Come ti propino la cacca per oro. Ovvero: grandi editori e buona letteratura, l’antinomia è sempre più drammatica…

Ecco, ci risiamo!
Per l’ennesima volta una grande casa editrice, storica, prestigiosa, stimata, di quelle poche che, nell’immaginario collettivo e per l’opinione pubblica, rappresenta “la” letteratura in Italia, “il” mondo dei libri, della lettura e della relativa cultura, ha pubblicato un libro circa il quale trovare recensioni positive è impresa a dir poco ardua – e intendo recensioni, ovvero impressioni di lettura, redatte da siti e blog di appassionati che veramente leggono i libri, non sto parlando dei vari e numerosi critici prezzolati dei media istituzionali, spesso legati a doppio o triplo filo (industriale, economico, politico e chissà che altro) con le case editrici.
Avrete forse capito che sto parlando di Cinquanta sfumature di grigio, di tal E.L.James, edita da Mondadori: volume già definito il best seller dell’estate 2012, lanciato con un battage pubblicitario milionario e con i soliti slogan super-altisonanti (“Scopri il libro di cui tutte parlano”, ad esempio, e cose del genere) ma, appunto, sul quale in rete fioccano i commenti decisamente negativi, per non dire rabbiosi su come tutte le aspettative abilmente generate dalla macchina pubblicitaria attorno al libro siano sostanzialmente aria fritta (eccone una ben dettagliata, delle tante recensioni negative; e per par condicio, un articolo di tono opposto tratto da un media “istituzionale”). Perché è di ciò che si parla: di un libro imposto come “grande” non per un suo effettivo valore letterario, ma per un’abile campagna pubblicitaria, ugualmente che per uno yogurt, un gadget trendy o un disco di musica commerciale.
Ora, sia chiaro: prendo a pretesto questo volume dacché vi si sta disquisendo sopra in questo periodo. Di esempi passati – altri libri, altri generi, altri editori – se ne potrebbero fare a decine, anche se il “fenomeno” è in palese crescita proporzionalmente al passare del tempo, ed è facile capire il perché, proseguendo in questa disamina.
Inoltre, al solito, de gustibus. Il libro può piacere o non piacere, come è logico che sia. Non è questo in discussione. E nemmeno è in discussione che la Mondadori faccia uscire libri del genere: liberissima di farlo, liberissima di comporre anche l’intero catalogo con boiate illeggibili, ci mancherebbe.
In discussione è il senso del tutto, e di inevitabile rimando, il senso del pubblicare libri oggi, ovvero del produrre letteratura, dunque, e mica tanto indirettamente, del diffondere buona cultura.
In discussione è lo spendere cifre altissime per pubblicizzare con modus operandi mediatici contemporanei – il che significa soprattutto televisivi e consumistici – libri di dubbio valore letterario spacciandoli, anzi, imponendoli come capolavori o poco meno, comunque letture che “non si possono non fare“.
In discussione è l’evidenza palese che questo comportamento editoriale (e/o industriale) dimostra come anche l’editoria oggi si muove seguendo regole e strategie che nulla hanno a che vedere con la cultura e invece tutto con la finanza, l’economia del mercato consumistico, il capitalismo industriale meno virtuoso possibile: quello che serve soprattutto a fare più soldi possibile a scapito di qualsiasi altro aspetto del lavoro editoriale, insomma.
In discussione è la tristissima realtà che denota come le grandi case editrici, quelle che in passato hanno concretamente generato e formato, forse più che ogni altra cosa, il livello culturale del paese, oggi se ne sbattono altamente di ciò, di tale loro compito un tempo “istituzionale”, e pensano soltanto, lo ribadisco, a fare cassa. Forse perché anch’esse sono finanziariamente dissestate come molte altre realtà industriali, forse perché vedono quanta poco gente legge, qui, e per questo non vanno troppo per il sottile, cercando di vendere più roba possibile, puntando alla quantità e tralasciando ormai totalmente o quasi la qualità. Peccato, però, che se la gente legge sempre meno, è anche perché le si propina emerite vaccate pseudo-letterarie spacciandole per “grandi storie” le quali, piuttosto che creare nuovi e buoni lettori, creano meri consumatori dalla mentalità da hard discount, per i quali un libro, un reality show o una rivista di gossip sono praticamente la stessa cosa; peccato che, negli ultimi decenni, si è trattato e manipolato la materia letteraria/editoriale con gli stessi modi con cui si è trattato la televisione e i mass-media, coi risultati che oggi abbiamo tutti davanti agli occhi. Alla fine è del tutto evidente come sia tutto un circolo vizioso, bieco e inevitabilmente decadente: e fare della letteratura (come, appunto, della TV, dei giornali e di qualsiasi altro elementi di natura culturale) un bene di consumo, un oggetto come un altro, un prodotto industriale che deve generare soldi, guadagno, profitti e non ciò che sarebbe ovvio, cioè altra cultura, significa distruggerla. E’ come andare lungo una strada con un aereo: per un po’ si andrà velocissimi, certo, ma un aereo è fatto per volare, non per andare come un automobile, e dunque prima o poi sorgeranno i problemi e si avvierà un inevitabile declino.
Eppure, la grande casa editrice che volesse pubblicare un libro-cacca fatto apposta per vendere (dunque un mero prodotto industriale), in fondo potrebbe anche farlo, lo ribadisco: a patto che poi, con i guadagni ricavati, essa sapesse investire dove c’è chi veramente produce ancora autentica letteratura, dove c’è chi sperimenta nuovi linguaggi espressivi, ricercando nuovi autori di valore, gente che sappia mantenere viva la fiamma letteraria… Ecco, se facessero questo, le grandi case editrici, potrebbero pure pubblicare tutte le boiate di questo mondo: ne sarei felice.
Invece, quanto sopra non lo fanno più. Fanno cassa, fanno soldi e basta, il loro interesse è divenuto l’utile di bilancio a fine anno. Sono diventate, le grosse case editrici, come le banche, le multinazionali, i potentati economico-politici, i media “di regime”.
E questo, oltre che tristissimo, è anche terribile. Perché, in una situazione oligarchica come quella che contraddistingue il mondo editoriale italiano, significa che si stanno suicidando, loro (e fin qui nulla di male: se lo sono cercato!), ma che stanno uccidendo pure le piccole e medie case editrici e tutte le altre realtà che, tra mille fatiche e sacrifici, fanno ancora autentica letteratura, fanno ancora talent scouting, fanno insomma ciò che le grosse case editrici non fanno più.
Dunque, vorrei chiudere questa mia disamina con una semplice ma fondamentale domanda:

