Tutti invocano il senso del limite in montagna, e poi… Dolomiti senza limiti!

«Live the Dolomites without limits», vivere le Dolomiti senza limiti.

Già, senza limiti di decenza, di vergogna, di disprezzo verso le montagne.

L’immagine e lo slogan che vedete vengono da Ski.it, il consorzio che raccoglie le Funivie di Folgarida e Marilleva, Madonna di Campiglio e Pinzolo; è comparso anche in una pagina pubblicitaria del “Corriere della Sera” e probabilmente, mi viene da pensare, di qualche altro quotidiano.

Ma ci rendiamo conto? Ancora oggi, nella realtà problematica come mai prima d’ora per le montagne, con tutte le criticità dettate da un lato dalle circostanze in corso, climatiche e ambientali soprattutto, e dall’altro da certi modelli economico-turistici sempre più devastanti per i territori, le culture locali e le comunità residenti, si reitera un linguaggio, un immaginario e un atteggiamento nei confronti delle montagne così scriteriato?

Si sostiene da sempre più parti e con frequenza crescente che le montagne hanno un disperato bisogno di riscoprire il senso del limite (il progetto Monveso di Forzo – Mntagna Sacra è nato e lavora proprio per questo), ma chi ne governa le sorti (turistiche e non solo) continua invece a pensarle solo come uno spazio da sfruttare e consumare illimitatamente, fino a che non resti più nulla. Un atteggiamento che, se posso essere franco, trovo delinquenziale, ecco.

Panorama di Madonna di Campiglio con lo sfondo delle Dolomiti di Brenta. Immagine di
Paolo Bisti tratta da www.dovemontagna.it.]

Come scrive bene Michil Costa nella sua lëtra (“lettera” in ladino) del 1 luglio scorso, dalla quale trae origine anche questo mio articolo,

“Vivere le Dolomiti senza limiti”: davvero questa è la direzione giusta? In un’epoca in cui tutto sembra vendibile e accessibile, riflettiamo sul valore dimenticato del limite. Perché custodire la montagna significa anche saper dire no, con amore e responsabilità. Un turismo senza regole è una forza distruttrice. Trasforma l’ambiente in merce, la comunità in servizio, l’ospitalità in servitù. Ma esiste un turismo rigenerativo, non per consumare, ma cura per il mondo. Un turismo possibile che accenda la vita culturale, sociale, economica, fatto con e attraverso la relazione che stabilisce una connessione: io sono ospite della natura, non il suo padrone, e sono grato di poterne essere parte. Le comunità devono saper accogliere e anche dire no e quando il no è forte è condiviso deve essere rispettato.

Dunque, basta con questo “no limits”, basta con questo linguaggio tossico, spregevole e violento nei confronti delle montagne e con il menefreghismo verso la loro realtà, l’ambiente naturale, verso le comunità che vi abitano e il loro futuro. E basta con questo immaginario alpino non solo obsoleto o ormai fuori luogo ma anche pericoloso! In montagna si può far tutto ma solo se alla base vi sia il buon senso, che significa anche percepire, elaborare e rispettare i limiti che in ogni territorio contribuiscono a mantenere la bellezza del paesaggio, l’equilibrio ecosistemico, il benessere dei residenti, la qualità dell’accoglienza turistica, la salvaguardia ambientale, la cultura, l’identità e la coscienza dei luoghi.

Basta con queste manifestazioni di prepotenza nei confronti dei territori montani. Non si può più andare avanti così, per il bene delle montagne e di chiunque le ami da abitante, residente temporaneo, frequentatore o turista occasionale. Basta!

[Veduta invernale del comprensorio sciistico di Madonna di Campiglio. Immagine tratta da https://turistipercaso.it.]
Nota finale: l’immagine e lo slogan dei quali ho scritto vengono da un comprensorio che solo poche settimane fa si è vantato sui media di aver introdotto un tetto alla vendite di skipass giornalieri nei periodi di alta stagione, in vigore dal prossimo anno.
Be’, fatemi capire: si mette un “limite” alla vendita degli skipass invernali e poi si invita a fruire delle proprie montagne “senza limiti”? Cos’è, una bizzarra manifestazione di bipolarismo, oppure vera e propria (nonché bieca) ipocrisia?

L’overtourism non è nato ieri e di questo passo la politica non lo risolverà né oggi e né domani

Guardate le due immagini sopra pubblicate, soprattutto in merito alle tante persone che si vedono dentro e fuori le piste da sci.

