[Foto di Monika da Pixabay.]Mi è capitato di trovarmi di fronte amministratori pubblici locali – sindaci nello specifico – che nei dibattiti intorno a progetti e opere proposte nei loro territori e variamente discutibili hanno affermato che – riassumo in breve il pensiero espresso – in democrazia viene dato mandato ai sindaci attraverso il voto e dunque quelli devono essere in grado di fare ciò che hanno promesso.
Ora, al di là del fatto che se una cosa viene promessa o annunciata in campagna elettorale o in altri contesti pubblici e chi la propone viene votato e vince le elezioni, non è detto che quella cosa sia automaticamente giusta e da fare senza se e senza ma, credo che qui di fondo venga messa in atto una stortura strumentale del concetto di “democrazia rappresentativa” per fini funzionali a giustificare iniziative altrimenti poco ammissibili. E se anche questa circostanza potrebbe essere “comprensibile” (seppur non accettabile), più che altro perché è un modus operandi politico ormai parecchio consueto, la stortura suddetta rimane completamente. Perché la democrazia non può certo essere qualcosa che si risolve nel mero esercizio elettorale, quantunque sia un passaggio fondamentale alla necessaria rappresentatività (altrimenti avrebbe avuto ragione Charles Bukowski quando sosteneva sarcasticamente che «la differenza tra democrazia e dittatura è che in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini; in una dittatura non c’è bisogno di sprecare tempo andando a votare») e, anzi, la democrazia autentica comincia dopo il voto, quando gli eletti cominciano ad amministrare e a fare cose per conto di tutta la comunità del territorio amministrato e non solo della sua eventuale maggioranza (il che darebbe invece ragione al concetto di “dittatura della maggioranza” di Tocqueville): per questo motivo ineludibile è la comunità che deve democraticamente vigilare sull’operato dei soggetti ai quali ha delegato – non ceduto – la facoltà di amministrare il proprio territorio. Dunque non è il mandato amministrativo ottenuto con il voto a giustificare tale facoltà, ma lo è il consenso che scaturisce dall’interlocuzione articolata con la comunità che in questo modo riafferma e manifesta il proprio potere – “democrazia” da demos, “popolo”, e kratos, “potere”, è bene ricordarlo. Altrimenti siamo di fronte a oligarchie, autocrazie se non vere e proprie dittature, inesorabilmente.
Ecco, tutto questo se possibile vale ancora di più nei territori montani, ove il concetto di “democrazia” deve gioco forza comprendere anche il fattore geografico e ambientale per come influisca sul modus vivendi delle comunità, dunque sulla loro relazione con il territorio abitato e vissuto, verso il quale ogni intervento troppo invasivo, alterante e impattante genera molteplici conseguenze su quella relazione. L’abuso di potere ovvero di rappresentatività democratica che a volte certi amministratori pubblici montani palesano, quando intervengano troppo pesantemente sui propri territori perché portati a farlo da soggetti terzi e interessi “particolari” (e a volte accade anche in forza di piccole opere ma dal portato notevole, approfittandosi della particolare dimensione sociale e relazionale spesso presente nelle località montane, soprattutto le più piccole), è quindi ancora più deprecabile, sulle montagne, e da avversare con consapevole determinazione. D’altro canto l’amministratore pubblico – che sia un sindaco oppure altro – che si comporti in questo modo nei propri territori montani dimostrerebbe ineluttabilmente di essere la persona peggiore alla quale affidare la rappresentanza democratica della comunità locale. E imporrebbe un’azione politica urgente, al riguardo, da parte della comunità locale, per evitare ulteriori e più gravi danni al proprio territorio.
Mi pare sia una solita legge all’italiana: a fronte di alcune cose buone, il testo presenta mancanze, dimenticanze, palesa una scarsa conoscenza della realtà montana nazionale e manifesta verso di essa ben poca sensibilità. Difetti che, nel complesso, rischiano di rendere inefficaci anche i «passi avanti» proposti.
