Ir-razionalismo lombardo

Condivido totalmente, qui, lo sdegno dell’amico e stimato gallerista bergamasco Cristiano Calori nel segnalare l’abbattimento, a Bergamo, del piccolo stabile in stile razionalista lombardo (costruito nel 1938) di via Baschenis, adibito a distributore di benzina fino a qualche tempo fa e poi abbandonato. Un piccolo gioiellino architettonico demolito con «un atto di ignoranza colossale al netto di ogni questione burocratica», come ben sentenzia Calori (e preventivamente non solo lui), peraltro per farci una banale rotonda (probabilmente compatibile con la presenza del piccolo edificio, come qualcuno ha fatto notare), mentre le nuove destinazioni ipotizzabili e nobili, magari in ambito pubblico culturale (biblioteca di quartiere, caffè letterario, piccolo centro culturale, sala civica per incontri ed eventi vari, spazio espositivo per giovani artisti, eccetera), sarebbero state innumerevoli e avrebbero consentito la permanenza di questo affascinante edificio storico nel paesaggio urbano bergamasco.

Il comune di Bergamo (sia chiaro: questo mio post non ha nulla a che fare con qualsivoglia strumentalizzazione politica – chi mi legge abitualmente sa bene come la penso) si giustifica sostenendo che i costi per la bonifica dell’area sarebbero stati troppo alti rispetto ai benefici legati alla permanenza dello stabile. Per ribattere a ciò riprendo di nuovo le parole di Cristiano, perfetta risposta alla quale non c’è da aggiungere nulla: «Ragionare (solo) in termini di costi/benefici penalizza la visione del futuro delle nostre città. Se vogliamo trasmettere la cultura e la bellezza alle generazioni future ci si può anche rimettere qualche soldo ogni tanto. Se ne buttano già tanti!» Già, evidenza ineluttabile: quanti soldi l’Italia spreca nel distruggere il proprio patrimonio di bellezze d’ogni sorta, e quanti altri ne spende per costruire opere spesso brutte, sovente inutili e qualche volta, ahinoi, pure malferme? E quanto, agendo così, smarrisce sempre più la visione progettuale del proprio futuro minandone da subito qualsiasi potenziale convenienza?

No, non c’è proprio verso: l’Italia contemporanea continua pervicacemente a tirarsi le più vigorose zappate sui piedi, infangando la propria bellezza in modi via via più insensati. Va bene che ne ha a disposizione parecchia, di tale bellezza, ma di questo passo inesorabilmente il Bel Paese diverrà sempre più brutto. E più irrecuperabile, disperso in abissi di bruttezza e di degrado infiniti.

Arte sfregiata, o arte sPregiata?

Avrete probabilmente letto, sentito e saputo, dai media, di quel sedicente artista russo che ha imbrattato un murale di Mark Rothko esposto alla Tate di Londra, definendo il suo gesto una “forma d’arte” e così, a suo modo di vedere, giustificandolo. “Persino Duchamp e Hirst hanno firmato opere che non erano le loro”, ha dichiarato a supporto delle proprie convinzioni. Non solo: tal personaggio, Vladimir Umanets, che si identifica come il fondatore d’un presunto movimento artistico chiamato “yellowism” (?!?), nega di essere un semplice vandalo o di essere a caccia di notorietà; ha invece affermato che il suo obiettivo è attirare l’attenzione della popolazione su questo “yellowism”, descritto come “un elemento della cultura visuale contemporanea”, inoltre ritenendo che le sue scritte abbiano incrementato il valore della tela.
Una bizzarra ed estrema performance artistica, dunque, quella di Umanets? Il che riporta in auge la solita, classica, ridondante domanda: ma allora tutto può essere arte? Sotto questo aspetto la questione, a mio modo di vedere, è molto semplice: tutto può essere non arte bensì pubblicità, ovvero sistema rapido per far parlare di sé, e in modo di sicuro più fruttuoso rispetto alle conseguenze che pur si dovranno subire per gesti del genere. D’altro canto sì, tutto può essere arte, se tale concetto venga messo in atto e concretizzato da chi l’arte abbia totalmente e perfettamente capito cosa sia. Per intenderci: Duchamp poteva fare ciò, migliaia di altri artisti (o presunti tali) pur celebri, che di fronte a opere e performance artistiche discutibili hanno per giustificarle dichiarato la stessa cosa no, non potevano farlo. Hanno solo scaltramente sfruttato la sottile ambiguità che corre tra “provocazione” e “idiozia”, dunque hanno soltanto fatto scalpore e pubblicità, punto. E se ciò li ha resi famosi, è forse solo perché l’arte oggi è sempre meno pratica e cultura estetica, e sempre più strategia commerciale. Infatti Umanets sarà pure un emerito idiota per quanto ha fatto ma, paradossalmente, nel dichiarare (con cognizione di causa o meno) che le sue scritte abbiano incrementato il valore della tela ha probabilmente ragione, in senso assoluto. Il murale di Rothko suppongo verrà rapidamente restaurato, ma credo di non sbagliare nel pensare che qualche miliardario (di quelli che, sovente, hanno denari in quantità inversamente proporzionale a cultura artistica) se lo comprerebbe, sfregiato così com’è, ovvero acquisterebbe qualcos’altro di simile. Ma non comprerebbe un’opera d’arte pur in parte rovinata, ovvero non ne comprerebbe il suo valore artistico e culturale o il suo messaggio oggettivo: comprerebbe lo scalpore, lo show. Show business, appunto: solo in rarissimi casi tutto può essere arte; molto può spesso tutto può essere business, affari, merce da vendere. In fondo Umanets, al di là del gesto idiota commesso, questo pare l’abbia capito bene; e che venga (giustamente) arrestato piuttosto che intervistato dalle TV e osannato come uno showman (appunto… Uh? Qualcuno ha detto “Hirst”?) è forse soltanto una questione di nome e relativa fama, ecco. Con buona pace di Rothko e della vera arte.