Sul deleterio DdL Madia, che con palese culturafobia le Soprintendenze getterà via!

tumblr_mqrsqrPuoI1s8gf5ro1_1280Scusate il titolo del post, apparentemente ironico, ma sappiate che è più tagliente sarcasmo che tentativo di ridere su qualcosa di invero parecchio inquietante… Già, perché qualsiasi appassionato di cultura, per motivi professionali o meramente personali, non può restare insensibile e non inquietarsi di fronte alle peggiori ipotesi che si generano dalla lettura del Disegno di Legge Madia (nr.1577/2015), che con l’articolo 8 comma 1e “riforma” (‘sta parola, poi… riforma: ci sarà da scriverci e meditarci sopra, prima o poi) la Pubblica Amministrazione, e che prevede tra le altre cose la confluenza delle Soprintendenze nelle Prefetture.
Questo è il testo dell’articolo in questione, con in grassetto la parte “incriminata”:

Ddl 1557, art. 8, comma 1e, con riferimento alle Prefetture-Uffici territoriali del Governo: a completamento del processo di riorganizzazione, in combinato disposto con i criteri stabiliti dall’articolo 10 del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, ed in armonia con le previsioni contenute nella legge 7 aprile 2014, n. 56, razionalizzazione della rete organizzativa e revisione delle competenze e delle funzioni attraverso la riduzione del numero, tenendo conto delle esigenze connesse all’attuazione della legge 7 aprile 2014, n. 56, in base a criteri inerenti all’estensione territoriale, alla popolazione residente, all’eventuale presenza della città metropolitana, alle caratteristiche del territorio, alla criminalità, agli insediamenti produttivi, alle dinamiche socio-economiche, al fenomeno delle immigrazioni sui territori fronte rivieraschi e alle aree confinarie con flussi migratori; trasformazione della Prefettura-Ufficio territoriale del Governo in Ufficio territoriale dello Stato, quale punto di contatto unico tra amministrazione periferica dello Stato e cittadini; attribuzione al prefetto della responsabilità dell’erogazione dei servizi ai cittadini, nonché di funzioni di direzione e coordinamento dei dirigenti degli uffici facenti parte dell’Ufficio territoriale dello Stato, eventualmente prevedendo l’attribuzione allo stesso di poteri sostitutivi, ferma restando la separazione tra funzioni di amministrazione attiva e di controllo, e di rappresentanza dell’amministrazione statale, anche ai fini del riordino della disciplina in materia di conferenza di servizi di cui all’articolo 2; coordinamento e armonizzazione delle disposizioni riguardanti l’Ufficio territoriale dello Stato, con eliminazione delle sovrapposizioni e introduzione delle modifiche a tal fine necessarie; confluenza nell’Ufficio territoriale dello Stato di tutti gli uffici periferici delle amministrazioni civili dello Stato; definizione dei criteri per l’individuazione e l’organizzazione della sede unica dell’Ufficio territoriale dello Stato; individuazione delle competenze in materia di ordine e sicurezza pubblica nell’ambito dell’Ufficio territoriale dello Stato, fermo restando quanto previsto dalla legge 1° aprile 1981, n. 121; individuazione della dipendenza funzionale del prefetto in relazione alle competenze esercitate.

In pratica, gli “uffici Territoriali” sarebbero le Prefetture, gli “uffici periferici” tutti gli enti come le Soprintendenze. Sia chiaro: molte volte mi sono trovato a riflettere sull’efficienza – amministrativa e finanziaria – delle Soprintendenze riguardo la gestione dei beni culturali in genere, e non di rado ho avuto l’impressione – la solita, italica impressione! – di macchine farraginose e a volte ingrippate. D’altro canto, è grazie alle Soprintendenze se in Italia si è riusciti a preservare buona parte del patrimonio artistico-culturale in primis dalla cementificazione selvaggia (quella che secondo alcuni lo stesso DdL Madia invece liberalizzerebbe, in buona sostanza), e si è potuto valorizzare il patrimonio stesso in modo da salvaguardarlo dalla rovina, da cercare di renderlo fruibile al pubblico e, di conseguenza, a farlo “monetizzare” come necessariamente deve. Azioni non sempre riuscite al meglio, ma almeno messe in atto – è già qualcosa, per come sia comatoso lo stato della cura del patrimonio culturale nazionale. Le Prefetture, invece, sono altro, nel bene e nel male. Non sono nate per occuparsi di cultura e patrimonio culturale, non hanno gli strumenti, le capacità, le competenze per farlo. Insomma – per usare la stessa metafora medica: se forse le Soprintendenze sono, con il patrimonio culturale nazionale in stato comatoso, come un dottore non troppo efficiente ma almeno dotato di cognizione di causa in modo che una buona cura in un modo o nell’altro la si possa attuare, ora il DdL Madia pretende di far curare quel malato (che, sia chiaro, se morisse farebbe morire l’intero paese, non solo culturalmente!) a un meccanico d’auto, che sa cos’è una chiave inglese ma uno stetoscopio non saprebbe nemmeno come tenerlo in mano e usarlo, ecco.
Non so: a volte si ha la vivida impressione che il paese che forse più di ogni altro al mondo dovrebbe avere cognizione e cura della cultura e delle cose relative – al punto da poter virtualmente diventare ricco grazie ad esse – faccia strategicamente di tutto per sbarazzarsene, per togliersele dai piedi per far posto ad altro di più conveniente per qualcuno ma assolutamente e inesorabilmente deleterio per il paese e la sua società civile. E tutto questo, giustificato da cosa? Dalle necessità di bilancio, dai tagli alla spesa pubblica, dal debito sempre più imponente? Scuse, puerili e bieche scuse, ovvero prove evidenti di una totale e letale ottusità istituzionale, amministrativa e politica. Il personale sospetto (sarò esagerato, complotti sta, catastrofista, ma tant’è) è invece sempre quello: la cultura dà fastidio, rende le persone pensati e dunque perspicaci. Quanto di più aborrito da qualsiasi sistema di potere. Meglio un tot di trasmissioni idiote in TV, una bella partita di calcio o qualche ennesimo status symbol che ci faccia sentire belli e importanti. Panem et circenses: l’Italia s’è fermata lì, con la sua evoluzione politica e sociale.

P.S.: qui trovate un articolo che riassume bene tutti i vari aspetti della questione, tratto da Finestre sull’Arte.

La “buona” scuola è anche una forma di cultura mentale

Qualche giorno fa, in risposta al mio articolo Quando tra il dire e il fare c’è di mezzo la buona scuola (un articolo di Tullio De Mauro) nel quale il noto linguista disquisiva sul sistema scolastico italiano paragonandolo, seppur indirettamente, a quello finlandese – notoriamente tra i migliori del mondo – Faby, curatrice del blog Soliloquio in compagnia, ha scritto un interessante e significativo commento, che a mio modo di vedere riassume ed evidenzia bene alcuni dei punti nodali della “questione scuola” contemporanea.
Ve lo ripropongo ora trasformandolo a sua volta in articolo, appunto per come lo trovi assai meritorio di attenzione e di qualsiasi ulteriore contributo aggiuntivo. Mi viene solo da aggiungere una cosa: si sta parlando di scuola, ovvero di uno dei pilastri fondamentali di una società. Tutti dovremmo tenere ben presente questa cosa, e in primis coloro i quali hanno facoltà di decidere politicamente su di essa, quando invece spesso, negli ultimi anni, l’hanno maneggiata e continuano a maneggiarla come fosse un qualcosa di fastidioso, di ingombrante, di trascurabile se non per mere (e assolutamente bieche) ragioni di convenienza partitica. Come fosse una sorta di scatola, che se messa in verticale piuttosto che in orizzontale o se colorata di rosso piuttosto che di blu di verde potrebbe pure essere gradevole e gradita da qualcuno, ma il cui contenuto sembra non interessare nessuno, neanche chi ne è/sarebbe – istituzionalmente – direttamente responsabile.

4_9 ONLINE NEWS KOULUTUSJARJESTELMATvirgoletteSi potrebbe disquisire per ore sul nostro sistema scolastico. Vediamo la Finlandia come un esempio a cui tendere ma, a mio avviso, ne siamo lontani mille miglia, non per mancanza di capacità, ma per mancanza di mezzi concessi. Finché lo Stato italiano si ostinerà a non incentivare la cultura e la responsabilità del sapere la scuola da sola non può farcela. E qui metto dentro il calderone tutta una serie di questioni che allo stato attuale rimangono irrisolte: mancanza di fondi, inadeguatezza delle infrastrutture in cui lavorare, numero abnorme di alunni per classi in cui dentro mettici pure BES, DSA ecc ecc, poco rispetto dei ruoli, troppa turnazione degli insegnanti a causa del precariato, perciò poca continuità nel metodo d’insegnamento. La scuola finlandese ha locali adeguati e a norma per ospitare ragazzi e insegnanti, si lavora per piccoli gruppi in cui il singolo è seguito e valorizzato, esiste il rispetto esteso alle varie personalità della scuola e il rispetto per il materiale e i locali messi a disposizione. Noi abbiamo classi ghetto (parlo per esperienza), in cui non riesci a curare le eccellenze perché devi rallentare per seguire ragazzi più bisognosi. Le aule sono piccole, ci sono problemi in caso di evacuazione per terremoti o incendi. Il sistema classe non è aperto perché ancora non c’è la cultura della responsabilità. Il ragazzo da noi studia perchè è obbligato e non perchè lo ritiene una risorsa. Infine i genitori remano contro, pensando che gli insegnanti non educhino i loro figli, ma creino abusi di potere se li rimproverano e li riportano all’ordine…. Cosa cambiare per primo, per eguagliare il sistema finlandese? Forse il nostro modo di pensare.

Quando tra il dire e il fare c’è di mezzo la buona scuola (un articolo di Tullio De Mauro)

Sia chiaro: per “buona scuola” intendo la scuola (e la didattica) di qualità! Nessun riferimento, dunque, a una certa “riforma” che di questi tempi si sta discutendo dalle nostre parti. No, qui l’argomento è serio (!), e Tullio De Mauro ne disquisisce con riferimento all’ambito scolastico finlandese, tra i più avanzati ed efficienti al mondo.
Ho avuto modo di conoscerla piuttosto bene, la Finlandia, dunque non solo comprendo perfettamente il senso dell’articolo di De Mauro qui sotto riprodotto – pubblicato sul sito web de Internazionale il 23 maggio (vedi qui l’originale), ma posso anche dire di aver visto di persona gli effetti collaterali della bontà del sistema scolastico di lassù: società avanzata, cultura diffusa, senso civico elevato. Tutte cose, appunto, che la scuola deve e dovrebbe essere in grado – ed essere messa in grado – di insegnare fin dall’infanzia. E che – come anche chiosa De Mauro sul finale del suo articolo – fanno la differenza tra una mera riforma politica (qualsiasi essa sia, ribadisco) e un’autentica gestione culturale del sistema scolastico. Coi risultati che possiamo constatare quotidianamente attorno a noi.

TulliodemauroFinlandia: liberi tutti
La Finlandia è la palestra educativa del mondo, scrive Liisa Niveri sullo Spiegel di fine aprile. Dopo Le Monde, The Guardian e Die Zeit anche Der Spiegel torna a dare ampio spazio alle novità che si profilano nella scuola finlandese.
I confronti internazionali sulle prestazioni degli alunni nelle prove oggettive non lasciano dubbi: gli alunni finlandesi contendono a giapponesi e sudcoreani i primi posti nel mondo. Il sistema scolastico tiene insieme la massima inclusività (nessuno è lasciato indietro) e i massimi risultati di qualità, come avviene in Giappone e in Corea del Sud – e in Italia nella scuola elementare. Si cercano i segreti del successo. Il benessere e le scelte soggettive degli alunni sono, a tutti i livelli di istruzione, in primo piano, in un modo che sorprende e spiazza atteggiamenti pedagogici consolidati.
Per esempio, dall’autunno scorso bambine e bambini possono scegliere liberamente tempi e vie per imparare a scrivere: messaggini, computer, stampatello o corsivo a mano. Irneli Halinen, a capo dell’ufficio nazionale per lo sviluppo dei curricoli, spiega che nella media superiore le materie non verranno cancellate, ma, dopo aver studiato la cosa e intervistato singolarmente migliaia di studenti e docenti, si è deciso di favorire sempre di più lo studio attraverso ricerche di gruppo su temi trasversali scelti dagli studenti. Cento o cinquant’anni fa cose del genere suggerirono Édouard Claparède o Guido Calogero. In Finlandia le realizzano.
(Tullio De Mauro)