Scuse olimpiche

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Devo porgere le mie scuse, a voi che leggete questo blog o che seguite le mie pagine social, per avervi rotto così spesso le scatole negli ultimi tempi scrivendo delle Olimpiadi di Milano Cortina. Temo di averlo fatto fin troppo e dunque di essere diventato monotono, noioso, magari pure fastidioso. In tal caso vi chiedo perdono, appunto.

D’altro canto ammetto, che fosse stato per me – anzi, per una buona parte del mio animo, avrei scritto anche di più sulle Olimpiadi, visto ciò che sono diventate nel tempo fino a oggi: un bellissimo evento, e una meravigliosa opportunità per il nostro paese, trasformata non solo in un’occasione persa ma pure in un danno molteplice per i territori e le comunità coinvolte nonché per l’immagine dell’intero paese. Il tutto per la gestione e la condotta deprecabili di una classe politica e dirigente palesemente inadatta a ricoprire i ruoli e le responsabilità che un grande evento come le Olimpiadi comporta. Di fronte a tutto ciò, detto tra noi, non potevo rimanere impassibile così come, io credo e spero, non lo sia rimasta nessuna persona dotata di senso civico, onestà intellettuale e di consapevolezza politica – nell’accezione più alta del termine.

Mi auguro vivamente che le competizioni dei Giochi Olimpici che oggi iniziano a Milano, e poi di quelli Paralimpici che prenderanno il via il 6 marzo a Verona, siano bellissime, spettacolari, che vincano i migliori e che nessuno si faccia male. È l’unica speranza formulabile, dal mio punto di vista, per queste Olimpiadi che invece, per tutto il resto, sono diventate ciò che molti temevano e da tempo risultava viepiù evidente: un disastro olimpico. Del quale i territori coinvolti subiranno a lungo le conseguenze e per i quali sarà necessario – in forza di quel senso civico e della consapevolezza politica prima citati – tenere a memoria i responsabili affinché si debba chiedere conto nei prossimi mesi e anni di ciò che hanno imposto ai territori olimpici e alle nostre montagne.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Anche questa in effetti è una speranza che formulo, in questo nostro paese sempre così civicamente e politicamente smemorato: ma, a pensarci bene, la capacità di tenere bene a mente ciò che per i Giochi è stato fatto e che ha comportato potrebbe essere la vera, fondamentale legacy da ricavare da queste Olimpiadi, per il bene della società civile italiana e delle comunità delle valli alpine.

Per tutto quanto avete letto fino a qui, da oggi fino alla fine del periodo olimpico, cioè il 15 marzo, non scriverò più delle Olimpiadi di Milano Cortina. Troverete solo gli aggiornamenti più eclatanti su quanto sta accadendo nella gestione dei Giochi tra le MONTAG/NEWS, nella colonna di sinistra del blog e nel loro archivio. Ma riprenderò a scriverne dal 16 marzo: come ho già rimarcato è da quella data, quando i riflettori e le telecamere si spegneranno sulle sedi olimpiche e su tutto l’intorno, che si comincerà a capire veramente cosa hanno comportato i Giochi ai territori coinvolti, nel bene (forse) e nel male (probabilmente, temo). Ne vedremo delle “belle” ancora per molto tempo, statene certi.

P.S.: qui trovate molti degli articoli scritti e delle cose che ho fatto sul tema delle Olimpiadi di Milano Cortina.

Neanche il logo di Milano Cortina!

Diciamocela tutta: persino l’immagine grafica delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026 è brutta:

Sciatta, anomima, sgraziata, priva di estro. Che differenza – e che involuzione – rispetto alle grafiche delle precedenti Olimpiadi di Cortina del 1956, ben più belle, eleganti e attrattive ancora oggi nonostante abbiano settant’anni!

D’altro canto, come denuncia “Il Post” nella sua newsletter “Colonne” dedicata a Milano, «Non sono particolarmente convincenti nemmeno i cartelloni realizzati per l’occasione, né la segnaletica in generale: sono rettangoli di cartone sottile dall’aspetto dozzinale e improvvisato» (sui quali, guarda caso, nemmeno hanno messo il logo olimpico, forse perché consci di quanto sia brutto):

Insomma, non c’è nulla da fare: non una cosa concernente le prossime Olimpiadi è stata fatta con criterio, creatività, buon senso. Un disastro organizzativo su tutta la linea, del quale il paese subirà le conseguenze a lungo.

Promemoria! Questa sera, a Chiavenna, per parlare di Olimpiadi, “legacy”, montagne, territori, comunità, futuro

Vi ricordo l’appuntamento di questa sera a Chiavenna con “Olimpiadi sostenibili: una promessa infranta, l’incontro pubblico curato dal Centro Culturale “Oltre i Muri” nel quale interverrò insieme a Angelo Costanzo, Presidente di “Oltre i Muri” e profondo conoscitore della realtà contemporanea della provincia di Sondrio, e Albino Gusmeroli, ricercatore del Consorzio AASTER ed esperto di processi di empowerment dei contesti territoriali.

