StaPutlin

In fondo, come dimostrano benissimo gli eventi degli ultimi giorni, che differenza c’è tra il potere putiniano di matrice sovranista che oggi tiranneggia la Russia e quello del PCUS di retaggio stalinista che un tempo soggiogava l’allora Unione Sovietica?

Cambiano le forme, i colori, le bandiere, gli slogan, ma la sostanza reale cambia di poco o per nulla – nonostante tutta l’ipocrita retorica di contorno, che interessa tanto i media ma per nulla i cittadini russi.

E ugualmente non cambia il destino della Russia, paese grande, nobile, fondamentale tanto quanto angariato, ineluttabilmente incapace di sfuggire ai propri demoni, terra nella quale – scriveva Konstantin Bal’mont in una delle sue poesie – c’è

Una solenne
ma tacita voce di doglie struggenti,
desìo senza speme, silenzio perenne,
vertigini fredde, pianure fuggenti.

Un paese con il quale l’Europa potrebbe e dovrebbe convivere in modi ben più virtuosi e dal quale invece deve diffidare, per colpa di un destino cupo e sciagurato ad esso forzatamente imposto da poteri biechi e meschini che, a constatarlo nuovamente in forza dei fatti recenti, «Al cuore fa male, al cuore fa pena» – per citare ancora Bal’mont.

1 commento su “StaPutlin”

  1. Mi ritrovo a leggere le solite argomentazioni liberali, che non hanno nessun fine se non quello di screditare i regimi che nel mondo cercano di tutelare la loro sovranità dalle angherie del cartello finanziario internazionale. Inizio smentendo il mito che la sostanza politica non sia cambiata dall’epoca socialista a quella capitalista attuale, tesi assurda sostenuta solo dai liberali, che non hanno evidentemente le capacità intellettuali per andar oltre alla narrazione guerrafondaia dei nostri media di regime e al messaggio subliminale: democrazia e libertà=atlantismo.
    Nel primo caso, nell’Unione Sovietica, si aveva un sistema molto più democratico in quanto il regime si basava sul volere popolare: vi erano votazioni per l’elezione di rappresentati dei lavoratori presso lo stato, che nominavano altre personalità politiche di peso amministrativo sempre più elevato sino ad arrivare al governo. Inoltre ogni soviet poteva, in qualsiasi momento, revocare il mandato alla personalità eletta da esso, di qualsiasi grado politico egli fosse. Stalin, Breznev, eccetera, governarono perché popolari presso il popolo (tutt’oggi, presi singolarmente, sono tutti più popolari di Putin i leader sovietici, eccetto Chruscev e Gorbachev) e confermati nei loro incarichi dalle alte istanze del partito e dello stato, eletti a loro volta, rispettivamente, dalla base del Partito Comunista e dal popolo sovietico. Un’eccezione fu Cruscev, di cui si sarebbe dovuto procedere con la detronizzazione già nel ’57, ma lui, insieme ai suoi fidati, riuscì temporaneamente a salvarsi grazie a purghe all’interno del partito contro i marxisti-leninisti (che passarono alla storia come il “gruppo antipartito”) prima che questi potessero, all’interno dei consigli del segretariato del PCUS, decretarne la caduta, possedendo la fiducia del popolo e la maggior parte dei voti all’interno delle alte istanze del partito e dello stato. Chruscev non riuscì comunque ad eludere la democrazia sovietica, finendo per essere estromesso dal potere nel ’64.
    Attualmente nella Federazione Russa vige una normale democrazia borghese, con elezioni periodiche per l’elezione del presidente della Federazione e del parlamento, oltre che votazioni per le riforme costituzionali e tante altre cose. In queste votazioni si scontrano i partiti di massa. Come in ogni democrazia borghese, il potere reale è detenuto dagli oligarchi, che permettono al popolo la “libertà” di decidere quale partito votare ma che non permette di plasmare la società secondo il volere della maggioranza del popolo, quando questa va contro gli interessi degli oligarchi. Vedasi moti popolari comunisti russi del ’93 e brogli elettorali alle elezioni presidenziali del ’96, senza i quali, dopo soli 5 anni, per volere del popolo russo, si sarebbe rifondata la RSFSR. Ergo il liberismo, che in quei cinque anni diminuì la speranza di vita proprio di cinque anni, non sarebbe resistito alla democrazia per soli 5 anni, se questa fosse stata reale, ma ciò è impossibile in regime borghese. Al giorno d’oggi Putin governa perché colluso con la maggioranza degli oligarchi, altrimenti sarebbe già morto da tempo. Oligarchi di cui però ha limitato il potere di gestione della nazione in favore dello stato, che era veramente sconfinato sotto la zar Boris II Eltsin.
    Dimostrate queste enormi differenze tra Stalin e Putin, bisogna dire che i due leader hanno un tratto in comune che i liberali non riescono proprio a sopportare: entrambi sono stati e sono oppositori del sistema imperialista internazionale che osano rimanere al potere, per volere del popolo, per più di un decennio (eresia! Solo gli europeisti come Rutte o la Merkel possono rimanere al potere per più di 10 anni senza diventare magicamente dittatori!).
    Arrivando al tema dell’integrazione europea, dal punto di vista della Federazione Russa, questa è uno strumento dell’imperialismo finanziario atlantico per minare la sovranità del paese: trasferire il potere dagli oligarchi di Mosca a quelli di Bruxelles, ben più avidi e potenti sul piano internazionale. Per questo è osteggiata. L’attuale classe dirigente russa ha un obbiettivo: tutelare la sua sovranità contro quelle forze di Washington e di Bruxelles che vogliono accaparrarsi delle ricchezze russe. La Russia, con Putin, è quindi ben disposta ad intrattenere intensi rapporti commerciali e diplomatici coi paesi dell’UE (vedi NS1 e 2). E’ quest’ultima che vuole sottomettere Mosca per accaparrarsi le sue ricchezze, e si sa bene che ciò può avvenire solo con Putin fuori dai giochi. E’ per questo motivo che hanno spalleggiato fino ad ora l’oppositore fascisteggiante Naval’nyj, attuando gravi violazioni della sovranità del governo eletto sul suo territorio. E’ solo a seguito di ciò che Mosca sta giustamente recidendo i rapporti con Bruxelles. L’integrazione sarà impossibile fino a quando l’UE continuerà ad essere germano-centrica e non garantirà a tutti gli oligarchi europei pari opportunità sul terreno della competizione imperialista.

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