“Oltre la Vetta” è un podcast bello e importante, da non perdere

Oltre la vetta” è un podcast che dovete assolutamente vedere/ascoltare.
Ve lo dico da subito, sperando così che vogliate seguire questo mio spassionato ma fervido consiglio: il podcast lo merita senza alcun dubbio.

Lo dico anche da subito perché “Oltre la Vetta” nasce all’interno dell’omonimo progetto del Club Alpino Italiano per dissertare e riflettere apertamente di ciò che nella montagna, e nella vita, resta spesso taciuto: il dolore della perdita, il trauma, la paura, la fragilità. Ovvero, in origine, la morte, quella che ha portato via molti alpinisti pur valenti e bellissime persone lasciando senza la loro presenza i rispettivi famigliari, con il loro lutto – o i lutti dacché hanno molte forme, forse una per ciascuno di noi – e con la necessità di elaborare i modi, diversi e personali, in cui si può imparare a convivere con essi.

Ideato (come il progetto di partenza), scritto e condotto magistralmente dall’amica Sofia Farina, con i suoni e le musiche originali di Giorgio Tidei e la grafica di Stefano Gaio, “Oltre la Vetta” ospita in ogni episodio compagni di cordata, familiari, alpinisti che hanno subito la perdita di un proprio caro o di un amico e raccontano la personale esplorazione del dolore e la sua elaborazione, diversa per ogni persona appunto e altrettanto variamente, ineluttabilmente complessa ma essenziale per chi resta con il compito di restituire dignità alla fragilità, mostrando che dal dolore possono nascere nuovi significati, relazioni e forme di cura reciproca. In tal senso ogni episodio apre uno spazio di ascolto e di riflessione su un tema che nella cultura di montagna, e nella società più ampia, resta spesso (quasi sempre nella società) un tabù nonostante sia parte integrante e inalienabile della vita di tutti.

Riflessioni che dalle conversazioni dei vari episodi, tutte peculiari e interessanti proprio per i motivi suddetti, emergono in abbondanza e coinvolgono chi assiste al podcast anche grazie al tono confidenziale ma non per questo meno profondo e sensibile con il quale Sofia dialoga con gli ospiti. Tra quelle più ricorrenti, d’altro canto fondamentale da elaborare e considerare, è quella che concerne la necessaria ricerca di un senso alla fatalità e al conseguente dolore. Come detto, la morte è parte ineludibile della vita, e se la vita deve avere un senso per noi creature intelligenti e senzienti, deve averlo anche la morte, anche quando essa, per ciò che determina, appare l’evento più tragicamente insensato e inspiegabile che si debba affrontare, soprattutto se conseguenza di circostanze imprevedibili come gli incidenti in montagna che coinvolgono alpinisti assolutamente esperti, assennati e preparati. Persone che sui monti trovano e provano – come la gran parte degli appassionati che li frequenta – sensazioni di gioia, di libertà, di appagamento, di felicità profonda, ovvero qualcosa di formalmente antitetico al dolore e alla morte. Eppure, come detto, un senso lo deve pur avere anche la morte e non può essere quello, legittimo e consolatorio tanto quanto artificioso e a volte mistificatorio, che ad esempio le religioni forniscono. Al quale chiunque è libero di affidarsi, ma non più di ciò che noi, personalmente, possiamo e dobbiamo saper elaborare e comprendere, per quanto sia possibile, proprio per rendere veramente compiuto il senso della nostra vita e la nostra presenza viva nel mondo.

Insomma, lo ribadisco: “Oltre la vetta” è un podcast assolutamente da seguire, qualcosa alla quale assistere non può che far bene, alla mente, al cuore e all’anima.

“Difendiamo la Montagna”: un coordinamento per la tutela e lo sviluppo equilibrato dei monti lecchesi (e non solo)

Martedì 2 dicembre scorso è stato presentato a Lecco con una conferenza stampa il Coordinamento “DIFENDIAMO LA MONTAGNA”, un nuovo soggetto che intende operare a favore dei territori montani della provincia di Lecco e delle loro comunità residenti mettendo in dialogo costante le istituzioni, l’associazionismo di montagna e ambientale, esperti e studiosi dei temi legati alle terre alte e la società civile.