Al riguardo mi trovo molto d’accordo con il comunicato che la Cipra Italia – delegazione italiana della Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi – ha emesso, che riporta le considerazioni sulla legge di Vanda Bonardo, presidente di Cipra Italia; lo vedete lì sopra (cliccatelo per scaricarlo in pdf). Soprattutto concordo su quanto rimarcato circa la sostanziale mancanza di una chiara visione sull’assetto istituzionale dei comuni montani: è la solita e ormai cronica mancanza di rappresentatività politica delle montagne e delle loro comunità, che evidentemente continuano a essere considerate dalle istituzioni come territori e cittadinanze di secondaria importanza, non meritevoli di una strategia di sviluppo strutturata e realmente efficace nonché ritenute incapaci di gestire la governance delle proprie montagne.
Tutto molto significativo, emblematico e d’altro canto per nulla nuovo, ribadisco.
Alla politica italiana, che governa le istituzioni pubbliche, delle montagne non interessa granché, e tanti dei problemi che oggi affliggono le comunità di montagna nascono proprio da questa trascuratezza di ormai lungo corso. Ne siano consapevoli, quelle comunità e, per quanto possibile, agiscano di conseguenza.
[Marzia Verona con alcune delle sue capre. Foto di Anna Ravizza, Petit Fenis, Nus (Aosta), maggio 2021.]Così scrive l’amica scrittrice e pastoraMarzia Verona in un post sulla sua pagina Facebook del 3 luglio scorso:
Rileggendo i commenti al post di ieri sulle “aree interne” (lo trovate qui, e si riferisce all’articolo che vedete nell’immagine – n.d.L.), mi sono soffermata su un paio di considerazioni.
«Il problema siamo noi montanari che non siamo uniti…», «il problema è che nemmeno più a chi è di qui interessa la salvaguardia del territorio […] il resto è disinteresse e “piccole guerre” di paese. E qui non c’entra il governo ma la testa delle persone purtroppo».
Così scrivono due persone, abitanti in regioni diverse, in aree che conosco bene. Ma non c’è bisogno di andare a cercare chissà dove, queste situazioni le viviamo quotidianamente sulla nostra pelle. Non c’è da scomodare la politica europea, neanche quella nazionale, ma neppure quella regionale o comunale. Molti dei problemi che ci toccano da vicino vengono da diatribe di vicinato, quando non addirittura famigliari, da guerre dei poveri tra chi pratica lo stesso mestiere. Uno ti porta via l’acqua, l’altro ti soffia l’alpeggio, l’altro ancora si accaparra i tuoi prati, i tuoi pascoli. E a te crolla addosso il mondo, ti tocca buttar via i sacrifici e le fatiche di una vita, ti passa ogni entusiasmo, non basta nemmeno più quella famosa passione per andare avanti…
Marzia Verona descrive una situazione che a mia volta ho constatato un po’ ovunque sulle nostre montagne, comprese quelle dove vivo – e ciò non significa che accada solo in montagna, ma certo che la si debba constatare in territori particolari e delicati come quelli montani nei quali è fondamentale – per cui spesso elogiato, invocato o rimpianto – il senso di comunità e una spiccata mutualità del modus vivendi collettivo, al fine di mantenerli antropologicamente vivi, è un fatto parecchio significativo. Spesso sostengo – provocatoriamente ma non troppo – che in certi casi i primi “nemici” delle montagne sono i montanari che le abitano ben più che i forestieri, chiunque essi siano e qualsiasi cosa facciano, e ciò che intendo è (anche) proprio quello che Marzia ha descritto brevemente ma efficacemente.
[Vallone di Rui a Bellino, Val Varaita (Cuneo), settembre 2015.]Una situazione del genere così comune sulle montagne italiane, che ovviamente potrebbe (e dovrebbe) suscitare considerazioni molto articolate quanto parecchio lunghe da esporre qui, trovo di poterla analizzare più rapidamente attraverso due chiavi di lettura fondamentali, di segno opposto – o forse non così tanto.
