Una «unconventional fanzine» per camminare “Altrove” sulle montagne

Altrove” è la Unconventional Fanzine di Filippo Macchi, amico fotografico di pregio, autore visivo e camminatore di montagna. Il numero 1 è uscito a fine novembre e mi è arrivato a casa durante le festività natalizie: raccoglie un anno di fotografie scelte, annotazioni, frammenti di vita sparsi in cartelle digitali, quaderni, appunti vari, che nella fanzine diventano un oggetto concreto, che non si perde nel flusso delle immagini digitali ma resta, ti aspetta, invita a rallentare.

Sfogliarla, dice Filippo, «significa camminare insieme attraverso dodici tappe: fotografie e parole inedite, scelte non per costruire un archivio ma per restituire il ritmo del vivere e del cercare. È un diario intimo, artigianale, nato per essere condiviso. Non un libro patinato, né un prodotto editoriale tradizionale: una fanzine, appunto, un frammento di tempo da tenere tra le mani.»

Peraltro a me piace molto che Filippo abbia scelto di utilizzare il termine fanzine, il quale mi riporta a tempi nei quali il web non esisteva e i “content creator” erano quelli che realizzavano e diffondevano – in modi a volte tanto artigianali quanto spesso parecchio creativi – riviste amatoriali che nel loro essere autoprodotte manifestavano una libertà di espressione e pure di genialità mirabili, che oggi il web consente nella forma ma non in maniera scontata nella sostanza.

Tutto ciò con almeno una differenza fondamentale: “Altrove” non sarà un libro patinato ma la gran qualità di contenuti e di stampa, unita alla tiratura limitata a 150 copie (io ho la numero 15, quella nell’immagine in testa al post) la rende qualcosa di molto simile a un libro d’arte, di poche pagine ma di grande fascino.

“Altrove” la potete acquistare dal sito di Filippo Macchi, qui. Chiunque subisca il fascino profondo della montagna e ami dialogare con i suoi Genius Loci, la apprezzerà sicuramente.

Diventare una cosa sola con la Natura

Vago spesso per i monti sopra casa all’imbrunire, e non solo perché la visione del panorama in quel frangente della giornata si fa particolarmente emozionante.

In realtà ciò che trovo del tutto emozionante è quel peculiare momento disteso tra il giorno che se ne sta andando e la notte che non ancora giunta, con il quale sembra che il tempo rallenti e sospenda con sé il mondo d’intorno tra le proprie dualità che nella dimensione crepuscolare, e forse solo in essa, si manifestano con particolare evidenza.

Non solo il giorno e la notte, o la luce e il buio, anche il tepore diurno che svanisce e il freddo che piano piano avvolge, il silenzio pressoché assoluto del bosco e il brusìo attraverso cui si percepisce il rumore della civiltà laggiù a valle, dove ci sono persone che fanno cose mentre qui nessuna persona oltre me è presente, le stelle che una a una si accendono nel cielo e quelle artificiali che punteggiano paesi e strade, il moto e la quiete, le forme varie del territorio e l’uniformità del bosco attorno, la mente che lascia andare i pensieri più pesanti per accoglierne di più leggeri, le percezioni della vista e quelle dell’udito…

Dualità naturali o artificiali ma comunque necessarie a riconoscere e comprendere entrambi gli elementi che le determinano, fino a che il giorno se ne va definitivamente, la notte prende possesso del tempo e il paesaggio esteriore si accorda in modo compiuto con quello interiore: la dualità si fa unione, la contrapposizione armonia, la separazione svanisce. Divento veramente parte della Natura e delle montagne che ho intorno, e mi sento bene come raramente accade.