Il Coordinamento è nato su iniziativa di alcune persone che si occupano a vario titolo di cose di montagna, oltre a esserne tutti quanto degli assidui frequentatori – Emilio Aldeghi, Arianna Cecchini, Paolo Galli, Ruggero Meles, Giovanni Ponziani, Silvia Tenderini e lo scrivente – e si è strutturato attraverso frequenti interlocuzioni con l’associazionismo di montagne e di tutela ambientale lecchese durate due anni, nel corso delle quali sono emersi vari temi e motivi che hanno supportato la decisione di costituire il Coordinamento – a cui hanno già aderito alcune associazioni mentre se ne attendono altre.

[Il servizio sulla conferenza stampa andato in onda nel TG di “UnicaTV” il 3 dicembre. Cliccate sull’immagine per vederlo, il servizio parte a 19’05”.]
Innanzi tutto la realtà del territorio montano lecchese, dotato di grandi valenze paesaggistiche, turistiche, culturali, identitarie oltre a rappresentare una cerniera prealpina fondamentale, non solo dal punto di vista geografico, tra la parte più antropizzata della Lombardia, quella a nord di Milano, e l’area prettamente alpina, quella retica e valtellinese. Valenze numerose e importanti delle quali però a volte la popolazione locale non ha piena consapevolezza, come si evince quando vengano proposte particolari iniziative di sviluppo turistico verso le quali il territorio, poste le suddette specificità, si presta molto.

Di contro, tanto in queste circostanze quanto in generale, è spesso carente se non del tutto assente il dialogo tra i decisori politici e istituzionali e la società civile, il che rende indispensabile la tessitura di una interlocuzione costante e consapevole tra istituzioni e comunità locale riguardo i processi decisionali e gli interventi proposti nei territori. Per questo il Coordinamento non nasce contro qualcuno o qualcosa ma proprio per diventare un media tra istituzioni, territorio montano, comunità e ulteriori soggetti funzionali al miglior sviluppo possibile della montagna lecchese.

[Il centro di Lecco con sullo sfondo il Resegone, insieme alle Grigne le montagne lecchesi per eccellenza. Immagine tratta da https://leccotourism.it.]
Dunque gli obiettivi di “DIFENDIAMO LA MONTAGNA”, oltre a quanto già ben intuibile nel nome e nel “sottotitolo” del Coordinamento sono quelli di (far) conoscere, analizzare, riflettere, informare, dialogare, se è il caso di contrastare ma innanzi tutto contribuire a mantenere sempre al centro territorio, paesaggio e comunità ovvero salvaguardia del territorio, sviluppo economico, sociale e turistico, bisogni e istanze della comunità nell’ottica già rimarcata del miglior sviluppo possibile per le montagne lecchesi.

“DIFENDIAMO LA MONTAGNA” è un Coordinamento assolutamente aperto, nel senso al netto di chi vi aderisce che chiunque – associazione, ente, gruppo sociale, soggetto privato – vi si può appoggiare stabilmente oppure in occasione di determinate circostanze e azioni, nella più totale libertà reciproca di movimento e opinione; anche per questo è stato definito in quel modo e non come “Comitato” o altro titolo del genere. Parimenti, il Coordinamento intende creare una rete di azione civica a favore delle montagne con le altre realtà simili che operano sulle Alpi italiane, nella certezza che «l’unione fa la forza» e fa anche massa critica a sostegno della tutela dei territori montani e in sostegno delle loro comunità.

[La home page del sito web del Coordimamento. Cliccateci sopra per visitarlo.]
Tutto quanto rimarcato finora è stato compendiato in un “Manifesto”, che indica le linee guida sulle quali si muoverà l’azione del Coordinamento. Inoltre è già attivo il sito web https://difendiamolamontagna.it/ nel quale si potrà trovare ogni cosa elaborata e messa in atto dal Coordinamento, la documentazione utile a conoscere i fatti di montagna lecchesi, la rassegna stampa, le iniziative organizzate oltre ovviamente allo stesso Manifesto e ai contatti, che si possono utilizzare da subito per qualsiasi comunicazione relativa all’attività del Coordinamento o segnalazione, richiesta, istanza, necessità e per ogni altra cosa che chiunque possa cogliere nel vivere, abitare e frequentare le montagne della provincia di Lecco.

