Per fortuna la bresaola diventa un po’ meno “paradossale” (gioco forza)

Premessa inevitabile: questo post non è contro qualcosa ma cerca nuovamente di proporre una riflessione sul senso e sul valore della cultura di montagna rispetto a certi elementi che ne fanno parte, oltre che sulle accezioni che dovremmo intendere di certi termini e definizioni assai usati – spesso abusati – nel lessico con il quale raccontiamo quella cultura montana, tanto legittimi quanto a volte fuorvianti.

Leggo che è stato firmato un protocollo d’intesa da Coldiretti, Filiera agricola italiana spa e Consorzio di tutela della Bresaola della Valtellina Igp per avere più carne bovina italiana per la bresaola, un’origine della materia prima trasparente e nuove opportunità per gli allevatori nazionali. Forse che i soggetti citati abbiano letto (ovviamente tra altre cose) i vari post che nel tempo ho dedicato alla questione qui sul blog? 😎

Be’, ovvio che non sono così sbruffone da pensarlo realmente, ma vero è che varie volte ho messo in evidenza quello ho definisco l’emblematico paradosso della bresaola, prodotto assolutamente “identitario” e “tradizionale” per la Valtellina e tra i più “tipici” in tal senso della cucina alpina italiana, buonissimo, gustosissimo, dotato di marchio “IGP” ma che in realtà è prodotto in gran parte con carne di zebù, un bovino gobbuto allevato principalmente in Sud America e, appunto, in modo particolare in Brasile. Una narrazione obiettivamente deviante che finisce per mistificare il valore culturale della bresaola nonché, appunto, quello autenticamente rappresentativo per il territorio valtellinese; il tutto consentito dal marchio IGP – Indicazione Geografica Protetta, che a sua volta appare viepiù una efficace trovata di marketing il quale non protegge realmente nulla che non sia già valorizzato dalla bontà della bresaola stessa.

D’altro canto temo che quel protocollo d’intesa firmato non rappresenti affatto un primo passo vero per rendere la bresaola più autenticamente valtellinese o quanto meno italiana, ma soltanto il tentativo di parare il colpo inferto dallo stop europeo alle importazioni di carne bovina dal Brasile, scattato il 3 settembre scorso per la mancata presentazione di garanzie sufficienti sul rispetto delle norme Ue sull’uso degli antimicrobici. Con buona pace di tutti i messaggi pubblicitari che raccontano di «un prodotto che racchiude essenza e passione del territorio. Tutto nasce in Valtellina: tradizione, clima e maestria artigianale si fondono per creare un’eccellenza autentica»: parole che si commentano da sole, riguardanti un prodotto alla cui produzione industriale (salvo rari casi) mirata alla grande distribuzione non potrebbero certamente bastare carni bovine unicamente italiane e men meno che meno valtellinesi. Dunque, ribadisco: “Indicazione Geografica Protetta” cosa?

[Immagine tratta da https://sagr.it.]
Come ho già rimarcato nei precedenti post, nel caso della bresaola IGP valtellinese come di altre pietanze simili, e similmente ritenute “identitarie”, mi sembra che si siano perse di vista, da parte di chi produce e commercializza la bresaola, le originali specifiche storiche, rappresentative, identitarie, reputazionali del prodotto, dunque il suo articolato valore culturale per il territorio del quale si fa “bandiera gastronomica” per inseguire meri obiettivi di vendite, di guadagni, di business, di consumo (e consumismo), approfittando per tale scopo anche della sovente scarsa attenzione e consapevolezza del consumatore medio per la qualità autentica dei cibi che acquista  – dettata anche dalla spadroneggiante grande distribuzione che ormai domina ovunque, anche nei piccoli paesi, e determina il gusto enogastronomico diffuso. Quel consumatore medio che va negli ipermercati e compra bresaole convinto dalla pubblicità di portarsi a casa un alimento tipico e tradizionale delle Alpi, senza prima provare a riflettere un attimo su come sia possibile che per tutte quelle bresaole, nelle centinaia di punti vendita delle catene della grande distribuzione, possano bastare i soli bovini che pascolano sui prati della Valtellina! Il che – ribadisco – non significa che le bresaole IGP della grande distribuzione non siano un alimento di alta qualità, semmai ne dimostra la traballante “identità tradizionale” oltre che l’impropria narrazione promozionale che vi sta intorno.

Insomma: viva la bresaola della Valtellina, certamente buonissima ma che lo sarebbe ancora di più se fosse un cibo con dentro veramente e compiutamente il sapore, l’essenza e la cultura delle montagne dalle quali proviene.