L’overtourism sulle Alpi, un secolo e mezzo fa

[Carrozze lungo la strada dello Stelvio a metà Ottocento. Fonte: Lithogr. Mansfeld & Comp, Vienna, ca.1850.]

Quando per la prima volta venni nelle Dolomiti, erano ben diverse da quelle di oggi. I forestieri non le visitavano ancora e gli unici a frequentare la strada d’Ampezzo erano i famigli con i loro grossi carri. Anche allora c’era gran movimento nella regione, ma riguardava la dura attività dei montanari di quel tempo. Oggi il pesante carro da trasporto ha lasciato il posto al landau e il grembiule blu del conducente all’abito elegante del turista. E molti cacciatori sono diventati guide alpine.

A Dobbiaco siamo giunti chi dal Brennero e chi dalla valle della Drava. Una fitta frotta di turisti si accalca all’uscita del treno sovraffollato, lieta di lasciare il fumante cavallo a vapore e di poter respirare a pieni polmoni la fresca aria di montagna.

Sono passaggi tratti da “Le Alpi in 30 montagne” di Enrico Camanni (libro di cui ho scritto qui) e si direbbero descrizioni della realtà turistica attuale, se non fosse per alcuni riferimenti inequivocabilmente d’antan. In ogni caso raccontano un turismo evidentemente ben sviluppato fatto di «fitte frotte di turisti» benestanti di evidente provenienza cittadina, di sovraffollamenti, di montanari che nel turismo ci lavorano… Sembra la realtà attuale, come detto; invece la prima citazione riporta le impressioni del grande alpinista austriaco Paul Grohmann ed è del 1877, mentre la seconda è dell’alpinista tedesco Theodor Wundt e risale al 1887. Sicuramente i flussi turistici di allora erano meno ingenti di quelli di oggi ma, proporzionalmente al tempo, ai luoghi com’erano in quegli anni e alla dimensione culturale dell’epoca, generavano un impatto non indifferente e in molti aspetti assimilabile – fatte le debite proporzioni, ribadisco – a quello attuale.

Questo per dire che oggi stiamo parlando correntemente di overtourism, di industria del turismo e di problematiche conseguenti ma tale realtà non è nata oggi, nemmeno ieri o vent’anni fa ma allora, a fine Ottocento, quando si intuì che la villeggiatura montana poteva diventare qualcosa di sempre più gradito al pubblico e dunque generare buoni affari. Così si cominciò a sviluppare l’economia del turismo in chiave moderna, elaborando immaginari e modelli ancora oggi in uso, ma in parallelo non si è mai sviluppata un’ecologia del turismo, e una conseguente gestione politica oculata dei territori, delle loro specificità, delle risorse, del portato sulle località coinvolte e sulle loro comunità. È passato un secolo e mezzo nel quale il turismo è stato lasciato andare in maniera incontrollata perché faceva guadagnare molti e ciò ne nascondeva gli impatti negativi. Fino ad arrivare agli estremi, sovente parossistici, dell’overtourism contemporaneo e a tutto il resto.

[Qualche estate fa lungo la strada che sale alle Tre Cime di Lavaredo.]
In fondo tutto ciò non è direttamente colpa del turismo e tanto meno dei turisti, ma dell’uso distorto, esclusivo e viepiù alienato dai contesti montani che se n’è fatto. È un problema di cecità: di non aver visto dove fosse il limite da non superare e dunque averlo oltrepassato, pure di corsa, solo per continuare a inseguire profitti e tornaconti. Almeno a fine Ottocento c’erano i landau per le strade alpine, non i SUV di oggi!

La nuova ciclovia sull’Albenza e la “vecchia” (ma attualissima) previsione di Buzzati

[Immagine tratta da www.lavocedellevalli.it.]
Ricordate la ciclovia che stanno realizzando a colpi di ruspe in Valle Imagna, sul versante est del Monte Albenza tra Roncola e Costa, sulla quale ho scritto qualche giorno fa? Ecco, ho inviato alcune mie considerazioni (durissime? Nemmeno tanto, in verità) sulla questione al quotidiano “La Voce delle Valli” che ne aveva dato notizia: sono state pubblicate qui – ringrazio di cuore la redazione per l’attenzione e lo spazio concessomi – e le potete leggere per intero lì sotto. Mi auguro servano innanzi tutto a mantenere viva l’attenzione e il dibattito civile (e civico) sulle nostre montagne e sulle comunità che le abitano, alle quali spesso viene negata tanto l’interlocuzione istituzionale, in circostanze del genere, quanto l’adeguata rappresentatività politica ma che in effetti siamo noi, abitanti delle montagne, a dover elaborare per primi. Ad alimentare il fondamentale e imprescindibile senso di comunità, insomma.