coi soldi spesi per la produzione editoriale di questi libri-patacca (diritti, traduzione, promozione, diffusione: cifre da svariati zeri!), quanti autori italiani di autentico valore, esordienti, emergenti, talentuosi, sperimentali, innovativi, si sarebbero potuti produrre?

In un paese nel quale 2/3 della popolazione non legge nemmeno un libro all’anno, si possono fare solo due cose: o tentare di guarire la lettura (e dunque la letteratura, e il lavoro editoriale) malata con “medicine” benefiche, che ne risollevino lo spirito e l’essenza, o le si succhia a fondo tutto quanto c’è ancora da succhiare badando solo a ricavarci il più possibile, in tal modo cannibalizzandola e ammazzandola definitivamente.
A quanto pare, certe grandi case editrici, hanno scelto questa seconda opzione. Alla faccia nostra.

(P.S.: l’immagine in testa al post si riferisce ad uno dei tanti articoli apparsi in giro per il web sulla vicenda d’un tizio che ha cercato di trasformare la cacca in oro. Beh, quale casuale eppure azzeccata similitudine! Comunque, se vi interessa la notizia relativa, cliccate sull’immagine per leggerla.)

Douglas Adams, “Ristorante al termine dell’Universo”

Ho impiegato un bel po’ di tempo, quasi un anno, per prendere in mano quello che è il seguito di quel capolavoro nel suo genere che è la Guida Galattica per Autostoppisti, del grande e mai troppo compianto Douglas Adams: in parte perchè volevo godere dell’indugio che si prova quando si ha a disposizione un qualche gran piacere e si attende a consumarlo, e in parte perchè, forse più inconsciamente che altro, temevo che – come spesso accade – il seguito di un capolavoro non è mai alla sua altezza… La Guida, lo ribadisco, è un capolavoro anche solo per quanta influenza abbia sparso ovunque, molta anche al di fuori dell’ambito letterario, oltreché per il favore e l’apprezzamento universale di cui gode; il compito di Ristorante al termine dell’Universo non è stato certo facile, accollandosi la responsabilità di stare dietro all’enorme successo del predecessore e proseguire sulla strada della serie (“una trilogia in 5 parti” come la definì ironicamente lo stesso Adams)…

Leggete la recensione completa di Ristorante al termine dell’Universo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Ray Bradbury, “Cronache Marziane”