Quella in alto è recente, e mostra le piste di St.Anton am Arlberg, in Austria; quella sotto è una veduta dei Piani di Bobbio, sulle montagne lecchesi, ed è del 1965. La prima viene spesso utilizzata (l’ho fatto anche io) per disquisire di overtourism, o iperturismo, in montagna, ma non che mostri una situazione molto diversa dalla seconda, di più di mezzo secolo precedente. Solo che nel 1965 il concetto di “overtourism” non era stato ancora delineato quindi nessuno ne parlava, almeno nei termini odierni – per la cronaca, il termine overtourism nasce e viene definito nei primi anni Duemila, anche se già da tempo se ne discuteva pur senza concettualizzarlo.

Tuttavia, ancora prima di quell’immagine d’antan dei Piani di Bobbio e che si comprendessero gli effetti del boom economico nel mondo occidentale, quindi anche sulle abitudini turistico-vacanziere degli italiani, il grande scrittore e saggista tedesco Hans Magnus Enzensberger aveva capito tutto.

Nel 1962, in Una teoria del turismo (pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1965 nel volume Questioni di dettaglio. Poesia, politica e industria della cultura), Enzensberger così scrisse:

Il desiderio nostalgico di liberarsi dalla società andandosene lontano è stato ridisciplinato secondo le regole di quella società da cui si fuggiva. La liberazione dal mondo dell’industria si è stabilita essa stessa come industria; il viaggio dal mondo delle merci è diventato una merce.

In tre semplici righe il grande intellettuale tedesco riassunse l’evoluzione del turismo nei decenni successivi con incredibile lucidità, quasi con chiaroveggenza. Capì che il turismo, per come si stava conformando nei proprio modelli “strategici” avrebbe trasformato, cioè ridisciplinato i luoghi turistici in base alle regole delle città, soffocandone e a volte cancellandone l’identità e l’alterità con gli spazi urbani, elementi scomodi per un turismo che prendeva a puntare decisamente sulla quantità a scapito della qualità – anche dei luoghi. Capì che il turismo stesso si stava trasformando in industria non dissimile a quella dalla quale i vacanzieri lavoravano per quasi tuto l’anno desiderando solo di fuggirne per qualche giorno di ferie: e non casualmente oggi si parla di «industria del turismo», «industria dello sci» così come di fordismo e post-fordismo in merito all’evoluzione contemporanea del turismo. E capì che persino il viaggio, da esperienza più o meno formativa, più o meno ludica o ricreativa e quant’altro, era diventata una merce da vendere e nulla di più: non a caso, quando si prenota una vacanza, si acquista un «pacchetto-viaggio» no? Una definizione quanto mai rappresentativa riguardo la mercificazione turistica di natura consumistica oggi ormai imperante.

In questo modo, inevitabilmente, anche i luoghi sottoposti ai flussi turistici sono stati mercificati in quanto parte di quel “pacchetto-viaggio” da vendere e sottoposti al soddisfacimenti dei bisogni e delle pretese del turista, non viceversa come di logica dovrebbe essere. Il turismo è diventato un ingrediente importante e pressoché irrinunciabile della «società dei consumi» – altra definizione del tutto eloquente – che Umberto Eco chiamava anche democrazia del benessere, primariamente basata sulla massificazione consumistica di ogni elemento ne faccia parte.

In buona sostanza, era inevitabile che il turismo, così come altre cose contemporanee, finisse per diventare iper-/over- e generasse molteplici gravi disequilibri nei territori turistificati.

Dunque, cosa si può ricavare da questa disamina? Be’, innanzi tutto una cosa fondamentale: che da quelle “previsioni” di Enzensberger dei primi anni Sessanta ad oggi, cioè in più di mezzo secolo, nessuno, soprattutto nella politica, ha pensato bene di elaborare una gestione efficace dei modelli turistici in divenire, anzi, ha ritenuto solo di potersene approfittare e spingere sull’acceleratore degli affarismi conseguenti, con i risultati che oggi in sempre più numerose località si stanno denunciando e lamentando. E i problemi al riguardo non sono dati solo dall’iperturismo, ce ne sono altri dalle conseguenze altrettanto deleterie.

Posto ciò, è ancor più inquietante constatare che, nonostante tutto quanto sopra, vi siano ancora tanti amministratori locali che pur di fronte a fenomenologie di evidente degrado – ambientale, sociale, economico, culturale, identitario… – dei propri territori, sostanzialmente fingono di nulla e, al netto di qualche bella parola spesa con i media, perseverano in quei modelli di massificazione e turistificazione esasperati, pensando solo a quanti tornaconti ci si possa ricavare prima che tutto inevitabilmente imploda.

