Gianni Brera, “Il corpo della ragassa”

(P.S./Pre Scriptum: leggete QUI una necessaria nota personale su Gianni Brera e su questa recensione.)

Il_corpo_della_ragassa_copBen pochi non conoscono Gianni Brera come il più grande giornalista sportivo italiano della storia; non molti sanno che egli fu anche scrittore di romanzi e racconti, con una produzione ovviamente non cospicua, dacché ricavata nei ritagli di tempo del lavoro giornalistico sportivo. Eppure, Brera fu uno scrittore prestato al giornalismo, e non viceversa – per la smodata passione che nutrì per il calcio fin da ragazzo, e perché con lo scrivere sui giornali poteva campare negli anni duri del dopoguerra; fu scrittore, appunto, e Il Corpo della Ragassa ce lo rivela grande: semplice nello stile eppure nobile, raffinato ed anche forte nella costruzione narrativa, colmo di senso e sensualità, divertente e malinconico all’occorrenza ma nel modo più aulico possibile…

Leggete la recensione completa di Il corpo della ragassa cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

In onore di Gianni Brera scrittore, tra i più grandi del Novecento

gianni_brera_imageDa pochi giorni sono passati vent’anni esatti dalla morte di Gianni Brera – lasciò questo mondo il 19 Dicembre 1992, vittima incolpevole di un terribile incidente stradale. E’ pressoché inutile rimarcare come Brera sia oggi considerato il più grande giornalista sportivo (e non solo) italiano, autentico maestro per tutti i più giovani colleghi da mezzo secolo a questa parte e comunque insuperato, dacché probabilmente insuperabile. Senza assolutamente voler fare una marchetta a La Repubblica, è d’uopo citare che il quotidiano milanese celebra e commemora in questo anniversario il grande maestro (di giornalismo, sportivo e non) Parola_di_Brera-copGianni Brera con un bel volume che ne raccoglie innumerevoli scritti – cliccate sulla copertina qui accanto per conoscere ogni dettaglio sul volume – e d’altronde lo fa a buon diritto, vista la lunga militanza di Brera nella sua redazione.
Tuttavia qui ora, con questo post, vorrei ancor più (ri)mettere in luce quanto Gianni Brera fu anche grande, grandissimo scrittore eppure poco celebre e celebrato in tale veste, inopinatamente offuscata dalla sua fama giornalistica. Firmò tre soli romanzi di narrativa (più il racconto Brambilla e la squaw, uscito da poco per Frassinelli, che leggerò a breve) e pochi altri scritti che non fossero di carattere sportivo, ma pur con tale esigua produzione – e forse proprio per via di essa, per aver saputo palesarsi tanto grande in così (relativamente) poche pagine edite – può e deve essere considerato, a mio modesto parere, uno dei maggiori scrittori italiani del Novecento.
