Come contrastare il turismo cafone in montagna?

[Titolo e immagini tratti da “L’AltraMontagna“.]
Di recente (ne avrete già letto, forse) anche il pittoresco Presidente del Veneto si è espresso contro il turismo cafone, ultimo di altri che l’hanno fatto prima. Al netto delle sue dichiarazioni e di quelle di altri soggetti poco credibili, il problema esiste ed è diffuso anche in montagna, ambito che, per la propria bellezza e delicatezza, molto meno di altri lo può e lo deve tollerare. Magari pure a voi, nelle vostre recenti vacanze, vi è toccato di constatarlo.

Ma, appunto, al di là di questa o quella “soluzione” proposta: secondo voi come si può (se si può)/si deve contrastare concretamente questo turismo cafone, e come lo si potrebbe limitare se non sradicare il più possibile dalle condotte con le quali le persone frequentano le montagne?

Ovviamente, se vi va di farlo, potete rispondere con la massima libertà di pensiero e d’opinione. Grazie di cuore fin d’ora per le considerazioni personali che vorrete rimarcare.

“Orobie” e panchine giganti

A titolo personale, ma credo condiviso da tanti, ringrazio molto la redazione della rivista “Orobie” per la sua chiara presa di posizione riguardo il fenomeno delle “panchine giganti”, espressa nella rubrica delle “Lettere” del numero di maggio, ora in edicola – qui sopra ne vedete la pagina, mentre lì sotto la copertina del numero in questione.

In tantissimi, lo ripeto, hanno capito da tempo, se non da subito, che le panchinone non promuovono affatto i territori nei quali vengono forzatamente installate ma lo banalizzano e abbruttiscono. L’augurio espresso dalla redazione, che sia una moda passeggera destinata a finire presto, è dal mio punto di vista una certezza: sorte inevitabile, d’altronde, per un fenomeno vuoto di senso e di sostanza che finisce per alterare la percezione estetica e culturale dei luoghi, dunque – ribadisco – per degradarne la bellezza autentica. Sono oggetti fuori luogo e fuori contesto che a breve appariranno volgari anche a chi per ora li apprezza – inevitabilmente, ripeto.

Piuttosto, c’è da porsi il problema della loro disinstallazione: il rischio è che, una volta passata la moda, nessuno se ne curi più e così le panchinone diventino rottami deteriorati e arrugginiti, ancor più orribili da vedere, nel bel mezzo di paesaggi pregevoli. Rappresenterebbe un doppio sfregio per quei paesaggi, assolutamente non accettabile.

[Cliccate sull’immagine per scoprire gli articoli contenuti in questo numero.]

Paella e sangria tipicamente valtellinesi

Ma, secondo voi, in un evento come quello a cui si riferisce l’immagine soprastante, andato in scena (è proprio il caso di dirlo) ieri* in un luogo per il quale nel relativo marketing turistico, come in altri simili in Valtellina e altrove, si parla spesso di “tradizioni”, “identità”, “cultura locale”, da qualche tempo pure di “sovranità alimentare” eccetera, è peggio proporre la “solita” pizzoccherata, quasi certamente preparata con ingredienti industriali e provenienti dall’estero (accade regolarmente ormai), dunque celebrare l’ennesimo trionfo della banalità culinaria in salsa localista (per giunta artefatta, appunto) o è peggio proporre paella e sangria che invece – lo sanno tutti no? – sono un cibo e una bevanda tipicissimi della Valtellina e della Valmalenco nonché diffusi in tutte le nostre Alpi?

In ogni caso, ho cercato nei siti web delle località sciistiche della Spagna – di La Molina, Sierra Nevada, Baqueira/Beret, Formigal…: stranamente, non vi ho trovato eventi nei quali vengano offerti sciatt e Sfurzat. Chissà come mai!

*: al solito, ne scrivo dopo che la cosa è andata in scena per evitare stupide e sterili polemiche di quelli che, tanto, insisterebbero furbescamente a non voler capire.

Sugli apres ski in montagna: quant’è sottile il confine tra “accettabilità” e “indecenza”?

[Un apres ski a Courmayeur. Immagine tratta da facebook.com/lovesuperg.]
Nelle scorse settimane, anche a seguito di alcuni articoli che ho dedicato al tema, ho ricevuto molti messaggi da amici e conoscenti riguardo gli “apres ski”, un’usanza che, a quanto sembra, si sta diffondendo sempre più e da alcuni è ritenuta addirittura alternativa allo sci sempre più in difficoltà.

Sono messaggi variamente (e per me comprensibilmente) critici, visto come tanti di quegli eventi si manifestano, sostanzialmente trasformando angoli montani in quota, anche oltre i 2000 metri, in vere e proprie discoteche all’aperto. Gli apres ski ci sono sempre stati, sia chiaro, ma in passato con modalità di ben più basso profilo e molte meno pretese di quelli attuali.

