Vivere tra le nuvole

[Foto di Nirmal Rajendharkumar su Unsplash]
La vetta più elevata che vedete nell’immagine qui sopra è quella della Jungfrau, una delle cime maggiori delle Alpi Bernesi, in Svizzera: è alta 4158 m.

Immaginereste mai di poter vivere lassù, a quella quota? O addirittura che ci possa esistere un centro abitato più o meno grande?

La città che vedete qui sotto è El Alto, in Bolivia: ha quasi 1 milione di abitanti, più di Torino o di Napoli e pochi meno di Milano, e anche nel proprio paese è una delle città più grandi. Si trova a una quota media di 4150 m, più o meno come la Jungfrau: è la città di grandi dimensioni più alta del mondo, e alcuni dei suoi quartieri più alti sono posti a quasi 4300 m. El Alto, insieme alla capitale della Bolivia La Paz, forma un’area metropolitana abitata da circa 2,3 milioni di abitanti, quasi come quella di Roma, totalmente posta oltre i 3600 m di altitudine.

Di Skykid 123ve – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3119560

[Foto di Florian Delée su Unsplash.]
Al netto delle differenze geofisiche e climatiche dei due luoghi, e in generale della nostra regione alpina rispetto a quella parte del continente sudamericano, nonché di quelle fisiologiche di chi le abita, trovo affascinante pensare che a parità di quote vi siano realtà così drasticamente differenti, e che dove alle nostre latitudini relativamente poche persone – tutti alpinisti – superino i 4000 m e generalmente vi restino solo per qualche ora, sulle Ande (o sull’Himalaya) vi abitino stabilmente milioni di persone. E ci sono casi ancora più estremi: in Perù i quasi 30.000 abitanti di La Rinconada vivono a oltre 5100 m di quota, a pochissima distanza dai seracchi del ghiacciaio Ananea Grande che incombono sulle case, anche se la realtà urbana assai difficile e la presenza ambientalmente critica di numerose miniere d’oro – sulle quali gli abitanti vivono – rendono La Rinconada più simile a un grande villaggio precario che a una cittadina propriamente detta, come potete constatare nell’immagine qui sotto:

Per la cronaca, e per chiudere il cerchio di questa mia dissertazione metroaltitudinale, è interessante notare che il centro permanentemente abitato più elevato delle Alpi e d’Europa è Juf, nel Canton Grigioni – sempre Svizzera, dunque: conta 25 abitanti che vivono a 2.126 m di altitudine. Più di 2000 m sotto El Alto, già.

 

“Il Dolomiti” e l’Everest

Ringrazio di nuovo la redazione de “Il Dolomiti” e il direttore Luca Pianesi per aver concesso considerazione e spazio alle mie impressioni formulate qualche giorno fa riguardo la deriva consumistica – si può definire così – che sempre più sta corrompendo il turismo d’alta quota e high cost (cioè l’opposto del low cost) himalayano, col quale basta pagare una cifrona di dollari non solo per essere trasportati (letteralmente, quasi) sulla vetta dell’Everest ma per avere servizi da hôtellerie di lusso al campo base della montagna, a 5000 m di quota. Una follia sempre più degradante che dovrebbe essere regolata se non drasticamente limitata, prima che lo faccia da par suo qualche grande tragedia ambientale e umana.

D’altro canto, come alcuni hanno giustamente commentato a seguito dell’articolo, quello che sta avvenendo sugli ottomila himalayani non è che il risultato, portato sotto molti aspetti all’estremo, del modello di turistificazione delle alte quote già ben rodato sulle Alpi da almeno due secoli e, ovviamente, soprattutto negli ultimi decenni. In fondo, al netto dei rischi oggettivi, l’unica differenza tra l’immagine della coda di alpinisti sulla cresta sommitale dell’Everest, visibile nell’articolo de “Il Dolomiti”, e quella diffusa qualche giorno fa sulla stampa e in rete (la vedete qui sotto) che ha mostrato la coda di alpinisti in salita verso il Breithorn, uno dei quattromila più semplici delle Alpi anche perché 300 metri sotto la vetta, sul Klein Matterhorn/Piccolo Cervino, ci arrivano le funivie da Zermatt e Cervinia, è il costo dell’ascesa. Il prodotto turistico in vendita è lo stesso, cambia solo la scala altitudinale con ciò che ne consegue – oltre al prezzo, appunto.

