Roald Dahl, “Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra”

cop_dahl_libraioCredo sia abbastanza inutile che io, qui, mi metta a dissertare e a dirvi chi fosse Roald Dahl, e quanto grande sia la sua fama come scrittore di capolavori letteraria per bambini e ragazzi. Forse potrebbe essere già più utile, dacché probabilmente meno noto, denotare che al di là della sua celeberrima produzione per i lettori più giovani, lo scrittore gallese (ma norvegese d’origine) produsse anche alcune opere per adulti. Due dei suoi racconti – un tempo si sarebbero probabilmente definiti novelle –  sono contenuti ne Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra (Guanda, Parma, 1996/2009, traduzione di Massimo Bocchiola; orig. The Bookseller, 1986): l’uno dà il titolo al libro, il secondo è Lo scrittore automatico (orig. The Great Automatic Grammatisator, 1953), ed entrambi sono due piccoli ma luminosi gioielli…

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Leggere per alleviare il peso della nostra (ineluttabile) ignoranza… (Nick Hornby dixit)

Io leggo per un sacco di motivi. Generalmente tendo a frequentare lettori e ho paura che, se smettessi di leggere, loro non vorrebbero più frequentare me (sono gente interessante e sanno un sacco di cose interessanti, ne sentirei la mancanza). Sono anche uno scrittore e ho bisogno di leggere per ispirami e per istruirmi e perché voglio migliorare, e solo i libri possono insegnarmi come. A volte, certo, leggo per scoprire delle cose: a mano a mano che invecchio, sento sempre di più il peso della mia ignoranza. Voglio sapere com’è questa o quella persona, vivere in un posto o in un altro. Amo quei dettagli sui meccanismi del cuore e della mente umana che solo la narrativa ci può illustrare, i film non si avvicinano abbastanza.

Nick Hornby, Una vita da lettore, Guanda 2006 (orig.: The complete polysyllabic spree, 2006)

Sembra, detta così – e per come la dice Hornby, lì in mezzo al suo pensiero – un’affermazione insensata e pure un po’ antipatica, d’altro canto è vero: siamo destinati ad essere sempre e comunque creature virtualmente ignoranti, semplicemente perché non si finisce mai di imparare, come recita il noto motto popolare. Mai.
Basterebbe questo motivo, questo unico e in verità ovvio motivo, per leggere libri su libri su libri. Perché un buon libro ci può insegnare moltissime cose, e regalarci – diciamolo sinceramente! – quel fine e appagante piacere di sentirci meno ignoranti di quelli che i libri non li leggono affatto, spesso perché non ne sentono il bisogno ovvero ritengono di non avere tempo per la lettura, già da ciò palesando in modo inequivocabile tutta la loro cronica ignoranza.

Pelham Greenville Wodehouse, “Gas Esilarante”

cop_gas_esilarantePrendete una catena montuosa, la quale abbia ovviamente alcune vette maggiori di altre: dai versanti di esse nascono e scrosciano ruscelli d’acqua cristallina, che poi diventano torrenti, e fiumi, e alimentano laghi e mari di preziosa acqua dai quali chiunque può attingere, e nella cui acqua in qualche modo sono sempre presenti le gocce originarie scaturire dalle vette suddette… Ecco: nel grande “mare” del genere umoristico moderno e contemporaneo, letterario e non solo, c’è molta acqua proveniente da quella cristallina fonte che fu P.G.Wodehouse, veramente tra i padri dello humor universale ovvero di quello stile e di quel modo di inventare cose divertenti del quale gli anglosassoni sono – bisogna ammetterlo – indiscussi maestri e che, sostanzialmente, ha insegnato nel tempo all’intero pianeta come ridere e come far ridere. Ovvero: se si parte dai comici, dai cabarettisti e dagli umoristi contemporanei e si percorre la via della risata a ritroso nel tempo, passando per le pietre miliari – Monty Python, Douglas Adams, Marx Bros., Stanlio e Ollio, solo per citarne alcuni tra i più popolari – quasi inevitabilmente si giunge a Wodehouse, con pochi altri maestro riconosciuto, appunto, della risata in letteratura.
Gas Esilarante (Mondadori, 1a ed.1955, traduzione di Alberto Tedeschi: orig. Laughing Gas, 1936. Ora pubblicato in Italia da Guanda. L’edizione da me letta – acquistata su un banco di vendita di libri usati – è del 1971) in verità è un’opera che Wodehouse pubblicò quando la sua fama di scrittore umoristico era già consolidata, grazie alle fortunate serie di Jeeves, l’impeccabile e geniale maggiordomo, e del Castello di Blandings, dunque non tra quelle che originariamente e più direttamente influenzarono la letteratura di genere e non solo. Tuttavia è certamente uno dei titolo della vastissima produzione dello scrittore inglese tra i più noti, esempio ottimo dello stile impeccabile – anche linguisticamente – della creatività, della capacità narrativa e della classe che sempre gli vennero riconosciute anche dai colleghi, coevi e successivi…

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Irvine Welsh, “Ecstasy”

cop_Welsh-ecstasy“Violento, incalzante, cupo, irridente”: basterebbero questi quattro epiteti del collega Nick Hornby per descrivere in modo già abbastanza chiaro Irvine Welsh; se si aggiungesse pure “scurrile” la chiarezza diverrebbe pressoché completa… L’autore dell’ormai “generazionale” Trainspotting raccoglie in questo Ecstasy (TEA 1999, traduzione di Mario Biondi) tre romanzi brevi (o racconti lunghi – la diatriba è sempre aperta: oltre quale numero di pagina avviene la mutazione da racconto a romanzo?…) nei quali, come è facilmente intuibile, la droga più estasiante che ci sia la fa’ da padrone, conducendo la vita e le vicende di quella “solita” parte oscura della società contemporanea della quale Welsh si è fatto cantore, tra rave parties, violenza giovanile, hooligans calcistici, perversioni sessuali assortite e quant’altro possa tracciare i confini di un (apparente) vero e proprio inferno, nel quale i condannati a starci ci stanno ben volentieri e, anzi, una tale “condanna” se la sono cercata e ne vanno fieri…

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Luis Sepùlveda, “Patagonia Express”

E’ da un po’ che ho in mente di leggere la più classica e celebre trilogia di scrittori patagonici, ovvero Coloane, Chatwin e Sepùlveda. Non ho ancora avuto la fortuna di visitare la Patagonia, la conosco abbastanza in chiave alpinistica e ho qualche conoscente che vi è stato; ma è inutile rimarcare che, anche senza questi elementi, la Patagonia è uno di quei (rari) luoghi del mondo “integri”, ancora incontaminati, selvaggi, duri, di confine, nei quali la civiltà umana non è ancora riuscita a imporsi – e a intaccarne la purezza primordiale… Soprattutto, la Patagonia è uno di quei pochi luoghi rimasti sul pianeta dove l’essere vivente deve aver costantemente presente il valore della propria vita, deve continuamente ricercare la migliore e più proficua armonia con l’ambiente in cui vive sapendo che, a differenza del mondo antropizzato, avrà meno possibilità di cavarsi da un eventuale impiccio – materiale o spirituale…
In Patagonia Express – la prima delle opere che ho letto – Sepùlveda sembra voler rimarcare la reale sussistenza della trilogia patagonica di cui ho scritto, proprio omaggiando, all’inizio e alla fine dell’opera, Chatwin e Coloane…

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