Per quanto mi riguarda, al netto del modello di fruizione della montagna sottinteso a questi apres ski, che non gradisco, non avrei nulla contro. Anzi, è bello divertirsi in compagnia dopo una giornata di sci e tirare l’ora di cena con il sottofondo di una buona musica. Ma perché devono esagerare così tanto, quelli che li propongono? Luci stroboscopiche, laser, musica sparata a decibel da concerto, casino senza limiti, in montagna tra i boschi e come detto, a volte a quote elevate e in luoghi prossimi a zone protette… ma che senso ha? I limiti, appunto: sono in montagna, non in una piazza cittadina o, appunto, in un locale al chiuso, ve ne rendete conto? Temo di no, dunque temo che ignorino o trascurino del tutto cosa comporti l’essere in ambiente naturale, peraltro in uno dei più meravigliosi e delicati che abbiamo a disposizione, che si dice da decenni e in mille modi di dover tutelare e valorizzare al meglio! Che li facciano quanto volete gli apres ski ma, maledizione, datevi un limite di decenza ambientale!

D’altro canto che ne direbbero, quelli che gli apres ski organizzano e cui partecipano, se nella loro discoteca o nel disco bar preferiti in città al venerdì e/o al sabato sera organizzassero tornei di scacchi o letture di poesie delle avanguardie del primo Novecento, eventi per i quali occorre silenzio e contegno pressoché assoluti? Ovviamente, non sarebbero i luoghi adatti per ospitare eventi del genere. E perché invece alla montagna, anche a quella già antropizzata dalla presenza di impianti e piste da sci, possono essere imposti eventi così dissonanti e fuori luogo? Che senso ha, che idiozia è mai questa?

Per ogni cosa ci vuole buon senso, congruità e senso del limite. Posti tali semplicissimi (per una società civile) princìpi, a mio modo di vedere si può fare di tutto. Anche gli apres ski, in un ambito di regole ben chiare nei riguardi dei luoghi e delle loro specificità, da rispettare da chiunque. Per essere chiari: nel caso di situazioni di eventi con discoteca all’aperto o musica dal vivo rimane sempre vigente il limite dei 95 dBA a centro pista richiesto dal DPCM 215/99, ma ogni comune può chiedere limiti più stringenti – ad esempio, può essere chiesto un limite su base oraria di 65-75 dBA alla facciata delle case più vicine e quindi a centro pista il livello scende. Certi locali nei comprensori sciistici non hanno case intorno, ovvio, ma hanno qualcosa di ancora più delicato e da tutelare sia materialmente che immaterialmente ovvero culturalmente: la Natura. Pensare di poter sparare la musica ai livelli acustici di una discoteca in città o sulla spiaggia di Riccione anche a 2000 metri di quota non è solo una cretinata formale, ma pure una grande manifestazione di inciviltà e volgarità. In ambito montano all’aperto basterebbero livelli di decibel ben più bassi, ci si divertirebbe alla grande lo stesso (se si è persone normali, ovviamente). Senza contare che esiste pure la silent disco, a ben vedere!

Dunque, detto ciò: che si aspetta a manifestare più decenza, in tanti di questi apres ski? Ribadisco il mio pensiero: liberissimi di farne quanti ne vogliono e di divertirsi un sacco, quelli che li propongono nei loro locali in montagna, ma con senso del limite e decenza! Altrimenti non si potrà che dar ragione piena ai tanti che al riguardo si dicono radicalmente critici – e, ripeto, con i quali dal punto di vista culturale non si può che essere d’accordo a prescindere, già.

L’iperturismo cafone, anche in Svizzera

L’Oeschinensee, nel Canton Berna, è un po’ il lago di Braies svizzero (o viceversa, ovviamente). Come questo, è un luogo tra i più spettacolari delle Alpi e, in quanto tale, soggetto a flussi turistici intensi, tant’è che in loco come a Braies si parla da tempo di overtourism. E di come correre ai ripari.

In Svizzera, al riguardo, si è deciso che, a partire da maggio, verrà introdotta la prenotazione obbligatoria on line del biglietto per la funivia che porta al lago. Sarà possibile scegliere la fascia oraria: in caso di maltempo o malattia, sarà possibile scegliere un’altra data ma, in ogni caso, la prenotazione farà da filtro di selezione e limitazione degli afflussi al lago.

È una decisione ovviamente comprensibile e inevitabile, la cui efficacia sarà da verificare nel corso della prossima bella stagione.

Tuttavia, ancora una volta mi pongo la domanda se quella relativa all’overtourism non sia solo una questione di numeri, di quantità di turisti in loco, ma pure se non soprattutto di qualità delle presenze. Leggo su “Tio.ch” che «L’anno scorso, i proprietari del Berghotel Oeschinensee sono stati costretti a chiudere l’hotel per la stagione: la situazione era degenerata. I visitatori manifestavano mancanza di rispetto sociale e arroganza verso il personale di servizio. In alcuni casi, sono state anche segnalate molestie, commenti sprezzanti, abusi e persino minacce di morte.»

Già: anche in Svizzera, dunque, l’iperturismo si contraddistingue per il suo impatto non solo ambientale ma pure culturale e, per così dire, etico. Per la sua frequente cafonaggine, insomma: una caratteristica che degrada ancora di più i luoghi nei quali l’overtourism si manifesta. E che, a mio modo di vedere, lo rende un fenomeno ancora più da contrastare: non solo materialmente, con provvedimenti di limitazione e contenimento radicali, ma anche dal punto di vista culturale, della necessaria “rieducazione” di una parte importante del pubblico turistico nei confronti dei luoghi che visita. Oltre che di certi montanari locali che, pur di fare affari con la gran massa di turisti, chiudono entrambi gli occhi sul degrado crescente delle proprie montagne, ecco.

N.B.: Le immagini dell’Oeschinensee che vedete sono tratte da facebook.com/oeschinenseeCH.