Una foto, sull’Afghanistan

Pur vivendo in questi ultimi giorni un (breve, ahimè) periodo di relax vacanziero, ho seguito giornalmente sui media internazionali il dramma dell’Afghanistan riconquistato dai fondamentalisti Talebani. L’ennesima vergogna occidentale, l’ennesima sconfitta militare degli USA (il più potente e al contempo incapace esercito della storia contemporanea) e dei loro alleati, l’ennesima dimostrazione di inutilità dell’ONU, l’ennesimo potenziale “buco nero” di barbarie che si apre sul già troppo martoriato corpo di questo pianeta che per l’ennesima volta ripiomba in una oscurità della ragione totalmente antitetica a qualsiasi concetto di “civiltà”, di “progresso”, di “sviluppo”, di “umanesimo”, di umano – nel mentre che i terroristi dell’ISIS in loco (li avevamo sconfitti, vero?) se la ridono e ricominciano le loro mattanze, ora laggiù, forse domani nuovamente qui.

Ieri l’amico Giuseppe Ravera, in un bell’articolo pubblicato nel suo blog “Le Nuove Madeleine”, ha scritto che «Tony Blair, il mentitore seriale, ha ragione da vendere quando afferma che dovremo combattere il terrorismo islamico con la stessa tenacia sistemica con cui le democrazie occidentali si sono contrapposte al dispotismo sovietico. Ci sono voluti 70 anni, ma alla fine si è schiantato come un albero marcio». Sono assolutamente d’accordo, anche se forse alla fine il dispotismo sovietico è crollato più per l’intrinseca fragilità generatasi negli anni “di nascosto” dietro la sua apparente solidità ideologico-militare – d’altronde già più di due secoli fa Diderot definiva la Russia di Caterina II un «colosso dai piedi d’argilla», comprendendo fin da allora tale caratteristica “genetica” del grande paese eurasiatico – che per la bontà e l’onorabilità del “vincente” modello occidentale. Però è altrettanto vero che erano altri tempi (quasi preistoria per come corre veloce in avanti la contemporaneità), c’erano altre mire politiche, strategiche, economiche, c’erano ancora le “ideologie” seppur ipocrite e claudicanti, c’era (forse) una visione di futuro, magari distorta e perniciosa ma c’era, c’era un altro immaginario diffuso, un diverso sentore della realtà del mondo, una differente opinione pubblica – il che non significa che fossero pure “migliori”; erano diverse, ribadisco. Oggi, nell’era delle post-ideologie, c’è solamente la convenienza del momento, la smemoratezza del passato (prossimo, figuriamoci di quello remoto) funzionale alla falsità ideologica e all’ipocrisia di buona parte dei potenti del mondo, ci sono gli slogan, la propaganda, le parole proferite affinché nessun fatto concreto possa seguirle, e c’è lo strapotere dei media (classici e social) sui quali ormai “vive” il mondo, anche quello politico. Forse anche per questo di quelli che invece vivono ancora nel mondo reale, in qualsiasi parte del mondo essi abitino e sovente soffrano, concretamente non frega più niente a nessuno. È l’estrema concentrazione del principio mors tua vita mea nell’attimo presente, divenuto modus vivendi e operandi generale, al punto che persino con un regime folle e inumano come quello talebano si può pensare di scendere a patti se non di allearsi (Russia e soprattutto Cina, i cui potenti sono fatti della stessa “pasta”, per quanto mi riguarda): perché magari qualche buon tornaconto salta fuori, alla faccia di tutti i civili che nel frattempo vengono soggiogati, torturati, ammazzati, privati di qualsiasi buon futuro – ma il tutto a migliaia di km di distanza, dunque amen. Che crepino pure, quelli, affari loro, e guai a pensare di salvarne qualcuno qui da noi – peccato che la storia è ricolma pure di innumerevoli mors mea, vita tua contro cui ogni recriminazione è e sarà sempre tardiva ergo inutile oltre che alquanto meschina.

In questi giorni già tanti stanno disquisendo sulla questione afghana con contributi sovente illuminanti e interessanti – per quei due o tre che a tali dissertazioni risultano attenti e sensibili – e io non sono nessuno per poter aggiungere qualcosa di interessante a tale dibattito. Una cosa però la mia mente ha legato da subito al dramma del popolo afghano: una delle prime immagini (è del 16 agosto ed è tratta da qui) della grande fuga di civili susseguita all’ingresso dei Talebani a Kabul ovvero la foto sopra pubblicata (cliccateci sopra per ingrandirla), che ha fatto il giro del mondo e che io, appena intercettata sul web, ho voluto salvare subito. Poi, quasi istintivamente, l’ho ingrandita e mi sono messo a scorrere e osservare i visi di quelle seicentoquaranta persone ammassate nella stiva dell’aereo militare americano in fuga dalla loro terra natìa, molte indossanti i propri abiti tradizionali, altre vestite all’occidentale, in mezzo tante donne e tanti bambini a volte molto piccoli.

Ecco: osservare quei visi, le loro espressioni, i loro sguardi, mi ha dato fin dal primo momento molte delle risposte al dramma dell’Afghanistan in corso che nessun articolo scritto o quasi ha saputo fornirmi con similare chiarezza, e mi ha fatto capire cosa ci sia da fare veramente a favore del popolo afghano e contro il regime talebano.

5 pensieri su “Una foto, sull’Afghanistan”

  1. Una foto che mi fa molta impressione. Ancora non ci credo che abbiamo permesso a dei pazzi di riprendere il controllo di un’intera nazione e condannato un’intera popolazione a nuovi giorni di orrore e terrore. Che disgusto.

  2. La democrazia non si esporta con le armi, ha detto qualcuno. Fa orrore che ci siano persone di seria A e altre di serie B o più in basso solo in nome del credo religioso. Qualcuno parla di civiltà occidentale, credo che volgendo lo sguardo nel pssato si potrebbe parlare di rapacità occidentale. Quello che per noi è civiltà in realtà solo tornaconto economico ed elettorale.
    Questo non significa che ho assistito alla grande fuga di un popolo che nella maggioranza preferisce i talebani al resto del mondo. Forse sta qui la chiave di volta del problema. Però il discorso diventa lunga e noioso

    1. Sì, ciò che scrivi è assolutamente vero; in fondo, poi, il concetto di “esportazione della democrazia” suona ormai quasi più come una buona scusa per combattere guerre geopoliticamente spesso inutili ma ben più funzionali a livello economico-industriale, ammantandole di buoni (e molto boriosi) propositi. Senza contare che gli americani sono ancora convinti che le guerre su scala regionale servono a fare soldi, ergo non importa che strategicamente siano vinte o perse. Tutto ciò che gli viene dietro, dai cambi di potere locale al destino dei civili coinvolti, è veramente qualcosa di secondario.
      Grazie NWB! 😉

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