Giulia Martani, “Benzina”

Benzina: combustibile per autotrazione ad elevata infiammabilità, che ovviamente non necessita di ulteriori presentazioni per come oggi sia (nel bene e nel male, a mio parere molto più per il secondo che per il primo) indispensabile alla nostra civiltà presuntuosamente “avanzata”. Ma anche, benzina ovvero derivato del petrolio, quell’oro nero che ha fatto la fortuna di alcuni (pochi) e ha inquinato tutti gli altri, ovvero l’intero pianeta che della suddetta nostra civiltà è bistrattata casa.
Un agente altamente inquinante, appunto. In fondo, di un metaforicamente simile agente inquinante, che ha ammorbato la nostra civiltà intesa come comunità sociale e come base culturale su cui essa si costruisce, tratta Giulia Martani nel suo Benzina, primo romanzo dell’autrice mantovana (edito da Lettere Animate) dopo la raccolta di racconti noir Nero ma non troppo uscita lo scorso anno per Senso Inverso. Un agente nocivo che ha intaccato, e per certi aspetti ormai inquinato, appunto, uno degli elementi fondanti per qualsiasi società che si possa dire avanzata: la scuola, nella cui “anima”, ovvero nella filosofia morale propria del luogo scolastico, è penetrata spesso pesantemente tutta la decadenza che contraddistingue la civiltà contemporanea, portando con sé tutti quei valori distorti e “inumani” che ha maturato soprattutto negli ultimi decenni: il culto della persona, l’egotismo, la prevaricazione del più forte sul più debole, l’ignoranza delle norme del buon vivere comune, la prepotenza del denaro, l’appariscenza come rivendicazione di potere sociale…

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“Cercasi la mia ragazza disperatamente”: la sorpresa migliore, per Pasqua!

Certo! Al posto della orrida e inutile chincaglieria che usualmente si trova (“sorpresa” la chiamano! Tzè!) nelle uova pasquali di cioccolato, fatevi una ben migliore sorpresa: leggete Cercasi la mia ragazza disperatamente!
Che peraltro, con le tante risate che farete e che, oltre a farvi riflettere con la profondità che solo il buon umore sa regalare, vi scolpiranno gli addominali meglio di qualsiasi esercizio in palestra, potrete strafogarvi di cioccolato in quantità industriali con tutta tranquillità!

Cliccate sull’immagine per sapere ogni cosa utile su Cercasi la mia ragazza disperatamente. Una lettura buona come il miglior cioccolato!

“Il sole mi costrinse ad abbandonare il giardino”: Alessandro Roma alla Brand New Gallery, Milano. Dal 11/04 al 24/05/12

Il giardino è un luogo magico, di concezione antichissima, che porta con sé una metamorfosi perenne nella costruzione e nel significato, in cui l’uomo crea un punto d’incontro e di perfetta armonia con la natura. Ciò che resta inalterata nel tempo è la visione paradisiaca di questo luogo incantato e fertile, Eden cercato e ricreato dall’uomo sulla terra (basti pensare che gli antichi Persiani chiamavano il giardino pairi-daeza). A differenza di un paesaggio che si apre a chi lo osserva, il giardino per essere scoperto deve essere attraversato, esplorato, scrutato a fondo, in quanto è celato nel suo recinto che ne determina e custodisce la forma. Questo genere di approccio è la chiave per comprendere le opere di Alessandro Roma ospitate presso lo spazio milanese, che suggeriscono allo spettatore una catarsi e una predisposizione mentale attraverso cui calarsi nelle forme che si intersecano, in un collage di ricordi e nelle suggestioni che prendono vita sulla superficie scultorea e pittorica. Il tema del giardino è preso in considerazione solo idealmente e non in modo documentaristico, allo stesso modo in cui Paul Klee per lunghi anni ha affrontato nella sua pittura l’archetipo del giardino, pur senza mai descriverlo nella sua forma realistica, o come Monet, che addirittura giunse a realizzarne uno vero e proprio alle porte di Parigi che divenne il principale soggetto del suo studio.
Alessandro Roma nel suo lavoro restituisce la duplice forma del paesaggio e del giardino, completezza e frammento, di uno spazio definito che custodisce al suo interno elementi di richiamo che non sono però di immediata assimilazione. La pittura vive in equilibrio tra figurazione ed astrazione, la scultura restituisce al contempo forme antropomorfe e la memoria di contenitori atavici di elementi naturali, mentre i collages si configurano come bozzetti che tracciano visioni surreali.

Alessandro Roma nasce nel 1977 a Milano, dove attualmente vive e lavora. Conclusi gli studi nel 2000 presso l’Accademia di Belle Arti di Brera inizia un percorso espositivo che lo porta a vincere nel 2007 il “IV International Painting Prize Diputación de Castellón” al Museo de Bellas Artes de Castellon nell’omonima città spagnola e ad inaugurare tra il 2008 e il 2009 un soggiorno in Germania presso la residenza d’artista Künstlerhäuser a Worpswede. Il suo lavoro è stato esposto presso importanti gallerie e musei di fama internazionale. Nel 2009 è stato invitato a partecipare alla Biennale di Praga, mentre nel 2011 il Mart di Trento ha ospitato la sua prima personale museale, Humus, curata da Giorgio Verzotti.

BRAND NEW GALLERY presenta Alessandro Roma, Il sole mi costrinse ad abbandonare il giardino. Dal 11 Aprile al 24 Maggio 2012. Opening: 11 Aprile, ore 18.00-21.30.
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Eduardo Mendoza, “Il Tempio delle Signore”

Eduardo Mendoza è uno dei più rinomati e apprezzati scrittori spagnoli contemporanei, considerato una sorta di memoria critica della Spagna contemporanea ovvero dalla caduta della dittatura di Franco fino a oggi: e per questa visione della realtà iberica Mendoza ha sicuramente eletto la città di Barcellona come modello, facendola divenire lo sfondo di molte delle sue opere. Il Tempio delle Signore (Feltrinelli, traduzione di Michela Finassi Parolo), a sua volta, è piuttosto peculiare del suo modo di scrivere, che utilizza uno stile comico/ironico, a tratti surreale e strampalato, per evidenziare e acuire certe peculiarità della Spagna contemporanea, denunciandone certe ipocrisie e al contempo sbeffeggiandole con il citato umorismo fondante la sua scrittura…

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Arto Paasilinna, “L’allegra Apocalisse”

Certi romanzi, al di là della bontà letteraria che scaturisce dalla storia narrata e dallo stile con cui la narrano, accrescono il proprio valore anche sapendo prevedere certe cose del futuro prossimo al tempo narrativo, magari indirettamente ovvero senza avere tra i propri fini più o meno dichiarati quello della preveggenza. Il primo titolo del genere che mi balza in mente è 1984 di Orwell, ma sapete bene che se ne possono trovare a bizzeffe.
Bene: una delle prime cose che si potrebbero raccontare ovvero che balzano alla mente circa L’allegra Apocalisse, decimo romanzo dello scrittore finnico Arto Paasilinna pubblicato in Italia dalla insostituibile Iperborea (con traduzione di Nicola Rainò) è proprio questa: l’inopinata possibilità di leggere, nella trama assolutamente e classicamente paasilinniana del romanzo – un pentolone ribollente di umorismo, eventi bizzarri e surreali, personaggi eccentrici a dir poco, sguardi disincantati tanto quanto perspicaci sulle cose della quotidianità e molto altro – delle “profezie” che all’epoca della prima uscita del romanzo (1992) sembravano di certo ardite, ma che oggi risultano quasi prodigiose, e non poco inquietanti…

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