Qual è il lago più alto delle Alpi? La ricerca continua!

[Il gruppo del Gran Paradiso da Pian Borgnoz, Valsavarenche. Foto di Fulvio Spada, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Eccovi alcuni aggiornamenti alla “challenge” (per appassionati di montagna geonerd, ribadisco) su quale sia il lago, ovvero un bacino idrico definibile come tale, alla quota più elevati sulle Alpi. Le condizioni basiche per poter considerare tali specchi d’acqua sono che abbiano una dimensione almeno di qualche decina di metri in lunghezza e larghezza, che non siano palesemente effimeri e, per ciò, siano indicati sulla cartografia ufficiale; viceversa non è importante che posseggano un toponimo (o idronimo), dato che spesso sono laghi di recente formazione, dovuta quasi sempre al ritiro di apparati glaciali e alla conseguente fusione del ghiaccio, e dunque può essere che al momento non siano ancora dotati di un nome che li identifichi.

Andrea su Facebook mi segnala l’esistenza, da me effettivamente verificata, di un piccolo lago appena sotto la vetta del Ciarforon, una delle sommità più note e prominenti (in forza della sua peculiare morfologia) del massiccio del Gran Paradiso, alta 3642 metri. Il minuscolo bacino è lungo circa 40 metri e largo circa 10, si è formato in una conchetta deglacializzata appena a sud ovest della sommità principale ed è posto a circa 3630 metri di quota:

Toni invece mi ha testimoniato la presenza di un laghetto in prossimità della vetta della Roccia Viva, sempre nel massiccio del Gran Paradiso, dunque a 3650 metri di quota. Tuttavia non trovo tracce di tale bacino sulla cartografia, nemmeno su quella tecnica regionale: potrebbe ben essere che in passato si fosse formato, sempre a causa della fusione glaciale, e poi per motivi geodinamici si sia svuotato.

Ringrazio entrambi per le segnalazioni e tutti gli altri amici che me ne hanno fatte altre di bacini a quote inferiori ma comunque oltre i 3000 metri.

Se alcuni ritenessero questi due specchi d’acqua troppo piccoli e precari per poter essere considerati veri e propri laghi, segnalo che ancora nel gruppo del Gran Paradiso, a oriente della cresta che unisce le vette della Tresenta e della Becca di Montcorvè, nel bacino che ospita il Ghiacciaio di Noaschetta, si è formato e ormai stabilizzato un lago ben più grande, lungo circa 230/240 metri e largo, nel punto maggiore, circa 60 metri, con una circonferenza superiore ai 500 metri, che si trova a 3275 metri di quota, quindi un po’ più alto del Laghetto del Quarnero sul Monviso (posto a 3260 metri) che nel precedente post avevo segnalato come il più elevato al momento rintracciato.

[Quest’immagine del maggio 1928, scattata dal pioniere dell’aviazione svizzera Walter Mittelholzer, mostra la notevole estensione all’epoca del Ghiacciaio di Noaschetta. Ho indicato la posizione del lago e delle vette principali che lo circondano.]
Bene, questo è quanto al momento. Resta ovviamente valido l’invito a chiunque frequenti spesso le alte quote montane, o sia un gran appassionato di geografia e cartografia, a segnalare la presenza di bacini lacustri che non siano mere pozze post-pioggia o di fusione glaciale oppure altro di ancora più effimero, a quote ancora più elevate di quelle di cui avete appena letto.

Che è poi un modo – da geonerd, ribadisco, ma tant’è – di rimarcare da un lato la trasformazione a volte significativa (e inquietante, obiettivamente) delle nostre montagne in forza degli effetti della crisi climatica, e dall’altro l’importanza fondamentale delle risorse idriche che le montagne possono darci, a loro volta soggette alle variazioni conseguenti al cambiamento climatico e ambientale in divenire, che inevitabilmente condizioneranno – poco o tanto – la presenza umana in quota, anche quella stanziale, nei prossimi anni.

