Ultrasuoni #13: The Dandy Warhols

[Foto © Chad Kamenshine, dalla pagina facebook della band.]
A volte il mondo musicale è assai “bizzarro”: offre il più grande successo a gruppi e cantanti a dir poco mediocri (la maggioranza, oggi – parere personale, ovviamente) mentre permette che piccoli/grandi gioielli pienamente dotati di talento, tecnica, classe e altre simili doti restino nascosti e ignorati. Poi, in alcuni casi, tali gioielli nascosti diventano di colpo “famosi” ma, paradossalmente, comunque restano sconosciuti ai più.
Prendete i The Dandy Warhols, ad esempio: li conoscete tutti (o quasi) per questa canzone la quale, tuttavia, probabilmente non sapete che è un loro brano e dunque credo che comunque continuiate a non conoscerli granché; eppure la band di Portland è tra quelle che, pur in mezzo a cose scialbe e discutibili, come poche altre ha sempre avuto la capacità di scrivere brani che erano (e sono) delle hit perfette, da primi posti nelle top ten di tutto il pianeta dacché dotate di un appeal commerciale semplicemente irresistibile, come e ben più che quel suddetto celeberrimo brano ultramediatizzato. Prendete ad esempio un album abbastanza poco considerato come This Machine, del 2012, e beccatevi in rapida sequenza – come li si ascolta nella track list – due brani come The Autumn Carnival:

e la seguente Enjoy Yourself:

Oppure fate un salto indietro nel tempo – per comprendere come quelle facoltà i The Dandy Warhols le abbiano da sempre – e ascoltatevi un brano come Not If You Were the Last Junkie on Earth tratto da The Dandy Warhols Come Down, album del 1997:

A mio parere, delle hit potenzialmente perfette, appunto – e sono solo alcuni buoni esempi tra tanti.
Ecco, ribadisco: i The Dandy Warhols (il quale peraltro è un nome assolutamente geniale!) avevano una forza e un appeal commerciale infinitamente maggiori della gran parte degli “artisti” musicali che in questi anni hanno scalato le vette delle classifiche. Eppure, ci ricordiamo solo di quel “famigerato” brano senza (quasi) nemmeno conoscere il loro nome di chi l’ha creato.

Proprio strana a volte la musica, già.

Mykle Hansen, Missione in Alaska

Ecologisti, ambientalisti, difensori della fauna e della wilderness! Non capiscono nulla, hanno sbagliato tutto! Altro che difendere la Natura! Bisogna difendersi da essa, dal suo piano diabolico per rendere selvaggio tutto quanto l’uomo ha invece “civilizzato” e per scalzare l’umanità dalla sua posizione di razza dominante sul pianeta per metterci qualche bestiaccia puzzolente e pulciosa… Gli orsi, ad esempio!
Farneticazioni! – direte voi, e vi do assolutamente ragione. A meno che non restiate incastrati nel bel mezzo delle selvagge foreste dell’Alaska sotto un grosso fuoristrada, con le gambe bloccate e, in quanto tali, facile e gustoso spuntino per un grosso orso indigeno, e a meno che non siate un tipico manager rampante, avido, egocentrico, vanitoso e prepotente tanto da pensare di essere il centro del mondo, l’unica persona che su di esso sia importante e alla quale tutti, ma proprio tutti, si debbano assoggettare e poi rendere conto… Uno di quelli – mi viene da pensare – che facilmente si potrebbero trovare a capo delle più grandi e potenti multinazionali, di quei centri di potere industriale e finanziario che sono peraltro in molti casi tra i colpevoli primari del collasso ambientale del pianeta, oltre che della crisi economica che stiamo vivendo.
Uno come Marv Pushkin, insomma, il protagonista di Missione in Alaska di Mykle Hansen, edito da Meridiano Zero con la traduzione di Francesco Francis…

Leggete la recensione completa di Missione in Alaska cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!