorno fa l’amica Caterina, commentando questo mio post su Facebook, ha scritto che «Solo gli alberi ci salveranno ma non lo abbiamo capito!».

Gli alberi che salveranno gli uomini. Un pensiero affascinante. Tale anche perché chimerico, dunque a suo modo “consolatorio”.

Ma, appunto, gli uomini si lasceranno salvare dagli alberi? O rifiuteranno l’aiuto, anzi, magari intendendolo come una minaccia e agendo con la solita “umanissima” violenza?

E se invece non fosse così e agli alberi degli uomini non interessasse proprio nulla? Ovvero, se già avessero intuito che senza più gli umani in circolazione la loro esistenza sarebbe ben più confortevole?

Purtroppo, o per fortuna, gli alberi non parlano e noi non sappiamo comunicare con loro. Resta il dubbio.

Però io credo che tale dubbio siamo noi a doverlo fugare, non loro. Già.

Dopo aver esaurito quel che t’offrono affari, politica, allegri simposi, amore e così via – e aver scoperto che niente di tutto ciò alla fine soddisfa o dura in eterno – che cosa ti resta? Resta la Natura; portar fuori dai loro torpidi recessi le affinità tra un uomo o una donna e l’aria aperta, gli alberi, i campi, il volgere delle stagioni – il sole di giorno e le stelle del firmamento la notte.

[Walt Whitman, Giorni rappresentativi, 1883.]

E comunque io l’opzione di salvarmi da questo mondo sparendo tra gli alberi nei boschi per un tempo indefinito ce l’ho già da tempo. Trasformarmi del tutto in un Wildermann, in pratica.

Un’opzione che reputo sempre valida, senza dubbio.

Buonanotte.

2025.02.18

[Foto di Nathan Anderson su Unsplash.]
Anche stasera c’è questo cielo dubbioso, indeciso, ingolfato di grigiume nebbioso, imbronciato ma come se non lo fosse realmente, come se giocasse a mettere il muso alla Terra per ottenere chissà cosa ma già sapendo che non la otterrà.

Perché in verità lì sopra la Luna c’è, ci sono le stelle come oggi c’era il Sole a splendere sul mondo, al di sopra delle nubi.

In effetti, quando diciamo che in cielo «non c’è il Sole», affermiamo una sostanziale insensatezza. Ovvero in questo modo palesiamo, seppur incolpevolmente, il nostro atteggiamento a volte superficiale verso la realtà nella quale viviamo: lo stesso che ci porta a credere solo (o quasi) a ciò che vediamo, altrimenti da subito sospettiamo e congetturiamo. E fa nulla se di frequente il sospetto è del tutto ingiustificato, dunque la congettura conseguente campata per aria. Siamo nell’era delle mille cospirazioni, d’altronde, novecentonovantanove delle quali infondate (e quella che rimane chissà!)

Sia chiaro: non è sempre sbagliato credere a ciò che vediamo, anzi. Ma se avessimo fatto di questo principio un dogma assoluto, saremmo ancora fermi all’invenzione del fuoco o poco oltre. Einstein si sarebbe dovuto cercare un altro impiego, altro che relatività generale!

Peccato che poi, spesso, finisce che vediamo solo ciò che crediamo (di vedere, o di sapere, o di supporre) e così cominciano i guai. La confusione è assicurata, la realtà alterata, la verità ottenebrata.

Anzi no, nessuna di queste cose ma tutto nella nostra testa. Già.

Ne abbiamo parecchia di nebbia in testa, di frequente. Forse è questo cadere in confusione a “oscurarci il Sole”, più che le nubi in cielo.

Nelle cadute c’è il perché della Sua Assenza. | Le nuvole non possono annientare il Sole.

[Franco Battiato, Lode all’Inviolato in Caffè de la Paix, EMI Records, 1993.]

2025.02.16

Anche questa sera, come è stato per l’intera giornata, veli di tulle nebuloso giacciono sui fianchi dei monti nascondendone le forme, impigliati tra i rami degli alberi, avvoltolati nelle vallette, ammassati nelle conche.

I panorami sono invisibili ma l’atmosfera è magica, potrei dire fiabesca se pensassi che le fiabe esistano nella realtà. Ha ragione l’amico Franco Michieli quando dice che «col bel tempo c’è meno verità», che «la bellezza assoluta è amante del nascondimento»[1] e che certe condizioni meteorologiche che abitualmente definiamo “brutte” in realtà acuiscono e esaltano il mistero insito nel paesaggio naturale, quello che noi a volte non sappiamo più cogliere e comprendere.

Anche ai Piani Resinelli, dove siamo stati oggi a passeggiare (i miei acciacchi fisici al momento mi impediscono di fare di più), l’intera zona era avviluppata dai veli nebbiosi, impigliati alle guglie della Grignetta e da lì distesi sulle faggete, le abetaie, le case, i prati, le strade e i viottoli campestri… una dimensione straordinariamente affascinante dalla quale ogni tanto, quando le velature nebbiose si sfilacciavano per pochi attimi, la mole della Grignetta appariva come un miraggio, dando l’impressione di una montagna ciclopica la cui vetta era così elevata da sparire a quote himalayane nel cielo, in alto terso e azzurrissimo.

E, devo ammetterlo (non me ne vogliano i ristoratori locali), l’atmosfera era affascinante anche perché il tempo apparentemente incerto ha fatto sì che non ci fosse troppa gente in giro, troppe macchine a ingolfare i parcheggi, troppo rumore, troppi schiamazzi. Un tale fascino così peculiare non ammette fracassi: esalta l’amenità del luogo perché smorza ciò che lo disturba.

D’altro canto i Piani Resinelli sono un luogo di bellezza veramente emozionante. A pochi passi dal caos di Lecco, e in vista dei grattacieli di Milano, condensano e fondono diverse nature tipicamente alpestri generandone un paesaggio armonioso, speciale come pochi altri. C’è la Grignetta, una vetta alpina fatta di “pezzi” di Dolomiti, ci sono le abetaie e le faggete maestose, le radure prative punteggiate di case e baite, le pareti verticali e i sentieri placidi, c’è la storia del turismo, dell’alpinismo, dello sci, c’è un’anima vibrante, un Genius Loci che racconta la propria vita su un palcoscenico di raro prestigio.

I Resinelli sono un luogo che deve essere conosciuto e visitato da tanti ma non da troppi, che merita di essere scoperto, esplorato, compreso, amato, non semplicemente fruito e tanto meno goduto, consumato, sperperato. Non come alcuni di quelli che hanno in gestione le sorti politiche dei Piani vorrebbero, per i quali ciò che conta del luogo sembra siano solo i posti auto a disposizione.

No, non sono i posti auto a disposizione che contano, ai Resinelli, ma la pre-disposizione di chi vi sale a coglierne tutta la bellezza peculiare. È un luogo nel quale non si sta ma si è perché genera ben-essere in chi sa percepirlo e farlo proprio.

Sarebbe un peccato, anzi, un disastro lasciarlo in mano al turismo più becero e fracassone. Anche se ci fosse il più bel “bel tempo” immaginabile, ecco.

Intanto il segretario Loki ci sta mettendo un sacco a espletare il suo ultimo bisognino quotidiano. È stanchissimo, ci siamo fatti due passeggiate in due giorni sulla neve e Loki quando vede la neve si entusiasma (e di conseguenza corre e zompa pazzamente) come farebbe un alcolista indefesso se trovasse per strada una chiave sulla cui etichetta ci fosse scritto “Ingresso enoteca”. Già.

Buonanotte.

[1] Le Vie invisibili, pagina 86. Trovate la mia “recensione” qui.