Haruki Murakami, “L’elefante scomparso e altri racconti”

Certamente ora sto per scrivere una banalità, o per altri versi una ovvietà che è tale ogni qual volta venga espressa per qualcosa di artistico, letterario, culturale o altro di “non superficiale” che venga dall’Oriente, d’altro canto non saprei come meglio e più rapidamente esprimere ciò che voglio esprimere, ovvero che Haruki Murakami – o, per meglio dire, la scrittura di Haruki Murakami, è assolutamente Zen. E una sorta di breviario di quotidiani esercizi di disciplina zen postmoderna, materializzati nella forma letteraria, mi sembra L’elefante scomparso e altri racconti, opera “secondaria”, per così dire, del grande autore nipponico (Einaudi, con traduzione di Antonietta Pastore) del quale si ricorda di più, appunto, la produzione più prettamente romanzesca…

Leggete la recensione completa di L’elefante scomparso e altri racconti cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Scrivere romanzi è come impilare gattini esausti (Haruki Murakami docet)

Cosa significa scrivere romanzi? – e, in modo ancor più assoluto: cosa significa scrivere?
E’ una domanda che chiunque scriva, credo, per mestiere o per diletto, dovrebbe porsi di continuo. Forse alcuni se la sono posta troppe poche volte, magari certi nemmeno una. Personalmente, temo di pormela fin troppo…
Ed è una domanda che ha infinite risposte: le più istintive può darsi siano banali, tante altre assai più profonde, radicate nell’essenza più intima dello scrittore e da essa scaturenti con un processo non certo facile, forse anche ostico e tribolato ma, appunto, assolutamente fondamentale da attuare.
Ecco cosa scrive al proposito Haruki Murakami, il più importante scrittore giapponese contemporaneo, certo con visione parecchio orientale ma anche per questo curiosa e interessante.

La memoria è qualcosa di simile a un romanzo, o forse un romanzo è qualcosa di simile alla memoria.
Da quando ho incominciato a scrivere, provo veramente questa sensazione, che tra memoria e romanzo vi sia una somiglianza. In entrambi i casi, ci si sforza di mettere tutto in ordine, ogni cosa al suo posto, ma il contesto tende a sfuggire, e alla fine si dilegua. Come mettere quattro gattini esausti uno sull’altro. Caldi di vita, e tremendamente instabili. Ogni tanto mi dico che è imbarazzante considerare un tale materiale alla stregua di merce – merce, vi rendete conto? A volte mi capita davvero di arrossire. E se divento rosso io, lo diventano tutti.
Tuttavia, se si prende l’esistenza umana come una condotta stupida basata su motivi relativamente puri, il problema di cosa sia giusto o sbagliato perde drammaticità. E da lì nasce la memoria, nasce il romanzo. Un meccanismo di moto perpetuo che nessuno può arrestare. Percorre rumorosamente il mondo intero, tracciando sul suolo una linea ininterrotta.
Speriamo che vada tutto bene, dice uno. Ma non c’è motivo che vada bene. E neanche nessuna prova che sia andata bene.
Allora cosa bisogna fare?
Allora io cerco di radunare di nuovo i gattini e di metterli uno sull’altro. Sono stanchi morti e mollissimi. Cosa penserebbero se si svegliassero e scoprissero di essere stati messi in pila come della legna per un fuoco da campo? “Oh, c’è qualcosa di strano”, si direbbero forse. In quel caso – se la reazione fosse tutta lì – io ne ricaverei un piccolo aiuto.
E’ questo che volevo dire.

Haruki Murakami, L’elefante scomparso e altri racconti, Einaudi 2009, pag.93.

Il Museo delle Culture di Lugano presenta al Museo Rietberg di Zurigo “Die Schule von Yokohama”, la fotografia giapponese di inizio Novecento dedicata all’universo femminile. Fino al 14/10.

Nel vasto affresco dell’universo femminile lasciatoci dalla fotografia all’albumina colorata a mano, emergono distintamente tre grandi temi. Il primo è quello che possiamo chiamare della «bellezza sublime», in cui l’occhio del fotografo sembra andare costantemente alla ricerca del segreto che anima il regno delle geisha e dei teatri, segreto cui, in giapponese, si allude con la parola karyûkai, il fluttuante «mondo dei fiori e dei salici» che durano un istante e poi passano per sempre, delle tenerezze che muoiono al volger della stagione, dei ricordi che restano appena, come il profumo d’un fiore sbiadito fra le pagine d’un libro. Il secondo è quello del ruolo e del lavoro della donna nella vita di tutti i giorni, che pur contrassegnato dalla presenza, soprattutto formale, di un ambito spaziale di essenzialità e armonia, ha pochi elementi effimeri, ed è particolarmente attento a creare una connessione esplicita fra gli elementi del contesto e la circostanza che costituisce il soggetto della fotografia. Il terzo tema, infine, fortemente legato alla tradizione dei ritratti di cortigiane (bijinga) dell’ukiyo-e, e con molte concessioni al gusto europeo, è quello degli edifici delle «città senza notte» (fuyajô) e delle donne che vi dimorarono senza veli.