MONTAG/NEWS #11: sono accadute altre cose interessanti, nei giorni scorsi sulle montagne

In questo articolo a cadenza stavolta un po’ più lunga del solito, visto il periodo “festiveggiante”, trovate una selezione di notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete nei giorni scorsi parecchio interessanti e utili da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così che ognuno possa approfondirle a piacimento. Di notizie del genere sulle montagne ne escono di continuo e di recente in modo particolare, tra le cronache su come stanno andando le vacanze natalizie sulla neve, le Olimpiadi sempre più imminenti e altre cose rimarchevoli: questo è un tentativo di non perdere alcune delle notizie più significative. Vi ricordo che durante la settimana le più recenti di tali notizie le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.

Buone letture!

 

IL GREENWASHING DELLO SCI DI LUSSO

Su “Lo ScarponeEnrico Camanni scrive con la sua abituale brillantezza dello sci moderno che premia i super ricchi tra vacanze esclusive e impianti di lusso, mascherando l’impatto ambientale sempre più pesante con strategie di greenwashing. Ne trae una bella (seppur inevitabilmente amara) riflessione sul modello turistico contemporaneo fatto di neve finta e paradisi montani artificiali «che guida gli investimenti di oggi, in larga parte pubblici, e a mio parere andrebbe criticato prima di tutto per ragioni di giustizia sociale, prima ancora che di protezione ambientale.»


MA POI HA ANCORA SENSO FARE LE OLIMPIADI?

La stampa italiana, salvo rari casi, dice ben poco del dissenso diffuso verso le Olimpiadi, quella estera invece è molto più attenta e loquace. Al punto che in Svizzera ci si chiede che convenienza ci sia a fare ancora i Giochi olimpici: «Abbiamo visto la neve artificiale portata in Trentino. Abbiamo visto la difficoltà con la quale i lavori vengono conclusi, altri verranno conclusi nei prossimi anni. Ma c’è ancora bisogno di fare le Olimpiadi? Non vi sembra non più sostenibile dal punto di vista economico, dal punto di vista ambientale, anche dal punto di vista politico e infine, non ultimo, sportivo?»


LA BANALITÀ DELLA NEVE DI OGGI

Sul quotidiano piemontese “La Voce” si dà conto di quanto successo a Prato Nevoso, località nella quale nei giorni scorsi ha nevicato più che altrove ma certo non in modo eccezionale. Eppure è bastato qualche relativo post sui social per intasare la località di gente, traffico, confusione, rumore. E dimostrare tutta la banalità che muove e alimenta certo turismo di massa contemporaneo. «La neve non serve a sciare, a camminare, a stare. Serve a dimostrare che c’eri. La foto con i fiocchi, il video dal finestrino, la storia con l’emoji del pupazzo. L’esperienza non è viverla, è postarla. Anche bloccati in coda, purché sia documentato.»


QUASI SENZA PIÙ GHIACCIAI ENTRO IL 2100

A fronte degli effetti crescenti della crisi climatica, potremmo ancora fare molto per la tutela del pianeta e, sulle Alpi, dei ghiacciai, ma non sembra che ci sia una forte volontà al riguardo, soprattutto della politica. Eppure un nuovo e autorevole studio elaborato del Politecnico Federale (ETH) di Zurigo lancia l’ennesimo allarme: le Alpi si avviano a perdere un numero record di ghiacciai nei prossimi decenni, e se la temperatura media aumentasse di 4 gradi, come molti stimano, solo l’1% resisterà ancora per la fine del secolo, una ventina in tutto.


GORPCORE, LA MONTAGNA CHE “VA” IN CITTÀ!

Una notizia “di costume” curiosa ma comunque significativa e con possibili chiavi di lettura culturali: secondo il quotidiano zurighese “Tages-Anzeiger” e “Il Fatto Quotidiano” anche nei paesi alpini ci si veste con capi tecnici da montagna anche in città, al punto che ad esempio a Zurigo le vendite sono aumentate in un anno del 300%. Questo trend ha già un nome: gorpcore, nato durante il periodo del Covid quando la natura prometteva più che mai evasione ed equilibrio e molti si vestivano in modo più pragmatico. Paradossalmente, poi, nelle stazioni sciistiche sempre più mirate al turismo di lusso spesso ci si va in abiti eleganti da città!