Qual è il lago più alto delle Alpi? (Un post per “geonerd”!)

[Immagine tratta da mountainfieldguide.com.]
Forse ci sono appassionati di montagne e di vagabondaggi per cime e valli alpestri come me che si saranno chiesti, qualche volta, quale sia il lago alla quota più alta delle Alpi. E tra gli appassionati di montagne credo proprio ci saranno molti che, come me, siano pure degli appassionati di cartografia e mappe geografiche: personalmente è una passione che ho avuto fin da piccolo, probabilmente “attaccatami” dal nonno materno che aveva una collezione di vecchie carte dell’IGM e di altri editori cartografici sulle quali passavo interi pomeriggi bambineschi fantasticando di esplorazioni su e giù per i versanti alpini e di scoperte favolose in stile “leggenda della valle perduta” della tradizione walser.

Peraltro, quando ho poi cominciato a vagabondarci veramente per vette e valli, è un’abitudine che ho mantenuto e che ritengo del tutto fondamentale al fine di conoscere i luoghi nei quali si cammina, per questo in grado di assicurare fin dal primo passo un grado relativo di sicurezza che nessuna applicazione gps contemporanea potrà veramente fornire. Il fatto che oggi la geografia, e dunque anche l’uso delle carte geografiche, siano così in declino spiega le frequenti notizie di escursionisti smarriti e recuperati dal Soccorso Alpino anche in territori “facili” e ricchi di georeferenze in grado di orientare il cammino – ma ciò solo se riconosciuti, questi punti georeferenziali, attraverso una carta geografica, appunto.

Fatto sta che ancora oggi mi perdo spesso e volentieri nell’esplorazione delle carte che si trovano sul web, ad esempio quelle offerte dal mirabile sito della Carta Nazionale Svizzera – altra cosa che molti appassionati di montagna certamente conoscono. E, tornando al tema di questo post, ovvero alla domanda su quale sia il lago all’altitudine più elevata delle Alpi – un “record” in effetti interessante ma quasi mai considerato – sulla carta svizzera fino a poco tempo fa pensavo di aver trovato una buona risposta.

A ovest del Biestchhorn, secondo me una delle cime esteticamente più belle delle Alpi (la vedete nell’immagine in testa al post) ma dal maggio scorso celebre soprattutto perché dai suoi fianchi si è staccata la valanga di ghiaccio e roccia che ha sepolto e distrutto il villaggio di Blatten, nella Lötschental (Cantone Vallese), tra la quota 3408 e la sommità denominata Schafbärg, in una conca post glaciale con sbocco a meridione, ho notato un piccolo bacino lacustre innominato, lungo poco più di 50 metri, largo 30 e con una circonferenza variabile tra i 150 e i 250 metri, posto a circa 3150 m di quota. Lo vedete nelle immagini della carta e satellitare qui sotto:

Ma ho continuato il mio vagabondaggio geo-cartografico, nel dubbio che vi fosse qualche altro bacino lacustre ancora più elevato. E c’è, infatti.

Sul versante sud del Monviso, in un circo post glaciale nel vallone delle Forciolline, tributario del più esteso vallone di Vallanta che a sua volta confluisce nella Valle Varaita all’altezza della frazione Castello di Pontechianale, si trova il Laghetto del Quarnero, che prende il nome dal ghiacciaio che prima occupava la conca e ora ridotto ad alcune placche ricoperte da massi – come peraltro accaduto agli altri apparati glaciali del versante meridionale del Monviso. Misura 130 per 70 metri circa, una circonferenza intorno ai 330 metri ed è situato a 3260 metri di quota, cento metri più alto del laghetto dello Schafbärg prima citato: dunque potrebbe essere il bacino del Quarnero a darmi la risposta migliore alla domanda iniziale e a risultare il lago più elevato delle Alpi. Lo vedete nelle immagini sottostanti:

