Come contrastare il turismo cafone in montagna?

[Titolo e immagini tratti da “L’AltraMontagna“.]
Di recente (ne avrete già letto, forse) anche il pittoresco Presidente del Veneto si è espresso contro il turismo cafone, ultimo di altri che l’hanno fatto prima. Al netto delle sue dichiarazioni e di quelle di altri soggetti poco credibili, il problema esiste ed è diffuso anche in montagna, ambito che, per la propria bellezza e delicatezza, molto meno di altri lo può e lo deve tollerare. Magari pure a voi, nelle vostre recenti vacanze, vi è toccato di constatarlo.

Ma, appunto, al di là di questa o quella “soluzione” proposta: secondo voi come si può (se si può)/si deve contrastare concretamente questo turismo cafone, e come lo si potrebbe limitare se non sradicare il più possibile dalle condotte con le quali le persone frequentano le montagne?

Ovviamente, se vi va di farlo, potete rispondere con la massima libertà di pensiero e d’opinione. Grazie di cuore fin d’ora per le considerazioni personali che vorrete rimarcare.

Chi sa ascoltare ancora il vento?

[Pierre Auguste Renoir, Le grand vent, olio su tela, circa 1872.]
Tornando a valle dal Rifugio del Grande Camerini, domenica scorsa – una giornata nella quale il vento era stato costante, anche se mai troppo forte – ci siamo fermati più volte ad ascoltarne il suono, uno dei più belli che la Natura sappia manifestare insieme a quello dell’acqua, peraltro entrambi i più capaci di palesare l’animarsi del flusso vitale del nostro pianeta. Il vento l’ho sempre pensato proprio come il respiro della Terra, l’espirazione dell’aria essenziale che poi noi ogni organismo inspira per poter essere vivente.

Stando lì fermi ad ascoltarne il suono e le sue numerose modulazioni variabili in base alla morfologia del terreno o alla vegetazione presente, commentavamo su come molte persone che frequentano i luoghi naturali e innanzi tutto le montagne abbiamo invece perso la capacità, e forse pure la facoltà, di ascoltare questi suoni naturali e di comprenderne l’importanza, piuttosto a volte restandone persino infastiditi.

Sono osservazioni alquanto obiettive, purtroppo, che denotano la necessità ormai urgente di rialfabetizzare numerose persone alla frequentazione consapevole dell’ambiente naturale – viste anche certe fenomenologie degradanti come quelle che scaturiscono dal turismo di massa. Tuttavia, è anche vero che in molti casi le persone che si trovano nei luoghi naturali non possono percepire e  ascoltare il suono del vento (e altri suoni naturali) semplicemente perché non si sentono in quanto totalmente coperti dai rumori antropici: il vociare troppo strepitante di certe folle turistiche, la musica ad alto volume diffusa in molti punti di ristoro, il rumore del traffico automobilistico (si pensi a certi passi alpini e/o dolomitici) o da quello emanato da certe attrazioni turistiche, eccetera.

Come si possono educare le persone all’ascolto e alla comprensione dei suoni della Natura (e di ogni altra manifestazione della sua vitalità) se si inquina e degrada la dimensione acustica dei luoghi naturali che invece legano la loro bellezza e il fascino conseguente anche al proprio paesaggio sonoro? Come ci si può sentire bene, ad esempio, in certi “non rifugi” di montagna sulle cui terrazze si pranza con il sottofondo martellante di un dj set o con lo strepitio maleducato di molti avventori del tutto incuranti e strafottenti del luogo nel quale si trovano?

Un consiglio banalissimo (sia chiaro, non ho alcun titolo per poter dare consigli a chicchessia ma in fondo questo non lo è nemmeno è soltanto l’attestazione del più ordinario buon senso): state lontani da certi posti iper turistici e super rumorosi e andate invece dove si possano realmente sentire e ascoltare il luogo in cui vi trovate e i suoni del suo ambiente naturale. In fondo è anche un modo per sentirvi veramente in vacanza – nel senso di vacanti, cioè realmente assenti e lontani dalla realtà ordinaria quotidiana con tutti i suoi fastidiosi rumori piuttosto che in posti i quali in tutto e per tutto – inquinamento acustico compreso – assomigliano alle città dalle quali ve ne siete andati!

La “libertà” di alcuni, in montagna

Molti dei frequentatori delle montagne sostengono che una delle cose che più li rende appassionati è la sensazione di libertà che essere donano, ed è un elemento assolutamente comprensibile e condivisibile.

