A fronte di tale ennesima genialata di Lercio (che con la sua pungente ironia è ormai ben più obiettivo e attendibile di tutti gli organi di informazione “seri” messi insieme) pubblicata sui social, e grazie ad alcuni interessanti commenti di amici sul tema, m’è venuto seriamente da riflettere (vedi la parentesi precedente) su ‘sta cosa… E non solo su che effettivamente quella di Lercio sia una battuta che, girando per gli eventi letterari nazionali, dai più grandi ai più piccoli, mi pare quanto vicina alla realtà dei fatti, ma soprattutto in tema di cosa tutti quanti abbiano da scrivere, ovvero che valore effettivo ciò che tutti quanti abbiano da scrivere riguardo all’esercizio della scrittura letteraria.
Con altri amici sui social, appunto, abbiamo supposto che una tale irrefrenabile messe di scrittori nasca anche, se non soprattutto, dal fatto di essere, noi italiani (ma non solo noi, tuttavia probabilmente un po’ di più noi di altri) un popolo di ego-chiacchieroni. Gente che tenta in tutti i modi di mettersi al centro dell’attenzione, nel bene e nel male, spinta da certi modus vivendi forzatamente imposta dai mass-media: e la scrittura, con la complicità di editori non troppo attenti alla qualità delle opere pubblicate, è uno dei mezzi più facili e semplici in tal senso – perché in TV devi quanto meno avere un bell’aspetto e un’altrettanta sfacciataggine, peculiarità che non tutti possono vantare. Si scrivono libri, insomma, non per raccontare storie di fantasia, ma per raccontare di sé stessi (e senza nemmeno troppa fantasia). Sia chiaro: ciò vale per la stragrande maggioranza degli autori letterari, anche per i più celebrati del passato e del presente, tuttavia, c’è modo e modo: si possono scrivere belle storie autobiografiche nelle quali in tanti si possono riconoscere; si possono scrivere simili storie in cui ben pochi ci si riconoscono e pure, cosa ancora peggiore, si possono scrivere storie pessime e bellamente egocentriche, spacciandole per “letteratura” quando invece hanno lo stesso scopo dell’andare nella via centrale della propria città gonfiando il petto e cercando di mettersi più in vista di chiunque altro, senza affatto considerare se ciò sia cosa giustificabile e giustificata (e quasi sempre non lo è). Si usano i libri editi esattamente come tanti usano la bella macchina o il telefonino all’ultima moda oppure ancora il capo firmato: per credersi qualcuno e tirarsela. Con chi, poi, è cosa ignota.
Forse, tutti noi che ci arroghiamo il diritto di scrivere cose e di proporle al pubblico (con non rari casi di gente che per aver pubblicato un libro, magari a pagamento e di valore letterario che ne ha di più lo scontrino del macellaio sotto casa, si sente pronta per il Nobel alla letteratura), dovremmo sempre chiederci, ancor prima di mettere nero su bianco la prima parola, se ciò che stiamo per scrivere potrà interessare qualcuno. Ovvero, ben sapendo che ogni nostro scritto inesorabilmente ci avrà dentro – poco o tanto, in modo evidente o meno – scrivere per noi stessi e nel contempo per chi ci potrà leggere, non scrivere di noi stessi pretendendo che (in tantissimi) ci debbano leggere. Pretesa derivante proprio dalla mera volontà di mettersi in mostra, non dall’eventuale buon valore di ciò che si è scritto (qui si tornerebbe a cose già affermate dallo scrivente, in tale blog-sede, su come sia illogico che tanti scrittori siano più famosi dei libri che hanno scritto, quando la logica dovrebbe imporre il contrario – ma è un discorso correlato seppur differente, ergo chiudo la parentesi.)
Una scrittura più obiettiva, ecco. Verso noi stessi che ne siamo autori, in primis, verso il pubblico che ci potrà leggere – sia fatto da una persona o da milioni – e soprattutto verso la letteratura. Come disse Sartre, “Il mondo può benissimo fare a meno della letteratura. Ma ancor di più può fare a meno dell’uomo.” Dunque, se vogliamo nel nostro piccolo contribuire a far sì che la letteratura possa invece risultare importante, se non indispensabile, al mondo, diventando per essere una delle forme più vive e proficue di civiltà (questo invece lo disse Luigi Russo), sarà bene come autori impegnarsi affinché ciò possa realizzarsi e prima – ribadisco, prima di scrivere la prima parola di un testo.
(Che poi, questo, può pure essere un (altro) modo per sfoltire in modo cospicuo la produzione editoriale italiana ovvero quella di minor valore. Ma questo non lo scrivo, che sennò qualcuno la prende come un’eccessiva cattiveria.)
(Ah, no… l’ho scritta. Beh, amen.)
Sempre geniale il Lercio
Assolutamente! Il miglior organo d’informazione italiano!
Lercio è indubbiamente geniale. E condivido pienamente l’articolo. Tuttavia, da quando ti seguo (parecchi anni, ormai) il fulcro centrale delle tue riflessioni è quasi sempre lo stesso: “Ma che avrà da dire poi tutta ‘sta gente da scriverci libri e libri e libri…?!”, per l’appunto. Insomma, troppi scrittori, ormai scrivono tutti, pubblicano libri anche i più impensabili… Ok, siamo d’accordo. E dunque?
Beh, caro omonimo di quel maledetto del mio personaggio, devi sapere che in verità il primo destinatario dei miei articoli sono io stesso. E’ un po’ come se me le dicessi a me, quelle cose, come se fossi impegnato in un costante atteggiamento di autocritica per cercare di capire se, come e cosa scrivere di meglio rispetto a quanto ho fatto, e ferma restando l’evidenza che, comunque, ho forse scritto delle gran boiate e continuerò a farlo. Il dunque che tu mi “chiedi” va riferito a una meditazione in progress costante, nella quale certamente confluisce la consapevolezza, sempre più evidente man mano che acquisisco tempo e frequentazione del mondo letterario, che forse si pubblica troppo, qui, o meglio si pubblica con troppa poca cura della qualità di ciò che viene pubblicato. Ed è un’evidenza che non riesco a non far presente, pur col rischio di diventare ripetitivo e di annoiare. Ovvero, se da anni il fulcro delle mie riflessioni è quasi sempre lo stesso, è perché le cose, in tali anni, non sono cambiate per nulla, anzi. E visto che chi tace acconsente (allo stato delle cose)…
Ma, ribadisco, i miei sono appunti meditativi; non so se, a furia di scriverli, giungerò a qualche “soluzione” o se alla fine gli stesso finiranno in pantomima. Però di meditare non smetterò, stanne certo. 🙂
Grazie del tuo commento, nonostante quel nome assurdo e francamente opinabile!
quindi dici che devo desistere dalla mia idea di scrivere un libro?
No, niente affatto. Se sei consapevole del fatto che un libro, in partenza e dal punto di vista letterario (dunque culturale), è come una sorta di condanna al patibolo – come dice Gian Paolo Serino, uno dei migliori critici italiani – che solo con la scrittura puoi annullare. Altrimenti la pubblicazione diverrà l’esecuzione di quella condanna.