Fino al 14 Ottobre 2012 il Museo Rietberg di Zurigo presenterà al pubblico l’esposizione temporanea Die Schule von Yokohama. Frauen in der frühen japanischen Fotografie, costituita da 50 opere della Collezione “Ceschin Pilone-Fagioli” del Museo delle Culture di Lugano. Il percorso fotografico farà anche da contraltare alla contemporanea esposizione dedicata alla bellezza femminile nelle stampe dell’ukiyo-e, intitolata Die Schönheit des Augenblicks. Frauen im japanischen Holzdruck.
Die Schule von Yokohama costituisce un nuovo e significativo tassello del lavoro di ricerca e di valorizzazione condotto dai ricercatori dell’Heleneum sul fondo di 5.185 fotografie realizzate in Giappone fra il 1860 e il 1910, con la tecnica della stampa all’albumina, e colorate a mano da artisti del tempo. Il lavoro di ricerca ha già avuto come suoi esiti le esposizioni temporanee ospitate nel 2010 a Lugano (Villa Ciani), nel 2011 a Venezia (Palazzo Franchetti) e nel 2012 a Napoli (Villa Pignatelli), accompagnate da un catalogo illustrato di oltre 360 pagine giunto ormai alla sua terza edizione. In occasione della mostra zurighese, oltre al volume in italiano a cura di F. Paolo Campione e Marco Fagioli (Giunti, Firenze), il Museo Rietberg pubblicherà in tre lingue un opuscolo di approfondimento sulla Scuola di Yokohama a cura del Museo delle Culture.

Cliccate sull’immagine della locandina della mostra per visitare il sito web del Museo delle Culture di Lugano ed avere ogni utile informazione sull’evento: un’occasione parecchio interessante di conoscere un’arte fotografica (e la cultura particolare alla base di essa) lontana nel tempo ma ancora assolutamente affascinante e ispirativa, pure per la ricerca artistico-fotografica contemporanea.

A San Quirico d’Orcia “L’incanto delle Donne del Mare” di Fosco Maraini. Fino al 17/06.

In esposizione sono presentate trenta opere del celebre servizio fotografico sulle Ama di Hèkura. Realizzato nel 1954, si tratta forse del primo reportage etnografico subacqueo in cui, attraverso la sua visione solare e disincantata, Fosco Maraini seppe coniugare quello che agli occhi occidentali appariva come il fascino erotico di un sorprendente universo femminile, con la narrazione per fotogrammi di una quotidianità contrassegnata da un profondo rapporto della cultura con l’ambiente. Un Giappone per molti versi sconosciuto, che l’obiettivo dell’etnologo e del fotografo riuscì a immortalare ancora nella sua piena vitalità, mentre all’orizzonte si poteva intravedere già l’autunno di un mondo destinato, da lì a poco, a scomparire per sempre. Insieme alle fotografie saranno esposte le attrezzature realizzate appositamente da Maraini per le riprese subacquee.

Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Fosco Maraini, una figura di uomo di cultura (e non solo) tra le più ricche del Novecento, in Italia, eppure non così popolare come potrebbe e dovrebbe essere, credo. Io la conobbi soprattutto nella veste alpinistica, come componente della leggendaria spedizione al Gasherbrum IV guidata da Riccardo Cassin, e da quel punto di partenza ho potuto apprezzare tutto ciò che Maraini fu e fece, e soprattutto il peso culturale della sua opera, legata certo all’Oriente ma invero dal senso e valore assolutamente generali.

L’esposizione temporanea L’incanto delle Donne del Mare. Fosco Maraini. Fotografie. Giappone 1954 è ideata, realizzata e curata dal Museo delle Culture di Lugano, quale primo episodio del ciclo «Esovisioni», dedicato all’esotismo nella fotografia dei grandi maestri del Novecento. Nel corso di tutto il 2012 il Museo delle Culture è impegnato in una serie di attività per ricordare la figura e l’opera di Fosco Maraini, di cui ricorre quest’anno il centenario della nascita. L’esposizione di San Quirico d’Orcia si tiene del resto nell’ambito delle Celebrazioni Nazionali promosse in onore di Maraini: il 15 Novembre tali celebrazioni si chiuderanno proprio a Lugano con un convegno internazionale sul tema del viaggio interiore nelle culture dell’Asia.

Cliccate sull’immagine per visitare il sito web del Museo delle Culture di Lugano, e conoscere ogni ulteriore dettaglio sull’esposizione.