Ovviamente siate liberi di farmi avere le vostre opinioni e considerazioni al riguardo, che sarò ben felice di leggere.

Dopo aver realizzato uno dei sogni più belli, un’ascensione prestigiosa come lo spigolo del Velo alla Cima della Madonna, Buzzati è felice solo a metà e apostrofa l’amico Franceschini: «E piantala con questa storia degli uccellini! Lo sai meglio di me, no? Li hanno ammazzati tutti, li hanno ammazzati. Li hanno cotti in pentola, quei malnati. E adesso, vedrai, ammazzeranno anche le piante. E non ci saranno più nemmeno i boschi. Credi che non sappia? Qui regneranno soltanto il cemento, l’asfalto, le macchine e la morte. E allora saranno soddisfatti, finalmente.»

Il grande Dino Buzzati scrisse queste parole (che ho tratto dall’ultimo libro di Enrico Camanni “Le Alpi in 30 montagne”, Laterza, 2025; Gabriele Franceschini fu una celebre guida alpina delle Pale di San Martino scomparsa nel 2009 alla quale Buzzati si affidò spesso) più di mezzo secolo fa. Il boom economico spargeva ancora le sue prebende sul paese, il turismo si faceva sempre più di massa anche sui monti e, sull’onda di ciò, si poteva pensare che qualche sindaco di montagna si facesse convincere che a cementificare e asfaltare i propri territori (sui quali si pativa la fame o quasi fino a pochi lustri prima) per agevolare la presenza dei turisti avrebbe reso tutti più felici e contenti nella sua comunità. Buzzati, persona e intellettuale di grande sensibilità e sagacia (non serve rimarcarlo), profondamente innamorato delle montagne e delle sue Dolomiti in particolare, aveva perfettamente compreso il rischio che i monti stavano correndo e lo denunciò con fermezza numerose volte.

Oggi no: che succedano queste cose, come ad esempio sta accadendo con la nuova strada “ciclopedonale” tra Roncola e Costa Valle Imagna (sulla quale “La Voce delle Valli” ha scritto di recente), non è più ammissibile e tanto meno tollerabile. I sindaci e gli amministratori pubblici che ancora pretendono di “valorizzare” le proprie montagne ovvero metterle a valore per farne un bene di consumo da (s)vendere sul mercato del turismo (quale mercato poi, e quale “turismo”?) non possono essere creduti dei meri ingenui o degli sprovveduti in buona fede. No, sono amministratori di un patrimonio collettivo che decidono arbitrariamente di cementificare, asfaltare, infrastrutturare, lunaparkizzare per pura e semplice insensibilità, noncuranza, indifferenza (non vado oltre) verso quelle loro montagne, verso le loro peculiarità paesaggistiche e naturalistiche, verso la loro integrità ambientale, la loro identità, la loro anima. Montagne che in questo modo essi inevitabilmente condannano alla banalizzazione, all’imbruttimento, al degrado, a luoghi che il turismo realmente sostenibile e consapevole eviterà accuratamente. Fino a che ne saranno soddisfatti, evidentemente, proprio come affermò e predisse Dino Buzzati più di mezzo secolo fa.

Enrico Camanni, “Le Alpi in 30 montagne”

Le montagne sono un grande libro sulle cui pagine fatte di rocce e terra gli uomini che le vivono hanno inscritto nel tempo la loro storia con un alfabeto tanto materiale, fatto dei segni e delle opere compiute e lasciate sul terreno, quanto immateriale, composto dal modus vivendi, dalla cultura, dai saperi elaborati lungo quel tempo e, dunque, dal dialogo con il Genius Loci dei monti vissuti e frequentati. Le Alpi, poste al centro dell’Europa e della sua geografia umana, un grande libro lo sono in modo particolare e peculiare, forse unico al mondo, essendo d’altro canto la catena montuosa più antropizzata del pianeta. Sono un libro fittamente inscritto, un palinsesto composto da innumerevoli storie e narrazioni affascinanti, affiancate e sovrapposte ma che per lungo tempo sono rimaste senza “lettori”, come un corposo volume lasciato nella trascuratezza sullo scaffale geografico e antropologico europeo. Finché qualcuno, un giorno, decise di aprirlo e leggerlo le sue pagine a forma di montagne da salire e “conquistare”.