 

Di cose belle e buone per le montagne: la Cooperativa JustMo, in Molise

[Veduta del versante molisano della catena delle Mainarde, posta tra Molise e Lazio. Immagine tratta da www.escursionismo.it.]
Come ho già detto altre volte, trovo sia necessario e inesorabile parlare delle cose sbagliate che vengono imposte alle nostre montagne, vista la frequenza con la quale accadono e posta la manifestazione di sensibilità ambientale e senso civico che dà valore e forza alla loro denuncia.

D’altro canto ciò spesso toglie spazio al racconto delle altrettante cose belle e importanti che vengono realizzate nelle e per le terre alte italiane: una rete capillare di iniziative, progetti, opere, realizzazioni che aiutano veramente e concretamente la montagna a vivere dignitosamente e non a sopravvivere precariamente, come invece tante cose sbandierate spesso in maniera mediaticamente “urlata” dalla politica impongono alle comunità montane. Anche qui come in altri ambiti il “bene” non sbraita come il “male”, che d’altro canto dietro le proprie urla nasconde i danni che provoca e al contempo cerca di coprire la voce di chi opera in maniera veramente proficua per le montagne, che dunque ha bisogno di essere conosciuto e ascoltato. Anche per rendere ancora più palesi l’insensatezza e l’ipocrisia di tutte quelle cose sbagliate nonché i danni cagionati di conseguenza.

La Cooperativa “JustMo’” rappresenta un ottimo esempio di cose veramente buone e utili per le montagne, in tal caso quelle molisane, al punto da essere stata insignita del Premio nazionale “Custodi delle Terre Alte” edizione 2025 (nell’immagine qui sopra) promosso dal Comitato Scientifico Centrale del Club Alpino Italiano attraverso il Gruppo di Lavoro Terre Alte.

Nata nel 2018 e con sede a Campobasso, “JustMo’” è un’impresa culturale che nasce dalla volontà di unire le diverse professionalità e mettere in campo idee, progetti e opportunità che abbiano al centro del loro interesse e della loro forza la crescita culturale delle comunità e dei territori.

[I monti Predicopeglia (1946 m) e Forcellone (2030 m), nelle Mainarde. Immagine di Alberto Nardi tratta da www.montagna.tv.]
«Portiamo nel nome le nostre radici: il Molise» si legge nel sito web della Cooperativa. «Dalla sua storia e dalla sua cultura millenaria abbiamo imparato che è l’uomo, con il suo patrimonio di conoscenze e saperi, a determinare la forma e la sostanza dei territori e della propria cultura. Vogliamo contribuire a definire la sostanza del nostro futuro e quello delle nostre comunità accompagnandole nella fusione delle nuove conoscenze con gli antichi saperi, nella scoperta di nuovi linguaggi e nell’apertura verso altre culture. Da qui partiamo per offrire una serie di servizi e spazi che creano reti, offrono opportunità di incontri, migliorano la qualità dell’esperienza, accrescono la comprensione e aprono le prospettive. Con i piedi sulla terra, le mani su una tastiera e lo sguardo oltre la siepe.»

La Cooperativa ha già collaborato più volte con il CAI, condividendone motivazioni, modalità operative e sviluppando con il sodalizio iniziative di studio, valorizzazione e promozione del territorio e delle montagne del Molise, della loro storia e della loro eredità culturale.

“JustMo’” rappresenta insomma una realtà assolutamente importante e preziosa per il territorio molisano, una delle tante che sulle montagne italiane e per le comunità che le abitano ne sta elaborando e costruendo il futuro possibile e necessario, non quello improbabile e superfluo per di più decadente che altri pretendono di imporvi, a mero beneficio dei propri interessi e senza alcuna attenzione verso la cultura e l’anima dei territori.