Ma il sentirsi “liberi” in montagna non significa che ci si possa comportare liberamente, facendo ciò che si vuole in base ai propri desideri o sfizi. Eppure sembra che tanti frequentatori delle terre alte interpretino la “libertà” in altura proprio in questo modo, come se ci si potesse sentire liberi anche da qualsiasi freno inibitorio, responsabilità, dovere, senso del limite. Il liberarsi dall’intelligenza comporta in automatico l’assoggettamento all’idiozia, probabilmente quelli non lo capiscono – guarda caso.

So perfettamente che sto affermando delle banalità, delle cose apparentemente scontate, ma le cronache leggibili sulla stampa (quello lì sopra, tratto da “Il Dolomiti”, è un caso recente tra i tantissimi citabili) dimostrano che purtroppo non lo sono affatto. D’altro canto parrebbe una cosa scontata pure ciò che rimarcano i cartelli di divieto di scarico immondizie lungo le strade o in angoli naturali: basta abbassare lo sguardo, proprio alla base di quei cartelli, e quello che appare scontato non lo è più. Anzi.

È invece scontato, dal mio punto di vista, che non sia solo una questione di mera idiozia, come verrebbe da pensare al leggere ad esempio la notizia sopra riprodotta. No, c’è molto di più: un cortocircuito culturale, sovente indotto da un immaginario imposto terribilmente insensato, che toglie a tanti la capacità di capire e contestualizzare certe verità nonché il loro (buon) senso. Un cortocircuito che al punto in cui siamo è senza dubbio difficile da raddrizzare, vista la quantità di cretinate che lo alimentano, ma per niente impossibile: basta un minimo sforzo individuale, anche solo nell’esercizio del buon senso, appunto, oltre che nel comprendere cosa significhi realmente “libertà” in un luogo speciale come la montagna. Chi non lo comprenda, per proprie limitatezze o per mancanza di volontà, è bene che dai monti se ne stia lontano, che tanto il mondo è pieno di posti dove si possono liberamente dimostrare le personali doti di [CENSURA]. Ecco.

L’iperturismo cafone, anche in Svizzera

L’Oeschinensee, nel Canton Berna, è un po’ il lago di Braies svizzero (o viceversa, ovviamente). Come questo, è un luogo tra i più spettacolari delle Alpi e, in quanto tale, soggetto a flussi turistici intensi, tant’è che in loco come a Braies si parla da tempo di overtourism. E di come correre ai ripari.

In Svizzera, al riguardo, si è deciso che, a partire da maggio, verrà introdotta la prenotazione obbligatoria on line del biglietto per la funivia che porta al lago. Sarà possibile scegliere la fascia oraria: in caso di maltempo o malattia, sarà possibile scegliere un’altra data ma, in ogni caso, la prenotazione farà da filtro di selezione e limitazione degli afflussi al lago.

È una decisione ovviamente comprensibile e inevitabile, la cui efficacia sarà da verificare nel corso della prossima bella stagione.

Tuttavia, ancora una volta mi pongo la domanda se quella relativa all’overtourism non sia solo una questione di numeri, di quantità di turisti in loco, ma pure se non soprattutto di qualità delle presenze. Leggo su “Tio.ch” che «L’anno scorso, i proprietari del Berghotel Oeschinensee sono stati costretti a chiudere l’hotel per la stagione: la situazione era degenerata. I visitatori manifestavano mancanza di rispetto sociale e arroganza verso il personale di servizio. In alcuni casi, sono state anche segnalate molestie, commenti sprezzanti, abusi e persino minacce di morte.»

Già: anche in Svizzera, dunque, l’iperturismo si contraddistingue per il suo impatto non solo ambientale ma pure culturale e, per così dire, etico. Per la sua frequente cafonaggine, insomma: una caratteristica che degrada ancora di più i luoghi nei quali l’overtourism si manifesta. E che, a mio modo di vedere, lo rende un fenomeno ancora più da contrastare: non solo materialmente, con provvedimenti di limitazione e contenimento radicali, ma anche dal punto di vista culturale, della necessaria “rieducazione” di una parte importante del pubblico turistico nei confronti dei luoghi che visita. Oltre che di certi montanari locali che, pur di fare affari con la gran massa di turisti, chiudono entrambi gli occhi sul degrado crescente delle proprie montagne, ecco.

N.B.: Le immagini dell’Oeschinensee che vedete sono tratte da facebook.com/oeschinenseeCH.