Quando i libri erano i “social”

Qualunque libro, per innocuo, per utile che sia, può diventare dannoso, secondo la mente dell’uomo che ‘l legge.

(Giuseppe BianchettiDei lettori e dei parlatori: saggi due, Le Monnier, Firenze 1858, pag.31.)

Ecco: provate a sostituire la parola “libro” con social e converrete che quasi due secoli fa avevano già capito l’andazzo.

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6 pensieri su “Quando i libri erano i “social””

  1. Lo sono ancora, ma solo certi tipi di libri come “you’re my dilemma” , FALLEN, io amo solo te e cose di questo genere. Purtroppo i lettori italiani leggono queste robette da supermercato. Tutte signorine sognanti l’amore eterno oppure mogli amnoiate in cerca di storie romantiche? Io sncora non l’ho capito chi siano tutte ste lettrici accanite. Eppure esistono gruppi attivissimi che ne discutono ogni parola e dove fanno a gara a chi li compra prima…Gli altri libri del tutto ignorati 🙁

    1. Ciao Amleta! 😉
      Hai assolutamente ragione. Tempo fa, peraltro, avevo avuto una discussione con un amico libraio il quale sosteneva (anche per ovvio interesse personale) che pure questi libroidi da supermercato potevano/possono servire a far nascere la passione per la lettura – per libri di valore, s’intende – in chi non si possa definire “lettore”. Io invece sostenevo, e sostengo, che potrebbe anche succedere ma è molto raro; non solo, temo che tali format pseudo-letterari, che altro non sono che spin off commerciali di altri prodotti mediatici, ovvero correlati a una ben precisa strategia di marketing commerciale che nulla a che vedere con la letteratura, finiscano per rovinare la potenziale propensione alla lettura presente in molti, proprio perché non sono portatori d’un tale scopo di natura culturale.
      Tu che ne pensi, al riguardo?

      1. Io sinceramente quelle poche persone che ho conosciuto, ragazze single tutte sognanti appunto amori immaginari, leggevano e continuano a leggere solo questo tipo di libri e persino storie simili su wattpad e guardano i drama coreani, fatti di storie sempre cosi inverosimili e mielose. No, per me Mishima, Mann, Hesse, Moravia, Vittorini, Morante, Miller….gente che ha vissuto sulla pelle certe cose e la sviscerate sulle pagine. Gente così si legge e rilegge mille volte. Posso capire le ragazzette che leggono Moccia o Fabio Volo. Ma che gente adulta stia ancora a sognare tra le pagine di un prodotto in stile Harmony mi sembra assurdo ai giorni nostri. Ma spopolano e quindi l’editoria ne sforna sempre di più. Tanto che quando entro in libreria ormai in bellavista non ci stanno i classici ma questi libriccini qui. E pure i librai devono pagare le bollette poverini. 😣

  2. Be’, hai fatto una fotografia dell’editoria contemporanea perfetta, purtroppo. In effetti molto dipende da questo infantilismo dilagante tra gli adulti (guarda caso ho di recente scritto un post al riguardo che pubblicherò a breve) che, nello specifico, significa superficialità a vagonate in tutto: nella vita quotidiana, sul lavoro, nel pensiero e, inevitabilmente, anche nella scelta di un libro da leggere. Ma ribadisco: va bene che c’è da chiudere i bilanci e fare utili, tuttavia queste strategie editoriali contemporanee sono solo una gran mazzata sui piedi delle case editrici in primis, e poi a ricaduta su tutta la filiera. Un Leviatano che si alimenta da solo, come tu hai ben scritto, e che corre sfrenatamente verso l’autodistruzione, quando invece la possibilità di rinascere e vivere l’avrebbe lì accanto – i grandi classici da te citati e la letteratura contemporanea di qualità che c’è, assolutamente (ma quasi sempre fuori dalle classifiche di vendita) – ma continua follemente a ignorarla.
    Grazie ancora per le tue ottime osservazioni, Amleta! 😉

  3. Grazie del post e dei commenti, non posso che condividere parola per parola. In realtà ho conosciuto qualche persona che non si schiodava dagli Harmony o cose del genere ma che, indirizzata, è poi passata con molto gusto a letture più di qualità. Ci deve essere qualcuno che indirizzi, forse

    1. Vero, Paola. Certamente se la società – intendi il termine nel senso più nazional-popolare – fosse più attenta alla promozione della cultura e meno a fenomeni che ne risultano antitetici (basta accendere la TV e se ne trovano a iosa), la situazione potrebbe essere diversa. E’ una questione pienamente culturale e in tal modo andrebbe affrontata ma, appunto, temi manchi la preparazione necessaria in molte parti della suddetta società.
      Grazie a te per i continui ottimi stimoli! 😉

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