Atteggiamenti politici e amministrativi del genere non possono essere più tollerati, in nessun luogo e tanto più nei territori montani, particolarmente pregiati tanto quanto fragili e già ricchi di criticità non indifferenti. Ne va del loro futuro e, soprattutto, delle comunità che ci abitano le quali devono rielaborare la consapevolezza cultura, civica e politica per contrastare quegli atteggiamenti deleteri facendo massa critica per cambiarne il corso e indirizzarlo finalmente e pienamente a vantaggio dei territori e dei loro abitanti, il che senz’altro genera altrettanti vantaggi per i visitatori di tali territori. È una questione di futuro, ribadisco, semplice tanto quanto fondamentale: ovvero di saperlo costruire tutti insieme o viceversa tutti insieme negarselo. Con conseguenze di inesorabile gravità.

Risolvere l’overtourism con la destagionalizzazione e la delocalizzazione? Sicuri?

[La spiaggia Caló des Moro, a Maiorca: un tempo era poco conosciuta, poi sono arrivati gli “influencer” e ora soffre di sovraffollamento. Immagine tratta da “Il Post“.]
Di frequente, in tema di overtourism e overcrowding – l’iperturismo e il sovraffollamento periodico – oltre ai presunti disincentivi come tasse di soggiorno, prenotazioni obbligatorie, ticket d’ingresso eccetera (scrivo “presunti” perché, nel modo in cui vengono applicati, sono a mio parere utili soprattutto a far cassa e a poco altro) si invocano spesso la destagionalizzazione dei flussi turistici e la loro delocalizzazione, il che in pratica significa mandare i turisti in luoghi suggestivi ma ancora poco frequentati per alleggerire il carico in quelli più rinomati e troppo frequentati.

Nel principio sembrerebbero due azioni valide da attuare; le si invoca spesso anche per i territori montani, nei quali iperturismo e sovraffollamento possono generare disagi e danni più che altrove.

Bene: in Spagna, paese che prima di altri ha cominciato a riflettere sugli eccessi del turismo di massa, non di rado protestandovi contro, hanno messo in pratica le due azioni suddette attraverso un sistema assai in voga oggi: chiedendo a influencers e content creators del web di postare immagini di luoghi poco frequentati, così da invogliare chi non li conosca ad andare lì al posto che nelle solite mete iperturistiche – si veda qui al riguardo e l’immagine lì sopra. Un sistema al quale ad esempio hanno pensato anche in Svizzera, paese che proprio dai suoi paesaggi montani elabora la massima attrattiva turistica.

Risultato: ora pure in quei luoghi poco frequentati ci sono troppi turisti, con problemi anche più gravi di quelli che devono affrontare i luoghi più rinomati i quali, per ciò, sono comunque più attrezzati a gestire grandi masse turistiche mentre i primi, per il motivo opposto, non lo sono affatto.

Era ed è inevitabile che ciò accadesse: come sostengo da tempo, in mancanza di una vera e ben elaborata gestione dei flussi turistici contestuale ai territori che ne sono oggetto, l’unico effetto che la destagionalizzazione e la delocalizzazione ottengono è la riproposizione e la diffusione dello stesso modello iperturistico nel tempo e nello spazio, dunque degli stessi disagi e danni per i territori e le comunità residenti su una più vasta scala spaziale e temporale.

Dalla padella alla brace se non direttamente tra le fiamme, in pratica!

D’altro canto, temo (a pensare male si fa peccato ma si indovina!) che questa spalmatura dei flussi turistici sia proprio quello a cui molti amministratori locali puntano, al fine di aumentare il business turistico senza metterne in discussione i modelli e le evidenti numerose storture che li caratterizzano, a totale discapito dei territori e di chi li abita. Dopo che per anni hanno agognato e poi alimentato i massimi numeri di presenze turistiche, tanti amministratori, albergatori e ristoratori, responsabili del turismo e associazioni di categoria oggi se ne lamentano e invocano soluzioni come quelle citate ma, sotto sotto, non vogliono affatto rinunciare al business e pensano solo a accrescerne la portata trascurandone completamente le conseguenze sui luoghi e sulle comunità Le quali anzi «non hanno nulla di che lamentarsi», visto che più ci sono turisti più possono fare affari – come non di rado mi capita di sentire.

Ecco: sono queste le sensazioni assai vivide che mi sorgono al riguardo.

