Turismo consapevole

[Immagine tratta da https://lesroches.edu.]
Qualche giorno fa ho chiesto sul blog e sui social a voi che mi concedete il privilegio (sul serio) di leggere ciò che scrivo quale può essere la miglior definizione per indicare il turismo che oggi viene genericamente definito “sostenibile”, formula formalmente corretta ma all’atto pratico talmente abusata da aver spesso perso valore e credibilità. In altre parole, ho chiesto come si potrebbe definire la frequentazione turistica di segno diverso se non opposto al turismo di massa, quello che sovente diventa iperturismo/overtourism, e che invece appare molto più gestibile dai territori e dalle comunità non solo in termini quantitativi ma, soprattutto, qualitativi.

Varie volte, in dissertazioni sul tema del turismo contemporaneo, io e altri ci siamo trovati a chiederci quale definizione “uniformata” e condivisa poter utilizzare per definire il suddetto turismo, non sapendo bene cosa rispondere: anche per questo ho sottoposto la domanda.

Potrebbe sembrare una questione de lana caprina, d’altro canto le parole sono importanti e il loro senso, quello che le rende significanti e più compiutamente comprese, è il primo di ciò che indicano e definiscono. Per tale motivo definire una cosa con le giuste parole da subito vi conferisce valore, identità, riconoscibilità, dignità, rispettabilità; ed è per lo stesso motivo, in senso opposto, se «turismo sostenibile» rispetto a certe situazioni per le quali viene utilizzata appare spesso una definizione contraddittoria, quando non menzognera, anche al netto dell’abuso che se ne fa.

[Immagine tratta da www.smartvel.com.]
Dunque, la definizione che è stata più citata e ha ricevuto i maggiori consensi è TURISMO CONSAPEVOLE, e la motivazione principale addotta è che l’aggettivo che la caratterizza pone l’accento sulla conoscenza, in primis del luogo e di chi lo abita (in maniera reciproca) dunque sulla matrice culturale che la pratica del turismo possiede (ancora oggi, anche se soffocata dal consumismo delle destinazioni) che alimenta anche la relazione, a sua volta culturale per propria ineludibile natura, con i luoghi.

Citate anche le definizioni di turismo rispettoso, responsabile, dolce, slow, vitale, della decrescita, ambientalmente immersivo. Anche queste rimarcano a moro loro altre peculiarità del turismo più armonizzato ai luoghi, e comunque in tutti l’accezione culturale è presente in maniera più o meno evidente.

Ringrazio tutti voi che avete risposto, anche per le ottime considerazioni proposte sul tema, e ringrazio anche chi non ha risposto ma ha dedicato qualche istante di riflessione al riguardo. È comunque qualcosa di utile.

Come si può chiamare il turismo che oggi viene genericamente definito “sostenibile”?

[Foto di Noel Bauza da Pixabay.]
Di recente ho dedicato un paio di articoli (qui e qui; ne arriveranno altri, a breve) all’uso e abuso nel vocabolario turistico di certe parole, formule e definizioni, al punto che spesso il loro significato sta perdendo ormai senso e credibilità.

In altri casi però il problema è l’opposto: trovare parole e definizioni di senso valido e compiuto con cui indicare distintamente circostanze che fanno ormai parte della realtà corrente. In effetti anch’io qualche volta mi trovo in difficoltà, al proposito.

Ecco, per questo chiedo il vostro parere (è una specie di “sondaggio”, già) e vi sottopongo il seguente quesito: quale può essere la miglior definizione per indicare la frequentazione turistica di segno diverso se non opposto al turismo di massa, quello che sovente diventa iperturismo/overtourism?

«Turismo sostenibile» come si usa spesso, forse troppo? «Lento»? «Green»? Oppure «consapevole», «responsabile», «esperienziale», «ecoturismo»… o quali eventuali altre proposte avete al riguardo?

Grazie di cuore per le risposte che vorrete manifestare e, magari, motivare!

Quello che va a sciare in elicottero perché «ha fretta»

[La notizia è tratta da “Open on line”, cliccate sull’immagine per leggerla.]
La cosa che trovo interessante, nella notizia dell’imprenditore che se ne va a sciare con il proprio elicottero violando le normative in materia e giustificandosi sostenendo che «Non ho tempo, avevo fretta e volevo sciare», è il suo risvolto giuridico-sociologico. Cioè quello generato dai suoi concittadini che lo difendono perché «È una bravissima persona, un uomo buono, generoso: a dispetto delle impressioni, non è un tipo che ostenta ricchezza o conduce una vita sopra le righe esibendo le sue possibilità. Un uomo semplice.» Tutte cose che, a ben vedere, nessuno può e deve mettere in dubbio, ma che non giustificano per nulla la trasgressione delle leggi vigenti per motivi così futili. Anzi, proprio perché “bravissima persona” avrebbe dovuto osservare le leggi vigenti più di altri, evitando di anteporre i propri desideri all’interesse comune e manifestando un comportamento che, in realtà, si riscontra con varie forme in molto turismo montano, sia dal lato di chi lo gestisce (ad esempio in chi devasta un bosco o un versante montuoso, patrimoni pubblici, per piazzarci un nuovo impianto di risalita funzionali agli utili privati del proprio comprensorio) e sia di chi ne fruisce – si pensi agli innumerevoli casi di turismo cafone riscontrabili ovunque in piena stagione sui monti.