[Veduta della confluenza della Val Bregaglia, a sinistra, nella Valchiavenna, presso la quale si trova l’abitato di Chiavenna. Foto di Schölla Schwarz, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Analizzando ciò che è accaduto – in Valtellina – o non accaduto – in Valchiavenna – con l’organizzazione dei Giochi di Milano Cortina, elaboreremo insieme riflessioni e ci porremo domande sul senso di un evento del genere, sul modello politico con il quale è stato realizzato e imposto a territori montani e pedemontani che presentano molte criticità e altrettante potenzialità come quelli della provincia di Sondrio nonché, in generale, su cosa possa e debba significare svilupparli e valorizzarli realmente affinché le comunità residenti ne traggono vantaggi concreti e duraturi. Le Olimpiadi serviranno realmente a questi scopi di rilancio territoriale oppure no? La “legacy” olimpica tanto citata e sbandierata, cos’è in fin dei conti? È veramente ciò che ci viene raccontato oppure è tutt’altra cosa? Cosa può fare la comunità locale per contribuire a costruire il miglior futuro possibile per i propri territori? E di conseguenza i nostri territori montani come possono recuperare rappresentatività politico e capacità di dialogo nei confronti delle istituzioni pubbliche che spesso si dimostrano distanti dai contesti locali e dalla loro realtà quotidiana?

[Le case del centro storico di Chiavenna affacciate sul fiume Mera. Foto di Zairon, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Per queste e per molte altre domande, ovviamente focalizzate al territorio valchiavennasco ma nei principi di fondo valide per tutta la montagna italiana, fatta di luoghi unici ma sottoposta a problemi simili, cercheremo di dare qualche ottimo strumento di valutazione e riflessione al fine di trovare le migliori risposte possibili, quelle in grado di definire un percorso, una strada da potere seguire vero il futuro altrettanto migliore possibile. Risposte alle proprie criticità che le montagne hanno sempre più bisogno, affinché le tante promesse – olimpiche o no – che vengono offerte alle comunità montane non diventino di nuovo speranze infrante.

Sarà un incontro che io e gli altri relatori cercheremo di rendere interessante, produttivo, costruttivo, magari pure illuminante, e se tale potrà essere giudicato sarà anche e soprattutto grazie al pubblico che vorrà presenziare, partecipare, magari esporre le proprie opinioni e considerazioni sui temi toccati. Dunque, se potete, non mancate: come detto, la vostra partecipazione sarà importante e necessaria, senza alcun dubbio.

[Un’altra veduta della zona di Chiavenna dalla Val Bregaglia italiana. Foto di Wouter User tratta da http://www.alltrails.com.]
Qui potete trovare il comunicato stampa sull’incontro, nel quale è riassunta in maniera efficace la situazione attuale della Valtellina “olimpica”; qui invece trovate la locandina dell’evento in formato pdf.

Una conseguenza della crisi climatica poco considerata che mette a rischio la nostra identità

[Castel Hauenstein, posto a 1300 metri di quota sopra Siusi allo Sciliar, in Alto Adige. Foto di Syrio, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Se la sensibilizzazione nei confronti della crisi climatica e delle sue maggiori conseguenze è ormai diffusa – seppur ciò non significa che la nostra società civile ne sia ancora così consapevole, visti certi comportamenti mantenuti e un atteggiamento che resta piuttosto superficiale al riguardo, vi sono altre conseguenze altrettanto importanti e gravi che il cambiamento del clima comporta che tuttavia vengono ben poco considerate, nonostante il loro portato ci coinvolga tutti. Ad esempio quelle sul nostro patrimonio culturale, un aspetto particolarmente significativo per l’Italia anche nei territori montani. La crisi climatica, insomma, mette a rischio non solo l’ambiente naturale ma pure ciò che nei secoli l’uomo vi ha costruito e oggi rappresenta un patrimonio di cultura fondamentale, che come nessun altra cosa dà forma e sostanza all’identità delle nostre montagne e alle comunità che le abitano.

Ho recuperato un articolo molto interessante al riguardo che è stato pubblicato sul “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” nr.153 a firma di Alessandra Bonazza, ricercatrice presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche d’Italia – Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (CNR-ISAC), dove è Responsabile dell’Unità “Impatti su Ambiente, Beni Culturali e Salute Umana”.