Enrico Camanni, figura tra le più prestigiose e importanti della cultura di montagna italiana, racconta questa scoperta, questa “lettura” della catena alpina nel suo ultimo lavoro “Le Alpi in 30 montagne” (Laterza, 2025) e il grande racconto della relazione tra le vette alpine e le genti che le hanno vissute (nel senso più variegato del termine) lo suddivide in trenta capitoli e altrettante montagne peculiari, appunto, più o meno celebri e celebrate, iconiche, spettacolari ma anche dure, ostiche, a volte assoggettanti e spietate. Comunque dei cairn fondamentali, dei marcatori referenziali morfologici imprescindibili non solo per la geografia alpina ma anche, in senso socioculturale, per la geografia umana, delle genti che hanno abitato e abitano le Alpi. La cui storia, inscritta sui territori montani nello spazio e nel tempo, piena di racconti diversi l’uno dall’altro eppure simile nei contenuti e nella sostanza antropologica, si può ben dire che sia stata finalmente scoperta e letta proprio dagli alpinisti, dai primi conquistatori di quelle montagne che un paio di secoli fa hanno cominciato a risalire le valli alpine attratti dal prestigio di legare il proprio nome a quello delle vette raggiunte ma pure da ciò che vi era sulle pendici: le meraviglie ambientali, quelle naturalistiche e variamente scientifiche, la civiltà alpestre locale, apparentemente rustica eppure custode di saperi e culture ancestrali. Una civiltà che tuttavia, salvo rare eccezioni, permaneva rinchiusa tra le alte e inquietanti pareti, costantemente intimorita e minacciata dalla Natura predominante che spesso “osservava” i montanari dall’alto delle vette con gli occhi rosso fuoco e le sembianze orrorifiche di mostri e demoni d’ogni sorta []

[Immagine tratta da https://cuneotrekking.com.]
(Potete leggere la recensione completa di Le Alpi in 30 montagne cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

“Oltre la Vetta” è un podcast bello e importante, da non perdere

Oltre la vetta” è un podcast che dovete assolutamente vedere/ascoltare.
Ve lo dico da subito, sperando così che vogliate seguire questo mio spassionato ma fervido consiglio: il podcast lo merita senza alcun dubbio.

Lo dico anche da subito perché “Oltre la Vetta” nasce all’interno dell’omonimo progetto del Club Alpino Italiano per dissertare e riflettere apertamente di ciò che nella montagna, e nella vita, resta spesso taciuto: il dolore della perdita, il trauma, la paura, la fragilità. Ovvero, in origine, la morte, quella che ha portato via molti alpinisti pur valenti e bellissime persone lasciando senza la loro presenza i rispettivi famigliari, con il loro lutto – o i lutti dacché hanno molte forme, forse una per ciascuno di noi – e con la necessità di elaborare i modi, diversi e personali, in cui si può imparare a convivere con essi.

Ideato (come il progetto di partenza), scritto e condotto magistralmente dall’amica Sofia Farina, con i suoni e le musiche originali di Giorgio Tidei e la grafica di Stefano Gaio, “Oltre la Vetta” ospita in ogni episodio compagni di cordata, familiari, alpinisti che hanno subito la perdita di un proprio caro o di un amico e raccontano la personale esplorazione del dolore e la sua elaborazione, diversa per ogni persona appunto e altrettanto variamente, ineluttabilmente complessa ma essenziale per chi resta con il compito di restituire dignità alla fragilità, mostrando che dal dolore possono nascere nuovi significati, relazioni e forme di cura reciproca. In tal senso ogni episodio apre uno spazio di ascolto e di riflessione su un tema che nella cultura di montagna, e nella società più ampia, resta spesso (quasi sempre nella società) un tabù nonostante sia parte integrante e inalienabile della vita di tutti.

Riflessioni che dalle conversazioni dei vari episodi, tutte peculiari e interessanti proprio per i motivi suddetti, emergono in abbondanza e coinvolgono chi assiste al podcast anche grazie al tono confidenziale ma non per questo meno profondo e sensibile con il quale Sofia dialoga con gli ospiti. Tra quelle più ricorrenti, d’altro canto fondamentale da elaborare e considerare, è quella che concerne la necessaria ricerca di un senso alla fatalità e al conseguente dolore. Come detto, la morte è parte ineludibile della vita, e se la vita deve avere un senso per noi creature intelligenti e senzienti, deve averlo anche la morte, anche quando essa, per ciò che determina, appare l’evento più tragicamente insensato e inspiegabile che si debba affrontare, soprattutto se conseguenza di circostanze imprevedibili come gli incidenti in montagna che coinvolgono alpinisti assolutamente esperti, assennati e preparati. Persone che sui monti trovano e provano – come la gran parte degli appassionati che li frequenta – sensazioni di gioia, di libertà, di appagamento, di felicità profonda, ovvero qualcosa di formalmente antitetico al dolore e alla morte. Eppure, come detto, un senso lo deve pur avere anche la morte e non può essere quello, legittimo e consolatorio tanto quanto artificioso e a volte mistificatorio, che ad esempio le religioni forniscono. Al quale chiunque è libero di affidarsi, ma non più di ciò che noi, personalmente, possiamo e dobbiamo saper elaborare e comprendere, per quanto sia possibile, proprio per rendere veramente compiuto il senso della nostra vita e la nostra presenza viva nel mondo.

Insomma, lo ribadisco: “Oltre la vetta” è un podcast assolutamente da seguire, qualcosa alla quale assistere non può che far bene, alla mente, al cuore e all’anima.

MONTAG/NEWS #11: sono accadute altre cose interessanti, nei giorni scorsi sulle montagne

In questo articolo a cadenza stavolta un po’ più lunga del solito, visto il periodo “festiveggiante”, trovate una selezione di notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete nei giorni scorsi parecchio interessanti e utili da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così che ognuno possa approfondirle a piacimento. Di notizie del genere sulle montagne ne escono di continuo e di recente in modo particolare, tra le cronache su come stanno andando le vacanze natalizie sulla neve, le Olimpiadi sempre più imminenti e altre cose rimarchevoli: questo è un tentativo di non perdere alcune delle notizie più significative. Vi ricordo che durante la settimana le più recenti di tali notizie le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.

Buone letture!

 

IL GREENWASHING DELLO SCI DI LUSSO

Su “Lo ScarponeEnrico Camanni scrive con la sua abituale brillantezza dello sci moderno che premia i super ricchi tra vacanze esclusive e impianti di lusso, mascherando l’impatto ambientale sempre più pesante con strategie di greenwashing. Ne trae una bella (seppur inevitabilmente amara) riflessione sul modello turistico contemporaneo fatto di neve finta e paradisi montani artificiali «che guida gli investimenti di oggi, in larga parte pubblici, e a mio parere andrebbe criticato prima di tutto per ragioni di giustizia sociale, prima ancora che di protezione ambientale.»


MA POI HA ANCORA SENSO FARE LE OLIMPIADI?

La stampa italiana, salvo rari casi, dice ben poco del dissenso diffuso verso le Olimpiadi, quella estera invece è molto più attenta e loquace. Al punto che in Svizzera ci si chiede che convenienza ci sia a fare ancora i Giochi olimpici: «Abbiamo visto la neve artificiale portata in Trentino. Abbiamo visto la difficoltà con la quale i lavori vengono conclusi, altri verranno conclusi nei prossimi anni. Ma c’è ancora bisogno di fare le Olimpiadi? Non vi sembra non più sostenibile dal punto di vista economico, dal punto di vista ambientale, anche dal punto di vista politico e infine, non ultimo, sportivo?»


LA BANALITÀ DELLA NEVE DI OGGI

Sul quotidiano piemontese “La Voce” si dà conto di quanto successo a Prato Nevoso, località nella quale nei giorni scorsi ha nevicato più che altrove ma certo non in modo eccezionale. Eppure è bastato qualche relativo post sui social per intasare la località di gente, traffico, confusione, rumore. E dimostrare tutta la banalità che muove e alimenta certo turismo di massa contemporaneo. «La neve non serve a sciare, a camminare, a stare. Serve a dimostrare che c’eri. La foto con i fiocchi, il video dal finestrino, la storia con l’emoji del pupazzo. L’esperienza non è viverla, è postarla. Anche bloccati in coda, purché sia documentato.»


QUASI SENZA PIÙ GHIACCIAI ENTRO IL 2100

A fronte degli effetti crescenti della crisi climatica, potremmo ancora fare molto per la tutela del pianeta e, sulle Alpi, dei ghiacciai, ma non sembra che ci sia una forte volontà al riguardo, soprattutto della politica. Eppure un nuovo e autorevole studio elaborato del Politecnico Federale (ETH) di Zurigo lancia l’ennesimo allarme: le Alpi si avviano a perdere un numero record di ghiacciai nei prossimi decenni, e se la temperatura media aumentasse di 4 gradi, come molti stimano, solo l’1% resisterà ancora per la fine del secolo, una ventina in tutto.


GORPCORE, LA MONTAGNA CHE “VA” IN CITTÀ!

Una notizia “di costume” curiosa ma comunque significativa e con possibili chiavi di lettura culturali: secondo il quotidiano zurighese “Tages-Anzeiger” e “Il Fatto Quotidiano” anche nei paesi alpini ci si veste con capi tecnici da montagna anche in città, al punto che ad esempio a Zurigo le vendite sono aumentate in un anno del 300%. Questo trend ha già un nome: gorpcore, nato durante il periodo del Covid quando la natura prometteva più che mai evasione ed equilibrio e molti si vestivano in modo più pragmatico. Paradossalmente, poi, nelle stazioni sciistiche sempre più mirate al turismo di lusso spesso ci si va in abiti eleganti da città!