In verità scoprii la produzione puramente letteraria di Gianni Brera solo qualche anno fa, peraltro piuttosto casualmente e constatando poi che praticamente nessuno o quasi (almeno allora) era a conoscenza del fatto che il più grande giornalista sportivo italiano è stato anche, appunto, uno dei più grandi scrittori italiani del secolo scorso. Mi ricordo, quand’ero ragazzino, una trasmissione su TeleLombardia del lunedì sera, nella quale Brera riceveva telefonate in diretta di tifosi con le cui risposte commentava la precedente domenica calcistica… E’ inutile rimarcare l’insuperabile signorilità del suo discorrere e la distanza (anni luce!) dalla volgarità di tutti i beceri programmi contemporanei di simile argomento, ma la cosa che trovavo più affascinante della sua presenza in quella trasmissione, per me che mai sono stato un gran patito di calcio, era l’argutezza delle sue parole, la finezza e la sagacità dei suoi pensieri, nonché la capacità di trarre pur da argomenti del tutto futili un qualcosa di supremamente ammaliante. Bastava ad esempio che il tifoso la cui telefonata passava in diretta per porre la propria domanda o fare la propria considerazione nominasse il luogo da cui chiamasse e Brera, da quel grandissimo conoscitore della storia – lombarda in primis ma non solo – che era, imbastisse un micro-trattatello storico, geografico, etnologico o antropologico con il quale, grazie a poche, deliziose e pregnanti parole, sapeva tratteggiare una sorta di quadro di quel luogo, della sua gente, delle usanze, delle storie e delle leggende… Era un po’ come viaggiare, una telefonata dopo l’altra, per tutta la Lombardia – territorio principalmente coperto dal segnale di quell’emittente – dacché il calcio diveniva il pretesto per Brera di discorrere su mille altre cose: in sostanza ciò che egli fece in innumerevoli scritti di sapore antropologico se non, a tratti, quasi filosofico, apparsi su tante testate e poi raccolti in alcune opere che potete oggi più di allora facilmente rintracciare nelle librerie sul web, ovvero ciò che ha poi saputo riporre nei romanzi ed elevare ad opere di stile, bellezza e suggestione sublimi.
Ecco, la ricerca e l’acquisto de Il Corpo della Ragassa, il primo romanzo che lessi, fu già allora una sorta di omaggio nostalgico per quel personaggio che seppe così attrarmi, con le sue storie, tutti i lunedì sera; come ulteriore e attuale omaggio, in occasione dell’appena trascorso anniversario, voglio ora riproporvi in alcuni post dei giorni prossimi (il primo domani) le “recensioni” che al tempo (era il 2006/2007, per intenderci) scrissi dei romanzi breriani – oltre all’appena citato Il Corpo…, quindi, anche di La ballata del pugile suonato e di Il mio vescovo e le animalesse, come anche di Storie dei Lombardi, altra opera (narrativa “a suo modo”, dacché in verità non è un romanzo) fondamentale per la comprensione e l’apprezzamento del piccolo/grande mondo letterario di Brera: primo, perché come detto sono tre (ovvero quattro) autentici gioielli di uno scrittore di rara, se non unica, preziosità, e secondo perché forse (mi illudo che, per pura passione breriana) anch’io nel mio piccolo piiiiiiiccolo – visto che di Brera e dei suoi romanzi ne parlai anche in Radio Thule – ho “contribuito” e vorrei ancora continuare a contribuire alla (ri)scoperta di un grandissimo, per certi versi insuperabile, personaggio della cultura italiana.