Così Bonazza introduce il tema, del quale è probabilmente la massima esperta in Italia:

In un momento in cui viene dato sempre più richiamo alle sfide che dobbiamo affrontare in seguito ai cambiamenti climatici, sorprende come solo di recente l’attenzione si sia soffermata in modo più sostanziale sulla constatazione degli impatti e rischi per il patrimonio culturale.
Fulcro della nostra identità culturale e ponte generazionale senza soluzione di continuità, il patrimonio costruito e paesaggistico è senza dubbio a forte rischio per effetto delle variazioni graduali ed estreme dei parametri climatici, quali ad esempio temperatura e precipitazioni.

Bonazza illustra poi cosa si sta facendo in concreto per gestire la questione:

È di recente sviluppo lo studio per la messa a punto di proiezioni dei rischi cui potrebbe essere sottoposto il patrimonio culturale per effetto di eventi estremi legati ai cambiamenti climatici nel vicino (2021-2050) e lontano futuro (2071-2100). Nonostante sia ampiamente riconosciuto il danno causato sui beni culturali da piogge intense, inondazioni, allagamenti e periodi prolungati siccitosi, questa tematica di ricerca è complessa e richiede una attenta analisi della pericolosità a livello locale, degli elementi determinanti la vulnerabilità di un bene a uno specifico rischio climatico e delle caratteristiche che governano la sua maggiore o minore esposizione agli eventi.
Questo strumento, chiamato Risk Mapping Tool for Cultural Heritage Protection, permette di analizzare la pericolosità territoriale a scala europea e del bacino del Mediterraneo a diverse serie temporali e di visualizzare e scaricare mappe con risoluzione spaziale di ~12 km, basate su dati forniti da modelli climatici regionali e da servizi satellitari del programma Copernicus. Prevede l’utilizzo di indici per valutare la pericolosità da eventi estremi legati a variazioni di temperatura e precipitazione.

L’utilizzo di questo strumento scientifico ha già dato alcune risposte estremamente significative:

Gli output mostrano ad esempio come i siti archeologici lungo la costa adriatica e il patrimonio diffuso dell’arco alpino siano previsti essere particolarmente a rischio nel lontano futuro per effetto dell’aumento della frequenza e intensità degli eventi estremi di precipitazione indicati da aumenti dei valori degli indici relativi.

[Il Castello di Rocca Calascio, sito a 1400 metri di quota nell’omonimo comune dell’Abruzzo. Foto di Justinawind, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Dunque stiamo correndo il rischio che anche il nostro patrimonio culturale alpino, quello che grazie alla propria inscindibile correlazione con l’ambiente naturale e il paesaggio dà forma e sostanza all’identità dei territori alpini, dunque delle comunità che li abitano, possa subire conseguenze serie dal peggioramento pressoché certo della crisi climatica e dei suoi effetti. Il fatto che tale rischio possa manifestarsi «nel lontano futuro», come scrive Alessandra Bonazza, non può e non deve esimerci – come società civile e come rappresentanze politiche – dal prevenire quei rischi ed evitarli il più possibile. Se il paesaggio, in quanto elemento culturale determinato dall’unione di elementi naturali e antropici per come lo percepiamo nella relazione che intessiamo con esso, dovesse degradarsi in entrambi gli ambiti, inevitabilmente comporterebbe il degrado della nostra relazione identitaria, dunque anche di noi stessi in quanto suoi abitanti.

È un rischio parecchio grave che, ribadisco, possiamo e dobbiamo chiedere di prevenire.

P.S.: qui potete trovare alcuni altri articoli di Alessandra Bonazza sul tema della protezione del patrimonio culturale dai rischi climatici.

Grandi misteri irrisolti (o quasi)

Vi sono dei grandi misteri, in questo nostro mondo, che continuano a permanere enigmatici sfuggenti, inspiegabili.

Gli UFO, ad esempio: veramente delle civiltà extraterrestri visitano il nostro pianeta con le loro astronavi?

Oppure: nel lago scozzese di Loch Ness sopravvive sul serio una mostruosa creatura preistorica?

Il mitologico continente di Atlantide è realmente esistito?

E come fa Kirsty Coventry, la presidente del CIO, il Comitato Olimpico Internazionale, a sostenere che quella delle Olimpiadi di Milano Cortina è «un’organizzazione meravigliosa» a fronte dei soldi pubblici spesi oltre ogni limite, della gran parte delle opere incompiute o nemmeno iniziate, di quelle fatte male e inutili, degli gravi impatti ambientali e paesaggistici, dei tanti, troppi disagi imposti alle popolazioni coinvolte e di tutto il resto che abbiamo dovuto contemplare in questi anni?

È un mistero inspiegabile, appunto. Forse.

In ogni caso di tale mistero se ne occupa anche l’ultimo numero (il 1650, in edicola dal 30 gennaio) di “Internazionale”, dimostrandone di nuovo tutta la sconcertante inestricabilità: