L’immortalità dei libri – e della nostra memoria

Amos_Oz_image1C’era come la sensazione che mentre gli uomini vanno e vengono, nascono e muoiono, i libri invece godono di eternità. Quand’ero piccolo, da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, un libro: perché le persone le si può uccidere come formiche. Anche uno scrittore, non è difficile ucciderlo. Mentre un libro, quand’anche lo si distrugga con metodo, è probabile che un esemplare comunque si salvi e preservi la sua vita di scaffale, una vita eterna, muta, su un ripiano dimenticato in qualche sperduta biblioteca a Reykjavik, Valladolid, Vancouver. Amos Oz

Ha ragione, il grande scrittore israeliano, e la cosa vale anche oggi, nell’era del libro digitale. Come vi saranno sempre volumi magari dimenticati ma ancora vivi, in qualche sperduta biblioteca del pianeta, ugualmente vi potrà essere un file, salvato su qualche computer o un qualche ereader chissà dove, che forse un giorno anche lontano a qualcuno verrà in mente di aprire e leggere… Beh, finché una cosa del genere accadrà, la memoria del genere umano sarà salva.
Perché questo sono, i libri: la memoria del nostro mondo. Probabilmente è anche per ciò se in certi paesi (non faccio nomi, ma li penso…) la lettura è così poco sostenuta, per non dire avversata – più o meno palesemente. Ma ugualmente, dunque, è grazie a ciò se i libri rappresentano pure la nostra salvezza. E spero non solo potenziale.

Scrivere romanzi è come impilare gattini esausti (Haruki Murakami docet)

Cosa significa scrivere romanzi? – e, in modo ancor più assoluto: cosa significa scrivere?
E’ una domanda che chiunque scriva, credo, per mestiere o per diletto, dovrebbe porsi di continuo. Forse alcuni se la sono posta troppe poche volte, magari certi nemmeno una. Personalmente, temo di pormela fin troppo…
Ed è una domanda che ha infinite risposte: le più istintive può darsi siano banali, tante altre assai più profonde, radicate nell’essenza più intima dello scrittore e da essa scaturenti con un processo non certo facile, forse anche ostico e tribolato ma, appunto, assolutamente fondamentale da attuare.
Ecco cosa scrive al proposito Haruki Murakami, il più importante scrittore giapponese contemporaneo, certo con visione parecchio orientale ma anche per questo curiosa e interessante.

La memoria è qualcosa di simile a un romanzo, o forse un romanzo è qualcosa di simile alla memoria.
Da quando ho incominciato a scrivere, provo veramente questa sensazione, che tra memoria e romanzo vi sia una somiglianza. In entrambi i casi, ci si sforza di mettere tutto in ordine, ogni cosa al suo posto, ma il contesto tende a sfuggire, e alla fine si dilegua. Come mettere quattro gattini esausti uno sull’altro. Caldi di vita, e tremendamente instabili. Ogni tanto mi dico che è imbarazzante considerare un tale materiale alla stregua di merce – merce, vi rendete conto? A volte mi capita davvero di arrossire. E se divento rosso io, lo diventano tutti.
Tuttavia, se si prende l’esistenza umana come una condotta stupida basata su motivi relativamente puri, il problema di cosa sia giusto o sbagliato perde drammaticità. E da lì nasce la memoria, nasce il romanzo. Un meccanismo di moto perpetuo che nessuno può arrestare. Percorre rumorosamente il mondo intero, tracciando sul suolo una linea ininterrotta.
Speriamo che vada tutto bene, dice uno. Ma non c’è motivo che vada bene. E neanche nessuna prova che sia andata bene.
Allora cosa bisogna fare?
Allora io cerco di radunare di nuovo i gattini e di metterli uno sull’altro. Sono stanchi morti e mollissimi. Cosa penserebbero se si svegliassero e scoprissero di essere stati messi in pila come della legna per un fuoco da campo? “Oh, c’è qualcosa di strano”, si direbbero forse. In quel caso – se la reazione fosse tutta lì – io ne ricaverei un piccolo aiuto.
E’ questo che volevo dire.

Haruki Murakami, L’elefante scomparso e altri racconti, Einaudi 2009, pag.93.