Non sono semplici “bravate”, e ovviamente non è un problema che uno vada a sciare con il proprio elicottero, se può farlo buon per lui: sono reati e ancor più, secondo me, sono manifestazioni di supponenza e disprezzo verso le montagne e la loro cultura che oggi non si possono accettare e tollerare. E se chi li compie, questi reati, non lo capisce o non è in grado di rendersi conto del loro portato, ha evidentemente grossi problemi che deve risolvere e non scaricare sulle montagne e su chi le frequenta con rispetto e consapevolezza.

E se provassimo a fermarci e a guardarci intorno, ogni tanto?

[Foto di Lian und Sander Baumann da Pixabay.]
Corriamo continuamente per ogni cosa, la vita quotidiana ci impone di essere veloci, smart, di non perdere tempo, di star dietro a più cose contemporaneamente e nel frattempo ci bombarda di stimoli continui che non possiamo e non sappiamo ignorare per restare “connessi” con il mondo che ci circonda.

Sono ovvietà, lo so e lo sapete bene tutti, che spesso biasimiamo ma alle quali tuttavia ci vediamo costretti a sottostare perché «oggi va così, è la vita!». Forse, vi sottostiamo anche perché il nostro cervello, talmente preso dalle cose e per ciò costantemente in affanno per gestirle, non sa più o non è più in grado di rallentare. Per questo tale frenetico e affannato modus vivendi lo riproduciamo anche in contesti nei quali non servirebbe affatto: andiamo a sciare su impianti di risalita sempre più veloci e capienti così da attendere in coda il meno possibile, oppure pretendiamo di salire con le nostre auto il più in quota possibile per avvicinarci ai rifugi e raggiungerli rapidamente, e così via.

[Foto di Ralf Ruppert da Pixabay.]
Pretendiamo di salire e scendere veloci dalle piste da sci e dalle montagne e che i nostri bisogni ricreativi siano soddisfatti ovunque rapidamente per non perdere tempo, inseguiti come siamo dai demoni dello stress e della noia, e non ci rendiamo più conto che se invece rallentassimo, almeno qualche volta, ci fermassimo, tirassimo un respiro profondo e osservassimo il mondo che abbiamo intorno quando siamo in luoghi di pregio come le montagne, scopriremmo una quantità tale di cose sorprendenti e meravigliose da ammirare, e dalla cui bellezza farci conquistare, che probabilmente appena dopo resteremmo sgomenti per quanta roba siamo riusciti a ignorare fino a quel momento, come se fossimo privati tanto di sensi attivi quanto di una mente sveglia e lucida. Ovvero, per dirla come ho accennato poc’anzi, di quanto il nostro cervello sia realmente in affanno al punto da perdersi la gran parte delle cose del mondo d’intorno.

Vogliamo arrivare in cima alle piste da sci su telecabine da 12 m/s di velocità e 6000 persone/ora, oppure salire fino a quote alte su strade ampie e veloci per arrivare prima possibile alla meta prefissata? Be’, se proprio non sappiamo farne a meno… ma, almeno qualche volta fermiamoci, magari sediamoci per sentirci ancora più rilassati e osserviamo il paesaggio d’intorno con calma, ascoltiamone i suoni e odoriamone i profumi, lasciamo vagare lo sguardo nella geografia circostante, nelle sue forme, nei colori, nelle cose naturali o antropiche che contiene.

Torniamo per qualche momento a seguire il tempo lento della Terra, non quello frenetico della civiltà. Siamo più parte della prima che della seconda, dovremmo ricordarcelo più di frequente.

[Foto di Felix da Pixabay.]
Sono sicuro che, in quei momenti, non solo vedremo e apprezzeremo cose che altrimenti ci sarebbero sfuggite e comprenderemo quale perdita sia l’ignorarle come abbiamo così spesso fatto, ma in aggiunta ci sentiremo bene come prima non sapevamo di poterci sentire, in armonia con il luogo in cui siamo e con il mondo, connessi con la realtà ben più che con la virtualità, più contenti e appagati di stare lì, consapevoli di potercene poi tornare a casa con dentro qualcosa in più.

E se poi vorremo tornare a “correre”, o ci toccherà farlo perché ce lo impone la quotidianità, sono anche sicuro che lo potremo fare con meno affanno, la mente più leggera e un certo conforto in più nell’animo. Scommettiamo?