N.B.: qui trovate anche “cose belle e buone” fatte in e per la montagna delle quali ho scritto in passato.

La “non democrazia” che a volte la politica locale manifesta, anche in montagna, e il ruolo delle comunità

[Foto di Monika da Pixabay.]
Mi è capitato di trovarmi di fronte amministratori pubblici locali – sindaci nello specifico – che nei dibattiti intorno a progetti e opere proposte nei loro territori e variamente discutibili hanno affermato che – riassumo in breve il pensiero espresso – in democrazia viene dato mandato ai sindaci attraverso il voto e dunque quelli devono essere in grado di fare ciò che hanno promesso.

Ora, al di là del fatto che se una cosa viene promessa o annunciata in campagna elettorale o in altri contesti pubblici e chi la propone viene votato e vince le elezioni, non è detto che quella cosa sia automaticamente giusta e da fare senza se e senza ma, credo che qui di fondo venga messa in atto una stortura strumentale del concetto di “democrazia rappresentativa” per fini funzionali a giustificare iniziative altrimenti poco ammissibili. E se anche questa circostanza potrebbe essere “comprensibile” (seppur non accettabile), più che altro perché è un modus operandi politico ormai parecchio consueto, la stortura suddetta rimane completamente. Perché la democrazia non può certo essere qualcosa che si risolve nel mero esercizio elettorale, quantunque sia un passaggio fondamentale alla necessaria rappresentatività (altrimenti avrebbe avuto ragione Charles Bukowski quando sosteneva sarcasticamente che «la differenza tra democrazia e dittatura è che in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini; in una dittatura non c’è bisogno di sprecare tempo andando a votare») e, anzi, la democrazia autentica comincia dopo il voto, quando gli eletti cominciano ad amministrare e a fare cose per conto di tutta la comunità del territorio amministrato e non solo della sua eventuale maggioranza (il che darebbe invece ragione al concetto di “dittatura della maggioranza” di Tocqueville): per questo motivo ineludibile è la comunità che deve democraticamente vigilare sull’operato dei soggetti ai quali ha delegato – non ceduto – la facoltà di amministrare il proprio territorio. Dunque non è il mandato amministrativo ottenuto con il voto a giustificare tale facoltà, ma lo è il consenso che scaturisce dall’interlocuzione articolata con la comunità che in questo modo riafferma e manifesta il proprio potere – “democrazia” da demos, “popolo”, e kratos, “potere”, è bene ricordarlo. Altrimenti siamo di fronte a oligarchie, autocrazie se non vere e proprie dittature, inesorabilmente.

Ecco, tutto questo se possibile vale ancora di più nei territori montani, ove il concetto di “democrazia” deve gioco forza comprendere anche il fattore geografico e ambientale per come influisca sul modus vivendi delle comunità, dunque sulla loro relazione con il territorio abitato e vissuto, verso il quale ogni intervento troppo invasivo, alterante e impattante genera molteplici conseguenze su quella relazione. L’abuso di potere ovvero di rappresentatività democratica che a volte certi amministratori pubblici montani palesano, quando intervengano troppo pesantemente sui propri territori perché portati a farlo da soggetti terzi e interessi “particolari” (e a volte accade anche in forza di piccole opere ma dal portato notevole, approfittandosi della particolare dimensione sociale e relazionale spesso presente nelle località montane, soprattutto le più piccole), è quindi ancora più deprecabile, sulle montagne, e da avversare con consapevole determinazione. D’altro canto l’amministratore pubblico – che sia un sindaco oppure altro – che si comporti in questo modo nei propri territori montani dimostrerebbe ineluttabilmente di essere la persona peggiore alla quale affidare la rappresentanza democratica della comunità locale. E imporrebbe un’azione politica urgente, al riguardo, da parte della comunità locale, per evitare ulteriori e più gravi danni al proprio territorio.