Una domanda a tutti gli autori letterari che leggono questo post – ma non solo…

Vorrei sottoporre una domanda a tutti gli autori di letteratura (in qualsiasi forma) che leggono le mie cose qui nel blog o che si trovano a passare da esso occasionalmente / incidentalmente, e pure a chi è lettore frequente – ma è in fondo una domanda aperta a chiunque voglia rispondervi…:

ritenete che la personale miglior qualità letteraria (in senso generale) sia raggiungibile scrivendo il più possibile – per non porre freno alcuno alla creatività – oppure scrivendo il meno possibile – per raffinare e rifinire al massimo quanto scritto?

La domanda in sé è banale e profonda – se così si può dire – allo stesso tempo. Tratteggia quelli che, sostanzialmente, sono i limiti “pratici” entro i quali si muove l’autore letterario, e che a modo loro Snoopy_writerrappresentano, con ovvie varianti, due “scuole di pensiero” sulle quali mi sono trovato spesso a disquisire con amici autori (del campo letterario in primis ma anche altrove: nell’ambito artistico, ad esempio…), di valore e accezione equivalenti (dacché prettamente legati al modus operandi personale) ma su cui, nonostante tutto, mi sono sempre trovato a riflettere, chiedendomi se tutto sommato non ve ne sia una che possa essere più “redditizia” (termine improprio, ma che uso qui per mera comodità e chiarezza) dell’altra…
Che ne pensate? In base alle vostre esperienze personali (che tali sono e restano comunque, senza alcuna pretesa di assolutezza, ovvio), ritenete che si possa, se non rispondere, dissertare su quella domanda? A quale delle due “scuole di pensiero” voi appartenete?
Potete rispondere commentando questo post oppure, se preferite, a luca@lucarota.it
Per la cronaca, io in principio appartenevo senza dubbio alla scuola “alta produzione”, ma poi col tempo ho preso a traslare sempre di più verso la parte opposta…
Grazie di cuore fin d’ora per i contributi che vorrete manifestarmi!

La scrittura è curiosità – per fortuna o purtroppo… (George Simenon dixit)

Sempre, in tutta la mia vita, ho avuto grande curiosità per ogni cosa, non solo per l’uomo, che ho guardato vivere ai quattro angoli della terra, o per la donna, che ho inseguito quasi dolorosamente tanto era forte, e spesso lancinante, il bisogno di fondermi con lei; ero curioso del mare e della terra, che rispetto come un credente rispetta e venera il suo dio, curioso degli alberi, dei più minuscoli insetti, della più piccola creatura vivente, ancora informe, che si trova nell’aria o nell’acqua.
(George Simenon, da Memorie intime, traduzione di Laura Frausin Guarino, Adelphi, 2003, p.51)

cop_memorie-intime-SimenonA volte si tende facilmente a pensare che la scrittura – o l’arte dello scrivere, dovrei dire – sia soprattutto figlia della fantasia, e senza dubbio ciò è vero. Ma, come denota bene Simenon, è forse (per me è certamente) ancor più figlia della curiosità, dell’interesse verso ogni cosa, dell’osservare tutto e tutti, della volontà di conoscere e sapere, di ammirare e capire, del domandarsi di tutto e cercare per tutto una buona risposta, del crescere e acquisire con l’età una certa saggezza eppur restando sempre come dei bambini curiosi verso ogni cosa, e come se ogni cosa intorno fosse nuova, mai vista, sconosciuta, anche quando fosse ciò di più ovvio, banale e quotidiano che ci sia.
In fondo, la fantasia è a sua volta figlia della curiosità, e in ogni cosa senza di questa la prima non può che finire, inevitabilmente, per inaridirsi, spegnersi, o alla meglio per arrotarsi su sé stessa.
Ergo, ha ragione quel grande scrittore che George Simenon fu: la letteratura sarà tanto più buona quanto più si nutrirà di una sconfinata e irrefrenabile curiosità.
Rovescio della medaglia, al proposito: se troppi a questo mondo continueranno a dimenticare – come già ora fanno – quanto sia inestimabilmente prezioso essere curiosi, la suddetta buona letteratura avrà certamente vita (sempre più) dura nel farsi notare, in mezzo a tanti libroidi che non richiedono curiosità ma, ben più spesso, indifferenza – soprattutto nei confronti del valore e del senso autentico della lettura – e apatia, nello scegliere cosa leggere… Ma questa, probabilmente, è un’altra storia. La solita storia.