[Foto di iamdanyparol, tratta da www.gulliver.it.]
Ora però occorre una precisazione. Qualcuno, infatti, potrebbe aver letto di un “lago” che nelle ultime estati si forma in una depressione del Glacier du Géant all’ombra della cresta rocciosa delle Aiguilles Marbrées sul Monte Bianco, a poca distanza dal Dente del Gigante ma pure dalla stazione di arrivo di Punta Helbronner della funivia Skyway che sale da Courmayeur. Il bacino, che vedete nella foto qui sotto, si trova a circa 3400 metri di quota ma è da considerarsi totalmente effimero, essendo in pratica un accumulo di acqua di fusione glaciale generato da condizioni meteoclimatiche particolari: per questo non è indicato sulla cartografia e di conseguenza non può essere contemplato quale lago “vero”, almeno per il momento. Un domani chissà, vista la rapida evoluzione degli effetti della crisi climatica; di sicuro la sua presenza pur aleatoria, se da un lato affascina, dall’altro inquieta parecchio.

[Foto di Alessandro Munier, tratta da aostasera.it.]
Nelle Alpi la presenza di laghi permanenti oltre i 2700 m di quota è cosa rara e, personalmente, non mi sembra di aver mai visto o trovato altri bacini lacustri a a quote maggiori di quelle sopra considerate. Ciò ovviamente al netto di quei bacini chiaramente “effimeri” che si formano per periodi limitati in forza di particolari condizioni ambientali e climatiche, quindi non considerabili come “laghi” veri e propri; d’altro canto bisogna denotare che tanti bacini lacustri sono e/o stanno ormai diventando “effimeri” anche a quote inferiori e in ambienti assai meno estremi, sovente in forza delle variabili idrologiche dettate dalla crisi climatica in corso: si pensi al rinomato Lago Azzurro di Motta e alle sue vicissitudini idriche degli ultimi anni, ad esempio.

Forse qualcuno di voi che frequenta spesso le montagne, durante una delle sue uscite, ha visto o trovato bacini lacustri che non fossero mere pozze post-pioggia o di fusione glaciale oppure altro di ancora più effimero a quote ancora più elevate?

[Foto di Piero Gritti/Obiettivo Orobie, www.pieroweb.com.]
A questo punto qualcuno magari si starà chiedendo quale sia invece il bacino lacustre artificiale più elevato delle Alpi.

Di frequente il Lago Venerocolo, situato in Val d’Avio ai piedi della parete nord dell’Adamello (nell’immagine qui sopra), è considerato il più alto lago artificiale delle Alpi, visti i suoi 2540 m di quota. In Alto Adige/Südtirol c’è tuttavia un lago identificabile come “artificiale” in quanto chiuso da un piccolo sbarramento in pietra e terra (in pratica un rialzo artificiale della sponda lacustre naturale) risalente addirittura al 1869: è il Lago Nero Piccolo/Kleine Schwarzsee sopra l’abitato di San Martino di Monteneve/St. Martin am Schneeberg, in Val Passiria (lo vedete nell’immagine sottostante), realizzato per azionare gli elevatori delle cisterne, le macine per la frantumazione dei minerali e gli impianti di lavaggio della zona mineraria sottostante, attiva nell’Otto/Novecento e definitivamente chiusa nel 1985, il quale si trova a 2650 m di quota. Oggi ha una reale funzione idroelettrica, visto che le sue acque alimentano una piccola centrale al servizio del sottostante Rifugio Monteneve/Schutzhütte Schneeberg.

[Foto di Luca Ianeselli, fonte it.wikiloc.com.]
Tutto ciò anche per rimarcare quante scoperte interessanti si possano fare grazie alla semplice lettura delle carte geografiche, veri e propri libri che raccontano i territori rappresentati e il loro paesaggio sia nello spazio che nel tempo. In fondo le mie fantasmagoriche esplorazioni cartografiche fanciullesche continuano ancora oggi, e non affatto intenzione di smettere con questa mia passione.

