Jason Buhrmester, “La grande rapina ai Led Zeppelin”

cop-ledzeppelin1C’è una tematica particolare – chiamarlo “filone” è troppo, credo – che la letteratura ha più volte preso a soggetto delle storie narrate, con il cinema al seguito: quella dei ladri di scarso valore, per così dire (quelli generano quasi più simpatia che disdegno, per capirci) i quali un bel giorno decidono di tentare il “colpo grosso”, il furto da azzardare pur essendo al di fuori della propria portata, ma che d’altronde, per chi non ha nulla da perdere, diventa una chimera inevitabilmente attraente. Jason Buhrmester ci fornisce la sua versione di questo tema ne La grande rapina ai Led Zeppelin (Fanucci, con traduzione di Tommaso Pincio), storia – appunto – di quattro ladruncoli ventenni di bassissima lega, capaci solo di furtarelli di poca cosa finché a Patrick, uno di loro ovvero il personaggio principale e l’io narrante del romanzo, viene in mente di tentare una rapina alla più celebre rock band di quegli anni, i mitici Led Zeppelin. Colpo ben oltre le loro possibilità di squinternati ragazzotti della periferia americana dotati della stupefacente capacità di mettersi nei guai appena ve ne sia l’occasione, se non fosse per un elemento che, indirettamente ma nemmeno troppo, li lega a quel mondo dorato nel quale gli Zeppelin si muovono…

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Mark Twain, “Storia di doppi e doppiette”

cop_Storia-di-doppi-e-doppietteErnest Hemingway, che non abbisogna certo di presentazioni e il quale di letteratura americana è indubbio che fosse un profondo conoscitore, disse di Samuel Langhorne Clemens, universalmente noto come Mark Twain: “Tutta la letteratura americana moderna statunitense viene da un libro di Mark Twain, Huckleberry Finn.” A me verrebbe da spingermi ancora oltre, affermando che Twain fu uno scrittore fondamentale per l’intera letteratura mondiale del Novecento, per come seppe rendere intrisa di innumerevoli e fortissime peculiarità letterarie l’intera sua produzione, dai più brevi racconti fino ai celeberrimi romanzi. Del suo stile inimitabile, creativo, frizzante, sagace, sovente ribollente e caustico e sempre affascinante è ottimo esempio Storia di doppi e doppiette (Robin Edizioni 2008, 1a ediz. Biblioteca del Vascello 1992, a (ottima!) cura di Salvatore Marano: orig. A Double-Barrelled Detective Story, 1902), sorta di racconto lungo – o romanzo breve – che fu tra le ultime opere “compiute” del grande scrittore americano, in un periodo della sua vita – gli ultimi 10/12 anni, appunto – contraddistinto da momenti di profonda depressione, causata anche dal dissesto delle finanze personali dovuto ad alcune iniziative editoriale intraprese e rivelatesi fallimentari. Nonostante tali problemi, Storia di doppi e doppiette dimostra però benissimo l’assoluta lucidità e vivacità intellettuale e creativa che Twain mantenne pure in quegli ultimi anni, costruendo una storia particolarissima, ricca di sorprese, di improvvise giravolte narrative, di teatrali colpi di scena…

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Rex Stout, “Colpo di genio”

cop_colpodigenioScommetto che a un gran appassionato del mangiare e del bere bene come Nero Wolfe, un’espressione come nella botte piccola c’è il vino buono sarebbe senz’altro piaciuta. E’ quella che in effetti mi viene da usare per questo romanzo breve di Rex Stout, Colpo di genio (Mondadori, traduzione di Laura Grimaldi), che veramente sembra un assaggio piccolo ma gustoso d’un piatto d’alta cucina, o di un pregiato vino. E viene da soffermarmi su argomenti culinari dacché anche Colpo di genio lo ha come sfondo: questa volta per il fatto che Nero Wolfe e l’inseparabile aiutante Archie Goodwin vengono invitati alla cena di una sorta di club di ricconi, per la quale farà da cuoco Fritz Brenner, lo chef personale di Wolfe, e i cui piatti saranno serviti da dodici ragazze agghindate da vestali dell’antica Grecia, come vuole la tradizione del club. Durante tale cena, e sotto gli occhi di tutti i presenti, uno degli invitati viene avvelenato, morendo poco dopo…

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Rex Stout, “Alta cucina”

cop_alta-cucinaNella mia pianificata esplorazione del mondo letterario giallo, mi sono appuntato sulla mappa editoriale alcune tappe imprescindibili, e a tale riguardo dopo Agatha Christie era quasi inevitabile incontrare l’alter ego americano della grande giallista inglese: Rex Stout.
Contemporaneo della Christie – peraltro per coincidenza nati e defunti entrambi a distanza di pochi anni – altrettanto prolifico, creatore di uno dei più celeberrimi personaggi della letteratura del Novecento, non solo nell’ambito del genere giallo, come Nero Wolfe, Stout rappresenta in verità l’altra faccia della medaglia del giallo “classico” – quello, per intenderci, che segue più o meno fedelmente lo schema delitto-indagine-deduzione-soluzione – tanto da essere ritenuto, a detta di molti esperti del genere, difficilmente paragonabile alla Christie. Alta cucina (Mondadori, con traduzione di Alessandro Golinelli) è un ottimo esempio del tipico stile dell’autore americano, e delle differenti peculiarità di esso rispetto a quello della scrittrice inglese: ove questa è metodica, elaborata, rigorosa nella stesura della trama, adattando per così dire la forma del romanzo ad un meccanismo preciso come un orologio svizzero – sfrondandola dunque di qualsiasi accessorio troppo fantasioso e creativo ovvero che non sia funzionale allo schema narrativo, generando per questo atmosfere generalmente tese, quasi oscure – Stout è invece più dinamico, brillante, vivace nella narrazione sovente ironica e nel tratteggio dei personaggi, a partire dai due fondamentali protagonisti delle sue storie, Nero Wolfe e Archie Goodwin

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David Sedaris, “Holidays on ice”

Mi sono avvicinato con non poche aspettative a questo libretto di David Sedaris, come mi accade ogni volta che, da buon cultore della letteratura umoristica moderna e contemporanea, posso “scoprire” un nuovo autore, e anche per la fama della quale m’era giunta voce dello scrittore americano, ritenuto tra i migliori, più feroci e dissacranti umoristi delle sue parti.
Holidays on ice (Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, traduzione di Matteo Colombo), contrariamente a quanto raccontano molte cronache – e a quanto viene pure da pensare leggendo il risvolto di copertina – non racconta dell’esperienza vissuta da Sedaris come elfo di Babbo Natale in un grande magazzino, il cui esilarante resoconto radiofonico è stato il suo trampolino di lancio quale umorista. E’ invece un libricino (un’ottantina di pagine in tutto) composto da quattro racconti incentrati sul tema del Natale – o meglio, sulla decadenza e la corruzione della festa religiosa (o ritenuta tale) in caciara consumistica, nella quale l’americano medio (ma non solo lui e non solo laggiù, sia chiaro) sovente riesce a dare il peggio di sé. Il degrado del senso festivo natalizio diventa dunque per Sedaris l’arma tagliente per colpire e sferzare la società americana, tutte le irrazionalità e le idiozie messe in campo in quei momenti, le quali poi sono spesso il sintomo chiaro e inequivocabile d’un degrado non solo limitato al periodo natalizio, ma ben steso lungo l’intero anno e per tutta la vita quotidiana…

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