La prima: quei comportamenti “anticomunitari”, da homini homini lupus delle terre alte, al netto degli interessi personali e degli egoismi del momento temo siano anche il frutto di quello sfarinamento ormai di lungo corso dell’identità culturale delle genti di montagna e della loro relazione con i luoghi abitati e lavorati. Un fenomeno perfettamente descritto da Annibale Salsa in quel fondamentale libro che è Il tramonto delle identità tradizionali, il cui sottotitolo efficacemente recita Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi: ecco, proprio questo spaesamento e il conseguente disagio esistenziale credo possano rappresentare una delle cause (forse la causa?) di quei comportamenti, conseguenza dell’applicazione prolungata di modelli economici, sociali e culturali incongruenti con i territori alpini che hanno finito per generare numerosi cortocircuiti nelle comunità di montagna, nelle relazioni sociali interne e in quelle verso i territori, con il risultato di una rottura della citata, pragmatica mutualità vitale quotidiana e dell’assuefazione a modus vivendi di ispirazione metropolitana, malamente imitati anche perché, come detto, per nulla consoni alla dimensione socio-antropologica montana. Una situazione che si potrebbe recuperare rielaborando la necessaria consapevolezza circa il senso di comunità e il corrispondente legame collettivo tra le genti di montagna e i territori abitati, così da ridare forza anche all’identità culturale dei luoghi quale elemento di unità consapevole tra i membri della comunità in primis e subito dopo tra la stessa comunità e le sue montagne.
[Capre al pascolo presso Petit Fenis, Nus (Aosta), maggio 2025.]La seconda chiave di lettura: a fronte di quanto ho appena rimarcato, temo che non di rado vi sia uno specifico, mirato interesse della politica locale a fare in modo che questa situazione di scollamento comunitario e di alienazione venga mantenuto e pure per certi versi alimentato, perché in fondo funzionale a evitare l’invero fondamentale interlocuzione con le comunità nel caso di interventi particolarmente importanti sui territori che vadano a modificare in maniera sensibile le geografie, il paesaggio, le modalità di fruizione delle risorse, i relativi beni ecosistemici. Senza una consapevole visione unitaria della comunità riguardo se stessa e i propri territori viene meno la potenziale massa critica che possiede la forza di interloquire con le istituzioni rivendicando il diritto democratico naturale alla partecipazione nella loro gestione, soprattutto posta la grave carenza di rappresentanza politica dei territori montani ai livelli politico-istituzionali superiori. Ed avendo la politica sostanzialmente abbandonato da tempo i territori di montagna e i montanari a loro stessi, con i loro problemi irrisolti e i bisogni insoddisfatti, è facile (e per certi versi inesorabile) che essi smarriscano il senso di comunità e finiscano per sentirsi in diritto (senza in effetti comprenderlo pienamente) di agire innanzi tutto per il proprio interesse individuale, senza più pensare al portato delle proprie azioni su loro stessi in quanto comunità e sui territori nei quali vivono ma, come detto, senza più un’autentica relazione culturale.
In tal caso, cioè per risolvere questa situazione e dopo aver recuperato un consapevole senso di comunità, come rimarcato poc’anzi, è necessario rivendicare il diritto all’interlocuzione con le istituzioni e alla rinascita di una vera rappresentatività civica e politica della comunità, in modo da invertire il senso del rapporto conseguente tra cittadinanza e amministratori – non più l’ente politico che impone cose e decisioni alla comunità (una cosa molto poco affine alla democrazia, a ben vedere e a dispetto del consenso elettorale) ma la comunità che propone e indirizza il lavoro del primo – facendone di nuovo, finalmente, la manifestazione più compiuta e riconosciuta della vita comunitaria nel territorio abitato, della quale ogni residente è membro attivo e accreditato i cui diritti hanno pieno valore quando contestuali alla dimensione locale.
