Per contrastare l’overtourism occorre determinare e imporre ovunque la “capacità di carico turistica”!

(Questo articolo è uscito ieri, 8 maggio 2025, in forma di “intervento” su “Il Dolomiti”: lo trovate qui e in calce a questo post ne vedete la “copertina”.)

Dopo l’episodio di iperturismo registrato lo scorso 1° maggio a Sirmione, sul Lago di Garda – ennesimo di una lunga e diffusa serie, inutile rimarcarlo; sopra e sotto vedete un paio di immagini in merito tratte da “Il Dolomiti” – il vicepresidente della Comunità del Garda e vicesindaco di Peschiera ha dichiarato (qui) che «La soluzione non è limitare gli accessi ma promuovere un turismo più rispettoso e consapevole».

Occupandomi ormai spesso di turismo – soprattutto in montagna, ovviamente – in tutte le sue fenomenologie, incluse quelle over, potrei essere d’accordo con quanto affermato dal vicepresidente, se non fosse che l’affermazione contiene una sostanziale antitesi: «promuovere un turismo più rispettoso e consapevole» è un’azione culturale che richiede tempo e collegialità di pensiero e volontà politiche che, facilmente, non riesce a generare risultati concreti prima che un fenomeno molto più rapido nelle sue manifestazioni e nella sua evoluzione – o degenerazione – come l’iperturismo finisca per provocare danni più o meno permanenti ai luoghi che lo subiscono.

Di contro, ancora più inefficace oltre che piuttosto ipocrita, a mio modo di vedere e pur considerandone la buona fede alla base, è l’idea già annunciata dall’amministrazione comunale di Sirmione di introdurre una tassa d’ingresso per accedere alla celebre località gardesana: rappresenta comunque e innanzi tutto un far cassa, e per cosa poi? A meno che la tassa non sia di 100 Euro al giorno, dunque realmente deterrente ma certamente non sarà così, è una “non soluzione” già rivelatasi in vari aspetti inconcludente – vedi il caso di Venezia, ad esempio.

Invece, un’azione che Sirmione e tutte le località tanto o poco turistiche italiane dovrebbero rapidamente realizzare è la determinazione della propria capacità di carico turistica, un dato che poi sarebbe da integrare con valore normativo e legale assoluto nei piani di governo territoriale locali e sul quale determinare di conseguenza la gestione generale della frequentazione turistica del luogo.

La “capacità di carico turistica” è un concetto complesso definito fin dal 2000 dalla WTO (World Tourism Organization) come «il numero massimo di persone che visitano, nello stesso periodo, la località senza compromettere le sue caratteristiche ambientali, fisiche, economiche e socioculturali e senza ridurre la soddisfazione dei turisti», e che in questi venticinque anni ha raggiunto un livello di elaborazione molto raffinato e facilmente contestualizzabile alle varie realtà locali. Non un mero numero di estrazione empirica, insomma, ma un dato chiaro e preciso che rappresenta compiutamente le peculiarità, le potenzialità e i limiti di una località turistica e del suo paesaggio, ovviamente inclusa la comunità residente.

Per questo tutte le località, dalle più rinomate e di lunga tradizione turistica a quelle che ambiscono a diventare mete del turismo odierno e futuro, dovrebbero determinare subito la propria CCT e farne uno strumento istituzionale di analisi e gestione dei flussi turistici interessanti il proprio luogo. Sarebbe necessaria una direttiva urgente al riguardo da parte del Ministero del Turismo, alla quale altrettanto rapidamente le località turistiche dovrebbero adeguarsi così da rendere operativo lo strumento della CCT al più presto, se non da questa stagione turistica al massimo dalla prossima, non oltre.

Ritengo sia indispensabile che ciò accada e, nel mio piccolo, lancio un appello al proposito: gli episodi di iperturismo si stanno diffondendo sempre di più e parimenti l’impatto sui territori e il malcontento delle comunità residenti ma, agendo rapidamente, tali effetti credo possano essere limitati e adeguatamente gestiti fino a trarne il maggior beneficio possibile per tutti: residenti, operatori turistici e turisti nonché, appunto, per i luoghi e i paesaggi coinvolti.

La neve caduta sulle montagne italiane nell’ultimo inverno e il caso emblematico del Terminillo

[Una veduta delle piste del Terminillo a febbraio 2024, tratta da www.lastampa.it.]