Il bivio sulla strada per il futuro dei Piani d’Erna. Considerazioni attorno a un caso emblematico di sviluppo (o di rovina) di un luogo montano peculiare

[Uno scorcio dei Piani d’Erna, con dietro i monti del Triangolo Lariano e le Alpi occidentali sullo sfondo. Immagine tratta da “La Provincia-UnicaTV“.]
L’inizio dei lavori per le riqualificazioni delle stazioni a valle e a monte della funivia per i Piani d’Erna, meravigliosa la località sopra Lecco alle falde del Resegone che rappresenta uno dei luoghi principali per lo sviluppo turistico del territorio locale previsti dalla giunta comunale lecchese in carica è stato l’occasione per rimarcare, da parte della stessa giunta, quale siano gli obiettivi pensati.

«Abbiamo già realizzato in quota interventi per l’organizzazione di eventi e manifestazioni – ha dichiarato il sindaco di Lecco Mauro Gattinonima anche per consentire le necessarie opere di manutenzione del territorio, lo sviluppo delle microeconomie che siano commerciali o agricole, secondo anche uno studio predisposto da Legambiente. A monte sarà creato uno spazio di accoglienza per il pubblico, locali di ricovero, ma anche sale per eventi e conferenze». L’assessore comunale agli eventi Giovanni Cattaneo ha aggiunto che «L’aspettativa, inoltre, è quella di avviare una collaborazione con le varie associazioni, quale premessa per lo sviluppo. Quello che presentiamo oggi è un cantiere fisico ma ce n’è anche uno di idee.»

[L’attuale funivia che sale ai Piani d’Erna.]
Uno dei punti nodali del progetto di sviluppo turistico dei Piani d’Erna è la nuova strada agrosilvopastorale, parecchio discussa e contestata da vari soggetti dell’associazionismo di montagna e ambientale ma per la quale il Comune ha già previsto uno stanziamento di un milione e 300 mila euro. Il sindaco Gattinoni, riferisce la stampa locale, ha nuovamente assicurato che si tratterà solo di una strada di “servizio”. Non sarà percorribile nemmeno da residenti ed esercenti ma avrà solo scopi di sicurezza, utilizzabile in casi di emergenza e per facilitare gli interventi di manutenzione in quota.

Di questa strada, come detto già ampiamente contestata e da molti ritenuta un rischio per la salvaguardia della bellezza e dell’integrità ambientale dei Piani d’Erna, ho già ricostruito la vicenda in questo articolo dello scorso marzo. La situazione di fatto è la stessa di allora, dunque anche le riflessioni che ne possono scaturire. Che la nuova strada possa generare vantaggi e utilità per lo sviluppo sostenibile non turistico (per questo c’è già la funivia) dei Piani è vero; che tali potenziali vantaggi debbano essere messi a confronto con gli altrettanto potenziali rischi derivanti è inevitabile. Che in base a tali aspetti si possa elaborare un punto di equilibrio è tutto da vedere, e comunque ciò dovrà essere un elemento imprescindibile nel caso che veramente la strada venga realizzata.

[Una cartolina degli anni Settanta, quando ai Piani d’Erna si sciava.]
Dal mio punto di vista, dalla questione e dal suo stato di fatto possono scaturire due evoluzioni sostanziali.

La prima: la nuova strada agrosilvopastorale non viene realizzata. Si perde la possibilità di sviluppare ai Piani quelle forme di economia locale legate alla silvicoltura, alla pastorizia e alla conseguente attività casearia (sempre che le potenzialità in tal senso siano effettivamente confermate) già indicate nel progetto “BeyondSnow” curato da Legambiente, il quale ha avuto nei Piani d’Erna una delle aree-pilota in forza del suo passato sciistico, nonché si limita fortemente la possibilità di organizzare eventi artistici di una certa portata (per la cui sicurezza una via di accesso alternativa ai Piani è resa necessaria dalle leggi vigenti) oltre che la mobilità dei residenti, stanziali o periodici – seppur, come visto, il sindaco di Lecco abbia assicurato che la transitabilità sulla nuova strada non sarebbe concessa nemmeno a residenti e esercenti. Di contro, si salvaguarda la peculiarità più unica che rara (almeno in questa parte delle Prealpi lombarde) del “balcone di Lecco” quale località priva di accesi motorizzati, attorno alla quale può essere rielaborata e rilanciata una conseguente strategia turistica legata alla frequentazione del tutto ecosostenibile del luogo e facendone un laboratorio di buone pratiche al riguardo, il tutto a due passi dalla iperurbanizzata area metropolitana lecchese. Inoltre, si eviterebbe il rischio che la nuova strada diventi una pista per transiti motoristici illegali (ma ovunque pressoché impuniti) e si risparmierebbe sulle inevitabili spese di manutenzione di un tracciato comunque ostico e potenzialmente soggetti a dissesti, visto il territorio nel quale si sviluppa e i danni sempre più frequenti legati al divenire della crisi climatica.