Rigenerare il senso di comunità per far fronte ai problemi delle montagne

[Un evento pubblico nella Piazza Cavour – o del Kuerc – di Bormio. Immagine tratta da www.ilgiorno.it.]
Credo, e ne sono convinto sempre più, che il primo e imprescindibile principio per la soluzione di molti dei problemi che affliggono i territori di montagna sia la rivitalizzazione, che a volte è rinascita vera e propria, del senso di comunità delle loro popolazioni. Cioè dell’identità comunitaria, della consapevolezza compiuta e profonda riguardo la relazione che gli abitanti hanno – e devono avere – con le proprie montagne e con il paesaggio del quale sono parte integrante, della presa di coscienza sociale, civica, culturale e antropologica di ciò che sono in quanto unità demografica e rappresentano per il loro territorio – rappresentano, intendo dire, ben di più di quanto possano fare i soggetti politici pubblici pure nella più piena legittimità del loro ruolo.

È una questione centrale, a mio modo di vedere, nell’analisi delle realtà contemporanea delle nostre montagne, a volte citata ma raramente approfondita e messa in evidenza come merita. E questa è una mancanza alla quale è ora di sopperire.

Mi dispiace e avvilisce constatare di persona, oppure sentirla riferito da altri, la frequente disgregazione delle comunità di montagna, che si manifesta su diversi livelli: da quelli più banali e apparentemente innocui (gli screzi tra confinanti, per dire) fino a situazioni quasi inquietanti, vere e proprie faide tra compaesani o convalligiani per i più svariati motivi legati alla gestione del territorio comune – al quale, inutile rimarcarlo, afferiscono anche le singole proprietà o gli interessi personali per i quali ci si scontra.

È una situazione che, al netto delle circostanze locali, deriva molto da quei fenomeni di spaesamento e alienazione che hanno interessato le comunità di montagna nel Novecento e soprattutto dal boom economico in poi, raccontati in quel fondamentale libro di ormai quasi vent’anni che è Il tramonto delle identità tradizionali di Annibale Salsa. In questo stato delle cose la politica troppo spesso ha mancato di guidare le inesorabili trasformazioni socioculturali delle comunità governate, e tanto meno si è curata della tutela delle loro identità, per inseguire modelli economici di stampo viepiù consumista del tutto avulsi alla realtà storica delle montagne i quali, se è vero che hanno portato un certo benessere generale in comunità ancora per certi versi arretrate, di contro ne hanno smembrato l’anima, alienando i montanari dalle loro stesse montagne. Le comunità di montagna, da secoli centrate su modelli di gestione comunitaria e collettiva dei propri territori – modelli spesso inevitabili d’altronde, vista la natura ostica dei territori in quota – e su un’identità culturale altrettanto unitaria (nel bene e nel male, ma tant’è), sono rapidamente implose di fronte a molte delle lusinghe moderne e contemporanee, spesso imposte a forza ai territori montani con l’assenso più o meno tacito della politica: ciò da un lato ha colpito duramente il senso di comunità, come detto, e dall’altro ha privato i montanari degli strumenti culturali atti alla comprensione di quanto stava accadendo.

[Un momento dell’edizione 2024 dell’Alpenfest di Livigno. Immagine tratta da blog.livigno.eu.]
Recuperare questo senso di comunità, rivitalizzarlo e rinvigorirlo con l’adeguata consapevolezza socioculturale che lo deve alimentare, è sempre più fondamentale, poste le sfide che attendono le montagne da qui al prossimo futuro e la cronica svagatezza della politica nazionale verso di esse. In nessun altro ambito – dalle nostre parti – come sulle montagne la comunità è il centro dello spazio-tempo locale, e la politica, quella eletta localmente e quella che ai livelli superiori detiene funzioni e competenze amministrative, deve essere al servizio della comunità e non viceversa, giammai. Di contro, la popolazione deve fare lo sforzo di ridare competenza culturale e valore civico al proprio senso di comunità e alla relazione che la lega alle proprie montagne: è un dovere dal quale scaturiscono diritti che oggi, spesso, vengono trascurati o si sono dimenticati, innanzi tutto quello di interloquire alla pari con qualsiasi soggetto, pubblico o privato, che voglia intervenire sulle loro montagne.

Non è una mera questione di maggioranze o minoranze, di essere d’accordo o meno con questa o quella decisione o azione, e non è affatto una cosa della “politica” – o meglio, politica lo è nel senso più nobile del termine, di partecipazione alla vita collettiva e gestione della cosa pubblica. È, molto semplicemente ma altrettanto emblematicamente, il modo con il quale si posso mantenere vive le nostre montagne, tutelati i loro territori, la bellezza del paesaggio, le risorse naturali e al contempo salvaguardando la socialità vitale delle comunità che vi abitano e vogliono continuare a farlo ancora a lungo, con il giusto orgoglio e il necessario agio per potersi sentire parte integrante e importante con ciascun altro abitante della propria comunità e delle montagne.