È l’innalzamento termico, più che l’assenza di precipitazioni, il protagonista di questa stagione fino ad oggi. Negli ultimi anni stiamo assistendo a un accorciamento del ciclo nivale: la neve arriva tardi, si fonde presto, e rimane meno tempo disponibile a contribuire al bilancio idrico.
Il racconto cambia radicalmente quando ci si sposta verso sud. Sugli Appennini, la neve è quasi assente a tutte le quote. Un dato eloquente: nel bacino del Tevere, il deficit di SWE raggiunge oggi il -89%. È un’anomalia severa, ancora peggiore rispetto allo stesso periodo del 2024.

Questa, riassunta brevemente ma eloquentemente, è la situazione del bilancio idrico della neve sulle montagne italiane nella stagione fredda 2024/2025, da poco conclusa. Sono passaggi tratti dal report periodico della prestigiosa Fondazione CIMA, un centro di ricerca di rilevanza nazionale che promuove studio, ricerca scientifica, sviluppo tecnologico e alta formazione nell’ingegneria e nelle scienze ambientali. Il report lo trovate nella sua interezza (ed eloquenza, appunto) qui.


Ora, leggendo quelle parole, voi, avendo soldi da spendere e fossero questi pubblici, dunque da utilizzare con oculatezza e senza sprechi, li investireste nella costruzioni di impianti sciistici e opere annesse? Io no, a meno che non sia un povero pazzo oppure un gran cinico.

Ecco.

Invece si fanno eccome, gli impianti nuovi e le piste da sci dove non nevica più e fa sempre più caldo così che pure la neve artificiale, la cui produzione costa sempre di più, dura sempre meno.

Un caso emblematico è quello del Terminillo, che è idrograficamente parte del bacino del Tevere il cui dato di carenza idrica da assenza di neve lo avete letto nella citazione sopra riportata: sul Terminillo è in progetto (già autorizzato) la realizzazione di 10 seggiovie, 7 tapis-roulant, 37 chilometri di nuove piste, 7 rifugi e 2 bacini per l’innevamento artificiale. Lì dove nell’ultimo inverno è mancato l’89% dell’apporto idrico da neve, appunto.

Un buon investimento? O una follia totale?

Tirate voi le conseguenze del caso – per il Terminillo e per tutte le nostre montagne.

Evviva Marzia Verona!

Sono stato veramente contento di aver assistito di persona, sabato 3 maggio scorso a Orta San Giulio durante il relativo Summit Nazionale di Legambiente, al conferimento di una delle “Bandiere Verdi” 2025 a Marzia Verona.

Innanzi tutto perché ci siamo finalmente conosciuti personalmente, dopo diverse interlocuzioni social (a volte servono anche per cose belle, già!), e ciò mi ha confermato che bella persona sia. Inoltre perché il riconoscimento è quanto mai meritato: la motivazione inscritta nell’attestato lo evidenzia bene ma fa anche intuire quanto i meriti vadano molto oltre e sommino altre pregevoli qualità che Marzia, con il suo lavoro in montagna e la sua attività di divulgazione culturale per la montagna, manifesta quotidianamente.

Di e su Marzia Verona si possono trovare molte cose sul web – e si possono anche acquistare e leggere i suoi libri, ovviamente – non ultima questa bella intervista sul TGR della Valle d’Aosta, ove vive e lavora:

[Cliccate sull’immagine per vedere l’intervista.]
Mi viene solo da aggiungere una suggestione, su di lei. Marzia è nota come la scrittrice-pastora (e/o viceversa): se per certi versi sa governare le parole traendone narrazioni scritte sulla carta e affascinanti da leggere, per altri versi governa le capre tracciando con il loro moto inscritto sui prati una narrazione montana altrettanto affascinante da “leggere”. Sa offrire due racconti delle nostre montagne diversi nella forma ma simili nella sostanza, entrambi in grado di far conoscere la realtà delle terre alte e, ne sono certo, così facendo che molti se ne appassionino.

Dunque evviva Marzia Verona, che le montagne siano sempre con lei – e lei con loro!

“Orobie” e panchine giganti

A titolo personale, ma credo condiviso da tanti, ringrazio molto la redazione della rivista “Orobie” per la sua chiara presa di posizione riguardo il fenomeno delle “panchine giganti”, espressa nella rubrica delle “Lettere” del numero di maggio, ora in edicola – qui sopra ne vedete la pagina, mentre lì sotto la copertina del numero in questione.

In tantissimi, lo ripeto, hanno capito da tempo, se non da subito, che le panchinone non promuovono affatto i territori nei quali vengono forzatamente installate ma lo banalizzano e abbruttiscono. L’augurio espresso dalla redazione, che sia una moda passeggera destinata a finire presto, è dal mio punto di vista una certezza: sorte inevitabile, d’altronde, per un fenomeno vuoto di senso e di sostanza che finisce per alterare la percezione estetica e culturale dei luoghi, dunque – ribadisco – per degradarne la bellezza autentica. Sono oggetti fuori luogo e fuori contesto che a breve appariranno volgari anche a chi per ora li apprezza – inevitabilmente, ripeto.