[Immagine tratta da repubblica.it.]
Dunque, prima di indignarci – comprensibilmente e necessariamente – per quanto sta accadendo in Himalaya, avremmo potuto e forse dovuto farlo nel momento in cui la frequentazione turistica delle Alpi si è fatta sempre più industriale e commerciale e sempre meno attenta ai luoghi e all’ambiente. Almeno mezzo secolo fa, in pratica. Ma non è mai troppo tardi per risensibilizzarci in tal senso, sia a 8000 che a 4000 metri di quota e anche più a valle, dove certe situazioni di consumismo turistico alpestre si stanno facendo anche peggiori e più sconcertanti. Con l’augurio che non compaiano panchine giganti o altre simili “amenità” turistiche pure sulle seraccate del Khumbu in bella vista della vetta dell’Everest!

Per leggere l’articolo su “Il Dolomiti”, cliccate sull’immagine in testa al post.

Cineclub privé e bistecche gourmet sull’Everest

[Coda di alpinisti sull’Everest nel 2019. Immagine tratta dal profilo Facebook di Nimsdaj Purja.]

Spendendo 93.500 dollari, la società statunitense Madison Mountaineering offre la possibilità di scalare l’Everest usufruendo di un campo base con doccia calda, sessioni di yoga, una tenda che fa da cinema e la possibilità di mangiare bistecche e prodotti di alta cucina, non solo per la quota a cui vengono consumati. L’offerta è una delle tante nel settore del turismo estremo di lusso, che può contare su un crescente numero di clienti milionari e miliardari alla ricerca di emozioni forti, possibilmente senza rinunciare alle comodità.

Inizia così un articolo de “Il Post” del 28 giugno scorso, intitolato Il settore del turismo estremo per miliardari, nel quale vengono appunto elencate alcune di queste “esperienze” per ricchi, dagli abissi oceanici allo spazio fino, appunto, alle più alte montagne della Terra.

Leggendo il brano lì sopra, credo capirete da subito quale sia il problema: non certo che chiunque se lo possa permettere spenda i soldi per vivere quelle “esperienze”, ma di quali “esperienze” (virgolette necessarie) si stia parlando. Cioè, voglio dire: un campo base all’Everest con sessioni di yoga, una tenda-cinema e piatti di cucina gourmet? A 5000 m di quota?
E magari un bel casinò dove giocare alla roulette, un night con cameriere in topless e decolleté ramponabili nonché, fuori dalle tende sulla morena del ghiacciaio, un grande shopping mall con i migliori brand del lusso? No? A questo punto non stonerebbero affatto e farebbero la gioia di chissà quanti “alpinisti” (virgolette inevitabili) danarosi giunti fin lì.

È veramente il caso di continuare a consentire questo genere di “turismo” d’alta quota? O forse, per il bene di tutti e in primis di quelle grandi montagne, del loro ambiente e di chi ci vive – viste anche le conseguenze di questo folle turismo himalayano – sarebbe finalmente il momento di dare a tale business una bella regolata?

[Immondizia al campo base dell’Everest. Immagine tratta da www.nonsprecare.it.]
Di recente, il sito di informazione svizzero “Tio.ch” ha dedicato un focus alla questione, significativamente intitolato In fila per toccare il Tetto del Mondo, fra spazzatura (e cadaveri). Pur rapidamente, fa capire bene l’entità del problema e le sue principali conseguenze: lo potete leggere qui.