Per tali motivi, quando leggo o sento dichiarazioni sulla necessità di destagionalizzare e delocalizzare i flussi turistici ma non colgo analoghe volontà di attivare una gestione progettualmente strutturata, storco il naso e penso male. Ad esempio: quante di quelle località, e dei rispettivi responsabili (pubblici e privati) del turismo, dai quali giungono le suddette invocazioni “contro” la massificazione turistica, hanno pensato di elaborare per i propri territori le relative capacità di carico – una delle prime cose che ci sarebbe da fare, in una meta turistica – e di applicarne concretamente le risultanze nella gestione concreta dei flussi?

Credo che per la risposta, e per contare tali località, le dita di una sola mano siano fin troppe.

Dunque, di che stiamo realmente parlando quando ci riempiano la bocca con quei termini, destagionalizzare, delocalizzare così come con valorizzare, sviluppare…? Del nulla, temo. Sono tante belle parole il cui possibile buon senso viene troppo spesso gettato alle ortiche per interpretarle in modi del tutto distorti e funzionali a fare affari sulle spalle dei nostri territori, della loro bellezza, e della qualità di vita di chi li abita.

Ma anche qui, come in altre circostanze, a tirar troppo la corda il rischio pressoché inevitabile è che prima o poi si spezzi. E poi hai voglia a riportarla integra – sempre che si possa farlo!

Un vostro punto di vista sul turismo

Cari amici, vi sottopongo un quesito al quale chiedo di rispondere (se ne avete voglia, ovviamente) rimarcandomi il vostro punto di vista al riguardo:

Esiste il turismo sostenibile?

O, per dirla in altra forma:

Il turismo può essere realmente sostenibile?

So bene che prima dovremmo stabilire cosa intendere con l’aggettivo «sostenibile», ma è pur vero che il naturale parametro di riferimento sono le circostanze della realtà che riscontriamo intorno a noi le quali in effetti “definiscono” il valore corrente dell’aggettivo, nel bene e nel male nonché al netto di accezioni tanto “ideali” quanto poco o nulla diffuse.

Grazie di cuore per le risposte che vorrete fornire!

L’iperturismo cafone, anche in Svizzera

L’Oeschinensee, nel Canton Berna, è un po’ il lago di Braies svizzero (o viceversa, ovviamente). Come questo, è un luogo tra i più spettacolari delle Alpi e, in quanto tale, soggetto a flussi turistici intensi, tant’è che in loco come a Braies si parla da tempo di overtourism. E di come correre ai ripari.

In Svizzera, al riguardo, si è deciso che, a partire da maggio, verrà introdotta la prenotazione obbligatoria on line del biglietto per la funivia che porta al lago. Sarà possibile scegliere la fascia oraria: in caso di maltempo o malattia, sarà possibile scegliere un’altra data ma, in ogni caso, la prenotazione farà da filtro di selezione e limitazione degli afflussi al lago.

È una decisione ovviamente comprensibile e inevitabile, la cui efficacia sarà da verificare nel corso della prossima bella stagione.

Tuttavia, ancora una volta mi pongo la domanda se quella relativa all’overtourism non sia solo una questione di numeri, di quantità di turisti in loco, ma pure se non soprattutto di qualità delle presenze. Leggo su “Tio.ch” che «L’anno scorso, i proprietari del Berghotel Oeschinensee sono stati costretti a chiudere l’hotel per la stagione: la situazione era degenerata. I visitatori manifestavano mancanza di rispetto sociale e arroganza verso il personale di servizio. In alcuni casi, sono state anche segnalate molestie, commenti sprezzanti, abusi e persino minacce di morte.»

Già: anche in Svizzera, dunque, l’iperturismo si contraddistingue per il suo impatto non solo ambientale ma pure culturale e, per così dire, etico. Per la sua frequente cafonaggine, insomma: una caratteristica che degrada ancora di più i luoghi nei quali l’overtourism si manifesta. E che, a mio modo di vedere, lo rende un fenomeno ancora più da contrastare: non solo materialmente, con provvedimenti di limitazione e contenimento radicali, ma anche dal punto di vista culturale, della necessaria “rieducazione” di una parte importante del pubblico turistico nei confronti dei luoghi che visita. Oltre che di certi montanari locali che, pur di fare affari con la gran massa di turisti, chiudono entrambi gli occhi sul degrado crescente delle proprie montagne, ecco.

N.B.: Le immagini dell’Oeschinensee che vedete sono tratte da facebook.com/oeschinenseeCH.