Lo so, è facile – dirà qualcuno – scrivere di un’opera che molti considerano un capolavoro, uno dei grandi classici della letteratura mondiale moderna… E’ vero, come è vero che scrivere di un libro di così grande e contemporaneo valore rappresenta un esercizio assolutamente virtuoso: è auspicabile che la memoria pubblica su di esso non scemi mai, e scriverne non può che far bene ad essa, ed a mantenere ben illuminato quel suo valore così importante…
Cronache Marziane dunque, ovvero una delle poche opere di fantascienza ad aver superato ampiamente il limite del proprio genere, per spandere la propria importanza letteraria ben oltre, raggiungendo addirittura ambiti sociologici ed anche filosofici – al pari, ad esempio, de L’Uomo che cadde sulla Terra di Walter Tevis. Ma mi viene da chiedere: è “fantascienza”, questa? La cronaca a significativi episodi ed in ordine cronologico della conquista umana di Marte narrata nel libro lo è certamente, dal punto di vista prettamente concreto: ad oggi l’uomo sul pianeta rosso non vi è ancora giunto… Tuttavia la lettura e il senso dell’opera di Ray Bradbury mostra subito, e in maniera assai evidente, come Marte non sia invero un nuovo pianeta ma semmai un’altra versione dello stesso pianeta dal quale i conquistatori arrivano…

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P.S.: questa recensione risale a qualche anno fa, ma la triste circostanza della morte di Ray Bradbury la rende, ora, un personale, piccolo omaggio al grande scrittore americano e al suo eccelso valore letterario. R.I.P.

Chuck Palahniuk, “Soffocare”

Soffocare, di Chuck Palahniuk (traduzione di Matteo Colombo): storia particolare di un tizio – tale Victor Mancini – assolutamente medio se non che soffre di sessodipendenza, ha una madre hippie ora vecchia e pazza chiusa in un istituto, un amico, Danny, squinternato e mezzo folle anch’egli, un lavoro piuttosto umiliante… Storia dai toni ironici in superficie, surreale spesso e volentieri, tuttavia dal clima cupo, quasi antropologicamente catastrofico per come Palahniuk narra delle vite e delle vicende dei suoi personaggi, icone “normali” di una società d’intorno in massima parte non certo migliore, dunque in fondo drammatica nel suo nucleo narrativo, e con un finale abbastanza tragico ancorché venato di umorismo – il tutto tra flashback verso l’infanzia e l’adolescenza con la madre “sballata” che entra ed esce di prigione così come dalla vita di Victor, tra la sua confusione mentale ed esistenziale (odia la madre ma vorrebbe salvarla, si arrabbia col mondo e lo combatte pensando di compiere azioni che Gesù Cristo, paradigma della bontà/normalità umana, non farebbe mai ma poi addirittura comincia a credere di essere la sua reincarnazione)…

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Chuck Palahniuk, “Ninna nanna”

Se non si può considerare il tipico paesaggio americano senza considerare il Grand Canyon, o la storia dell’America senza considerare gli indiani nativi, oppure il più popolare american dream senza considerare Hollywood o la Route 66 – e, per ogni caso citato, qualsiasi altro simbolo identificativo dell’America di ieri e di oggi – a mio parere non si può considerare la letteratura contemporanea americana, e ancor più la capacità narrativa e rappresentativa generale della realtà di cui è capace, senza considerare Chuck Palahniuk.
Palahniuk, di quella realtà americana contemporanea, è la voce della parte più socialmente oscura e deviata. E non in senso noir, orrorifico, scandaloso o che altro: almeno non nel senso classico. Se vi è una coscienza di superficie, per così dire, ovvero quella che forma e genera la sostanza “positiva” dell’America di oggi, che si rifà in gran parte ancora al suddetto american dream, ai personaggi alla Obama o alla Jobs, alla libertà, al rock di Elvis, al “God bless America” e così via, c’é di contro una incoscienza di fondo che serpeggia al di sotto di quella superficie, l’altra faccia della medaglia USA: quella delle mai del tutto sopite tensioni razziali, della povertà avanzante, dei fondamentalismi più o meno religiosi o dell’imperialismo travestito da democrazia esportata. Ecco, c’è l’una cosa e c’è l’altra, e poi c’è un mondo di mezzo nel quale convergono elementi di entrambe le cose, le quali scontrandosi a volte in maniera violenta creano una meta-coscienza mutante, che vive tanto di positività quanto di negatività, di bontà e pure di malvagità, di realtà concreta quanto di utopia distorta, e di molta dell’ipocrisia che da ciò può derivare. L’America è ancora un posto da sognare e da ammirare, oppure è diventato un luogo falso e simulatore? Beh, esattamente nel dubbio che sta in mezzo a questi due estremi, c’é Chuck Palahniuk…

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