Qualche giorno fa il BBC News Magazine ha pubblicato una interessante cronaca sul panorama letterario ed editoriale islandese attuale, dal quale emerge un dato sotto molti aspetti sconcertante: 1 islandese su 10 ha pubblicato un libro, ovvero ben il 10% della popolazione del piccolo stato nordeuropeo (poco più di 320.000 abitanti: una città di provincia italiana, in pratica) è composta da scrittori, essendoci inoltre – e inevitabilmente, a questo punto – la più alta presenza proporzionale di case editrici, librerie e lettori di qualsiasi altro paese del mondo.

Certo, so bene che su tale paragone possano gravare innumerevoli attenuanti del caso, d’altro canto alcune giustificazioni banali che di primo acchito verrebbero in mente, come quella che lassù fa freddo, c’è buio per molto tempo all’anno e dunque la gente non sa che altro fare, non reggono affatto, dal momento che non siamo più nell’Ottocento e che, probabilmente, nelle città dell’isola la vita sociale e culturale è ben più fremente che in tante città italiane di provincia, grazie anche ad una notevole presenza di istituzioni culturali e museali (adeguatamente sostenute dall’amministrazione pubblica) capaci di offrire un buon numero di “svaghi” ai residenti. Perché, appunto, la particolarità della situazione islandese non è tanto dovuta a una così alta quantità di scrittori, ma ancor più a quanti lettori vi siano, in numero tale da permettere al mercato editoriale di vivere “bene” e addirittura di proliferare, come abbiamo visto; peculiarità che di contro è il dramma principale della situazione nostrana, nella quale il dato sul numero di libri venduti (al quale ovviamente si lega quello relativo al numero di lettori, pur con tutte le deviazioni statistiche del caso) è ormai da anni in costante calo, rendendo sempre meno paradossale quella battuta sul fatto che qui da noi vi siano ormai più scrittori che lettori…
Quindi, per ribadire la domanda: cos’è che in Islanda funziona e qui no? Difficile rispondere, ma forse un buon spunto di riflessione, leggendo l’articolo del BBC News Magazine, lo offre lo scrittore Solvi Bjorn Siggurdsson, quando afferma che “Dopo l’indipendenza dalla Danimarca nel 1944, la letteratura ha contribuito a definire la nostra identità.” Ecco, definizione dell’identità: in effetti, leggendo opere letterarie islandesi – e in generale scandinave, dacché in tutti i paesi nordeuropei il panorama letterario ed editoriale è piuttosto florido, con dati di lettura libri/pro capite che qui sono pura fantascienza! – risulta evidente la caratterizzazione nazionale e popolare dello stile letterario, come se esso fosse uno strumento “attivo” al pari di altri più tipici – lingua, storia, tradizioni, eccetera – per presentarsi, determinarsi, distinguersi. Per dire, anche attraverso le storie di qualsiasi genere scritte e pubblicate, “questa è l’Islanda e noi siamo i suoi abitanti”, non solo in modo meramente descrittivo ma ben più approfondito, mettendo nelle storie anche l’essenza profonda e pragmatica della realtà narrata. Una questione di “identità”, appunto: peculiarità comune e molto sentita in tutti i paesi scandinavi, che invece a noi italiani obiettivamente manca parecchio (ovvero avevamo, posta la grandezza della letteratura italiana fino a qualche tempo fa, e abbiamo smarrito), e virtù che, tra le altre cose, ha pure aiutato l’Islanda a uscire molto rapidamente dalla crisi finanziaria che la scosse del 2008, prima avvisaglia di quanto avrebbe poi coinvolto l’intero mondo occidentale. Identità che significa anche consapevolezza civica, coscienza di ciò che si è, riflessione e conseguente necessità di espressione, da cui certamente scaturisce una letteratura consapevole, matura, intelligente e inevitabilmente intrigante: autentica e preziosa cultura, insomma.
Ripeto, non so bene nella sostanza perché per il mondo dei libri e della lettura l’Islanda sia una sorta di paese dei balocchi: ma di sicuro lì il libro è ancora un oggetto di primaria valenza culturale, appunto: cosa che forse noi, qui (e non solo noi e non solo qui, certo), abbiamo dimenticato ovvero corrotto in qualcosa di biecamente finanziario e ben più rozzamente materiale, trasformando la letteratura in un mero bene di largo consumo legato alle più turpi leggi di mercato quando invece il libro è il frutto primario della nostra cultura, di ciò che siamo: insomma, i libri siamo noi.
“Identità”, appunto: è una bella lezione quella che ci viene dall’Islanda. Fossimo capaci di seguirla, probabilmente ne gioverebbe l’intera nostra società, non solo le vendite del mercato editoriale.
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Hallgrímur Helgason, “Toxic”
Paradiso e inferno: due miti il cui senso siamo abituati ad applicare a tante cose, tra le più varie e disparate. Ad esempio, un certo luogo può sembrare ad alcuni un paradiso, per via della bellezza naturale o perché vi ci si trovi particolarmente bene o vi si abbia fatto fortuna, ma ad altri potrebbe viceversa sembrare un inferno, perché in esso si sentono spaesati, estranei, e ci si trovano male.
Prendiamo l’Islanda, ad esempio: luogo che peraltro raffigura visivamente benissimo entrambi i miti suddetti, per avere una bellezza naturale da eden in Terra dovuta però a vulcani, campi di lava, geyser e quant’altro d’aspetto piuttosto “infernale… Ecco, l’Islanda, un posto lontano da tutto e da tutti, la cui cultura sotto molti aspetti si crogiola in tale isolamento: natura meravigliosa, appunto, stile di vita impeccabile, niente crimine, città a misura d’uomo e molto altro di – in base al comune punto di vista occidentale – “paradisiaco”. Ma lo può essere, un paradiso, anche per un croato naturalizzato americano residente a New York e in fuga da mezza polizia USA per aver combinato un pasticcio parecchio grave?
In fondo, basandosi sulla dicotomia paradiso/inferno si può anche tranquillamente disquisire su Toxic, ultimo romanzo edito in Italia dell’autore islandese Hallgrímur Helgason (da ISBN, con la traduzione di Silvia Cosimini)…
Leggete la recensione completa di Toxic cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!