Una montagna di slogan pubblicitari

È comprensibile che chi gestisce il turismo in montagna ci costruisca sopra un apposito marketing dal quale ricavarci allettanti slogan per attrarre clientela. Non è comprensibile, anzi, è inammissibile che attraverso questi slogan sia veicolata una visione prettamente consumistica della montagna, esattamente come se il suo territorio sia assimilabile a quello di un litorale marino attrezzato o a una città ricca di attrazioni e divertimenti. Come se fosse il turismo a stabilire l’identità e il valore culturale delle montagne e lo faccia attraverso i numeri degli utili che intende conseguire: così che, si tratti di un alpeggio a 2000 m di quota, di una spiaggia sul mare o del centro storico di una città, l’importante è ricavarci più tornaconti possibile. Ne scaturisce una inevitabile diseducazione dei turisti, convinti a forza di slogan che in montagna si possa andare come in qualsiasi altro luogo turistico, che ci si possa fare ciò che si vuole, che tutto sia a disposizione, usufruibile, consumabile, basta pagare un biglietto e amen. E che a tale situazione si possano tranquillamente adattare i propri comportamenti, perché l’importante non è conoscere il luogo nel quale ci si trova ma trovare più sollazzo possibile per se stessi.

D’altro canto in quota ci si arriva in auto su larghe strade asfaltate, si lasciano in megaparcheggi uguali a quelli dei centri commerciali fuori città, si sale in comode funivie senza nemmeno togliersi le infradito, i sentieri sono spianati come nei giardini pubblici, per attraversare il ponte tibetano c’è la coda come in metropolitana e al rifugio c’è pure la “cena gourmet” come nei migliori ristoranti cittadini… quindi che differenza fa?

E se sull’alpeggio a 2000 m di quota non ci sono cestini fa nulla, si butta il fazzoletto di carta o il mozzicone di sigaretta in terra che tanto qualcuno prima o poi raccoglierà e pulirà, sarà pur compreso nel prezzo pagato un tale servizio, no? D’altro canto è solo un mozzicone, solo una pallottola di carta in mezzo a tutta quella «natura incontaminata» come dice l’ennesimo slogan… che sarà mai?

P.S.: il disegno in testa al post è di Michele Comi, come al solito un’ottima ispirazione per riflettere sui temi inerenti la frequentazione contemporanea delle montagne.

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