Piuttosto, c’è da porsi il problema della loro disinstallazione: il rischio è che, una volta passata la moda, nessuno se ne curi più e così le panchinone diventino rottami deteriorati e arrugginiti, ancor più orribili da vedere, nel bel mezzo di paesaggi pregevoli. Rappresenterebbe un doppio sfregio per quei paesaggi, assolutamente non accettabile.

[Cliccate sull’immagine per scoprire gli articoli contenuti in questo numero.]

Scavare gli alvei dei corsi d’acqua previene le inondazioni? NO! (Ma in Lombardia lo ignorano!)

Perché la Lombardia decide di escavare gli alvei dei propri corsi d’acqua per estrarre materiali litoidi (sabbie e ghiaia in genere, in pratica)? Per prevenire e evitare le piene?

NO!

Per fare mera propaganda politica, dando una risposta semplice e facile, dunque facilmente vendibile all’opinione pubblica, ad un problema complesso, che in vari modi si può risolvere ma di certo non mettendo ruspe nei corsi d’acqua a scavarne i fondali.

[Il fiume Brembo in piena in alta Valle Brembana nel settembre 2023. Immagine tratta da www.valbrembanaweb.com.]
Così dice Michele Presbitero, ex Segretario Generale Autorità di Bacino del Po nonché direttore del Servizio Geologico regionale lombardo, uno dei massimi luminari italiani in tema di gestione dei corsi d’acqua, commentando un articolo di Michele Comi, assai nota guida alpina valtellinese nonché a sua volta geologo:

La proposta della Giunta Regionale sulle escavazioni dei corsi d’acqua è da pazzi. L’asportazione di materiali litoidi dall’alveo di un fiume determina l’approfondimento del profilo di fondo dello stesso aumentando di conseguenza la pendenza delle sponde e la velocità dell’acqua, aumentando il potere erosivo del deflusso e di conseguenza provocando il possibile franamento dei versanti del corso d’acqua, l’abbassamento del profilo di fondo e lo scalzamento delle fondazioni dei ponti che lo attraversano. Al riguardo un esempio notissimo agli addetti ai lavori è quello di Mantello in Valtellina, con frane di versanti fluviali e lo scalzamento del ponte che poi venne chiuso al traffico per molto tempo. Si potrebbe scrivere molto di più con esempi eclatanti anche sul Po quando ero Autorità di Bacino.

E così Presbitero conclude:

Sono disponibile a un incontro con il Presidente Fontana che mi conosce benissimo, per illustrargli i pericoli di tali proposte di legge. Il PAI cosa esiste a fare? Vedi la prima legge nazionale sulla Difesa del Suolo, del 1989!

[Presbitero in Valtellina nel 1997, anno della disastrosa alluvione per contrastare la quale si rivelò una figura fondamentale, grazie alle decisioni prese che contribuirono a salvare molte vite. Immagine tratta da www.mentaerosmarino.it.]
Aggiunge Michele Comi:

L’unica cosa che ha senso asportare dall’alveo di fiumi e torrenti sono i tronchi d’alberi d’alto fusto. La mentalità della draga, dell’asportazione forzata di sabbia, ghiaia e ciottoli per far spazio al deflusso è figlia di chi intende il torrente come collettore dei nostri rifiuti, dell’illusione dell’imbrigliamento salvifico, della rincorsa a sottrarre lo spazio di divagazione vitale delle acque per farci strade, villette e unità di produzione.

Il PAI, per la cronaca, è il Piano per l’Assetto Idrogeologico, uno strumento fondamentale della politica di assetto territoriale delineata dalla legge 183/89, con il quale in ogni regione viene avviata la pianificazione di bacino per la quale il PAI costituisce il primo stralcio tematico e funzionale. Uno strumento che evidentemente la Giunta lombarda in carica non conosce oppure, io temo di più, ignora bellamente per mere ragioni di propaganda e di tornaconti politico-amministrativi, come appunto rimarca Michele Comi. Spendendoci sopra chissà quanti soldi pubblici, per l’ennesima volta dati in pasto alla superficialità e all’incompetenza: tanto, al solito, che ne subirà le conseguenze saranno i cittadini comuni – noi tutti. Cornuti e mazziati o, per meglio dire, fregati – dai soldi delle proprie tasse – e inondati, dalle piene che ancora accadranno nei fiumi lombardi. Ecco.