La seconda: la nuova strada agrosilvopastorale viene realizzata. Si consente lo sviluppo di tutte le attività sopra elencate e di contro ci si espone ai rischi indicati, soprattutto riguardo transiti motorizzati non consentiti (posto che i controlli della forza pubblica in loco non sarebbero così semplici) e a dissesti lungo il tracciato, che necessiterebbe di una manutenzione pressoché costante al fine di mantenere la transitabilità decente e priva di pericoli oggettivi, con relativi ingenti costi da mettere obbligatoriamente a bilancio. Di contro, si perde quella sostanziale, rara e peculiare caratteristica dei Piani d’Erna di località priva di mezzi a motore, raggiungibile solo con la funivia (nonché, usufruendo di treno e bus, senza nemmeno utilizzare l’auto), il che le dona il privilegio di una dimensione già prettamente alpestre e ambientalmente di pregio a pochi minuti dal centro di Lecco e del suo territorio iperantropizzato. Con il rischio oggettivo che, in mancanza di una precisa regolamentazione giuridica sulla fruizione della strada, che sia permanente nel tempo senza possibilità di deroghe, il transito motorizzato da e per i Piani d’Erna diventi in breve ingente e incontrollato, deteriorando completamente la dimensione alpestre prima citata.

[Un’altra veduta dei Piani d’Erna, con la città di Lecco ai suoi piedi e in lontananza la Brianza lecchese e comasca.]
Ora: tra queste due possibilità e ciò che sostanzialmente comportano, considerandone gli aspetti contrapposti in modo sovente incompatibile, si può trovare un compromesso? Ad esempio: si realizza la strada ma la si regolamenta in maniera giuridica e chiara tramite clausole invariabili nel tempo, si trova il modo di impedire efficacemente qualsiasi transito non autorizzato e si garantisce in maniera altrettanto giuridica la presenza nel bilancio del Comune di Lecco di un fondo permanente mirato alla manutenzione ordinaria e straordinaria del tracciato. Oppure: non si realizza la strada e si potenziano, nel prossimo futuro, le infrastrutture esistenti ovvero la funivia e soprattutto la teleferica per il trasporto di materiali, ferma da tempo, così da garantire a chi risiede e lavora ai Piani una plausibile accessibilità di persone e cose. Sono solo ipotesi che propongo così su due piedi, sia chiaro, tra tante altre che potrebbero essere formulate.

D’altro canto, qualcuno potrebbe pure ritenere inammissibile la necessità di un compromesso, schierandosi senza possibilità di mediazione a favore dell’una o dell’altra possibilità prima rimarcate. Di sicuro, qualsiasi scelta si compia intorno al destino dei Piani d’Erna, è indispensabile e inderogabile che al centro di tutto vi sia il luogo, la sua anima peculiare, la valenza che possiede, la bellezza del suo ambiente e del paesaggio, la consapevolezza del patrimonio che rappresenta per Lecco e per la sua comunità nondimeno che per i forestieri che amano frequentarla e lo fanno con pari atteggiamento consapevole. Molte volte, in circostanze similari, sembra che tali evidenze più che ovvie sfuggano ai decisori ovvero vengano ignorate e dimenticate a favore di mere utilità, vantaggi e tornaconti particolari: c’è da augurarsi che ciò non accada ai Piani d’Erna, ne oggi ne mai.