Il “club” della letteratura italiana: sempre più privato, elitario, esclusivo! (praticamente un ghetto, ormai…)

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Dunque…
La realtà delle cose, e le verità che ne conseguono, devono basarsi su dati concreti per poter essere indicative, rivelatrici, eloquenti, giusto? Perché, come si usa dire, la matematica non è un’opinione, vero? Quindi, una somma è una somma e una sottrazione una sottrazione, non può certamente essere che sia viceversa, o no?
Bene. Due dati – o due gruppi di dati, per essere più precisi. Il primo: durante l’ultima edizione di Più libri più liberi, la fiera dell’editoria indipendente di Roma da poco conclusa, è stata presentata la più aggiornata indagine Nielsen sulla vendita dei libri in Italia, dalla quale si evince che Migliora nella seconda parte dell’anno l’andamento del mercato. A fine ottobre si rileva infatti una piccolissima ripresa, dopo il consistente calo dei consumi del libro, che arriva a segnare un -7,5% a valore (pari a 82 milioni di euro di spesa in meno nei canali trade): un segno meno ancora importante, certo, che però indica un progressivo recupero se si considera che il mercato registrava un -11,7% a fine marzo e un -8,6% a inizio settembre. Si noti bene: migliora nella seconda parte dell’anno l’andamento del mercato perché lo stesso ha perso meno (!) dei trimestri precedenti, il che la dice lunga su come stiamo messi a libri e lettura, in Italia…
Il secondo: è appena uscito l’Annuario Statistico Italiano, redatto come sempre dall’ISTAT, il quale “fotografa”, per così dire, lo stato della società nelle sue evidenze più quotidiane. In esso, nel capitolo su spettacoli e cultura, si può ricavare che aumenta invece la produzione di libri. Nel 2010 ne sono stati pubblicati 63.800, rispetto ai 57.558 dell’anno precedente, per una tiratura complessiva di oltre 213 milioni di copie. Quasi quattro volumi per ogni abitante. La produzione editoriale registra una ripresa sia per i titoli (+10,8% in un anno) che per la tiratura (+2,5%).
Ok, questi i dati concreti. Quindi, in buona sostanza e per dirla in breve: in Italia si legge sempre meno e si comprano sempre meno libri ma se ne pubblicano sempre di più. Addirittura quattro per ogni abitante di una popolazione i cui due terzi in un anno non ne legge nemmeno uno, di libro.
Uh?!?
Ma… Sbaglio, o qui c’è qualcosa che non quadra?
Ri-sbaglio, o è come stare su una barca che ha una grossa falla nello scafo, e chi la governa di falle ne fa altre nella convinzione che così dalla prima entrerà meno acqua?
Dite che sono un pessimista, un malfidente, un disfattista o altro del genere se penso ciò?
O forse, si sta solo avverando quello che ritengo/temo (scherzandoci su, ma anche no) da parecchio tempo: essendo la categoria dei lettori prossima all’estinzione, i libri ce li venderemo tra di noi autori. Ce li scriveremo e ce li leggeremo internos, insomma! Certamente ce li stroncheremo pure (d’altronde si sa, siamo invidiosi e rivali l’un verso l’altro dacché ognuno pensa di essere migliore di chicchessia, ed è pure giusto che sia così – anzi! – se non fosse che, a volte, la vanagloria e la superbia fanno del più apprezzabile talento pur da alcuni palesato un ottimo motivo per sculaccioni alla vecchia maniera, come a bimbi prepotenti, villani e capricciosi), ovviamente nemmeno li compreremo più perché la cosa non avrà più senso (come se in un ristorante i piatti preparati se li mangiassero cuochi e camerieri, non essendoci più clienti da servire) e quindi, a nostra volta, andremo allegramente verso la dissoluzione del meraviglioso (un tempo) mondo dei libri e della letteratura…
Sto esagerando, certo! Ma, scherzi a parte, il pericolo c’è ed è pure molto serio, anche per come i dati suddetti palesano, una volta ancora, l’estrema insensatezza del comparto editoriale italiano (e di quei grandi gruppi che lo compongono per buona parte, controllando di rimando il mercato), ormai biecamente votato alla più gretta quantità a totale discapito di qualsivoglia considerabile qualità letteraria, a meri fini di cassa, guadagno nudo e crudo, denaro demonicamente stercoso, valori bassamente finanziari – altro che letterari, culturali e sociali! Hanno – sì, anche loro, gli editori e chi li padroneggia, non solo loro ma anche… – disabituato la gente alla lettura, l’hanno incollata davanti alla TV, l’hanno rincretinita con essa, e questi sono i risultati: una stortura assoluta e inopinata, così come è palesemente distorta quell’equazione tra lettori e libri sopra esposta. E, a ben vedere, se si hanno più libri a disposizione e si legge di meno, si potrebbe supporre che sia anche per la sempre più scarsa qualità di quanto viene pubblicato…
Insomma: non solo noi autori (dacché ci stiamo tutti quanti, in tale situazione) ci ritroveremo nel nostro privatissimo “club” a guardarci negli occhi, non avendo più lettori e quindi non sapendo che altro fare, ma vi resteremo chiusi dentro con le chiavi gettate chissà dove, e rischieremo pure che gli scaffali sovraccarichi di libri cedano, e ci seppelliscano… Solo che, nel caso, essere sepolto dal Dorian Gray mi potrebbe anche stare bene, ma dalle Cinquanta sfumature… Proprio no!