[Fienagione a Cogne (Aosta), luglio 2016.]In fondo, quando i montanari si palesano come i primi nemici delle loro montagne, è in verità la manifestazione di un’ostilità non compresa tanto quanto dannosa verso se stessi più che verso le montagne – le quali, inutile dirlo, restano del tutto indifferenti alle cose umane (anche in caso di interventi all’apparenza particolarmente devastanti) e le supereranno inesorabilmente. Chi non si cura delle proprie montagne non ha cura di se stesso, di chi ha intorno e della comunità della quale fa parte – e ne fa indissolubilmente parte, seppur non se ne renda conto o lo trascuri. Come scrive Marzia Verona, si tratta di «guerre tra poveri» che li renderanno ancora più poveri fino a che non ci sarà più nulla di materiale o immateriale per cui guerreggiare: le montagne saranno ancora lì, come detto, ma i loro abitanti non sapranno più abitarle e perché farlo. Penso sia una prospettiva che sarebbe bene non provare mai, nemmeno per errore o per qualche stupido atteggiamento egoistico.
(Tutte le immagini qui presenti sono tratte dalla pagina Facebook di Marzia Verona.)
[Veduta della Val di Rabbi, in Trentino. Foto di Mauro Mariotti tratta da https://organizzazione.cai.it.]Da lungo tempo ormai si segnala e denuncia la carenza quando non la mancanza pressoché totale di rappresentanza politica dei territori montani (comuni sempre più privati di servizi e meno dotati di risorse, comunità montane sovente ridotte a scatole vuote, disinteresse degli enti di livello superiore, eccetera), una condizione che poi si riflette nell’equivalente carenza, o mancanza, di ascolto delle comunità di montagna. Le quali invece hanno un disperato bisogno non solo di farsi sentire ma, soprattutto, di essere ascoltate. La politica locale – cioè i comuni, sostanzialmente e unicamente – a volte lo fa, con incontri e assemblee pubbliche (seppur spesso legate a discussioni intorno a decisioni comunque già assunte, alle quali si può solo assentire o no), ma poi a ciò non fa seguito nulla di veramente concreto e costruttivo, vuoi per oggettive difficoltà dei comuni al riguardo (vedi sopra), vuoi per mera noncuranza o per convenienze politiche opposte a quanto espresso dal pubblico.
Tuttavia, se da un lato quanto illustrato non è sufficiente, dall’altro nasconde un potenziale rischio: non basta ascoltare pur attentamente le comunità di montagna, ma di contro non è corretto assecondarne qualsiasi richiesta, per ragioni di facile consenso più o meno ampio o per altre ragioni similari. In verità manca un elemento fondamentale, che di frequente la politica non sa offrire e la società civile non sempre possiede: le competenze, atte a far che qualsiasi decisione presa attraverso l’interlocuzione dei due soggetti principali, il pubblico e il privato possa risultare logica e realmente utile. Ci vuole, in pratica, la presenza di un soggetto tecnico o scientifico (indipendente) nel dialogo: il soggetto politico interloquisce con la comunità civile, ne recepisce bisogni e necessità, le passa al soggetto tecnico competente a ricavarne un progetto sensato che così può essere approvato dalla comunità e deliberato dall’ente politico.
Questo processo, di per sé ovvio e “normale”, è invece assai raro da constatare. Se la politica si serve di un soggetto tecnico, è perché lo ha già posto al suo “servizio”; se la comunità è sostenuta da un proprio soggetto tecnico, questo facilmente resterà inascoltato dalla politica e, in ogni caso, quasi mai la presenza di un tale soggetto dotato di competenze specifiche – per intenderci: università, enti di ricerca, soggetti dell’ambito culturali, esperti e specialisti, eccetera – riesce ad avere peso progettuale e decisionale nelle dinamiche di gestione territoriale locale. E questa è una carenza che ritengo molto grave, causa di molte situazioni problematiche e perniciose per le nostre montagne e le loro comunità.
[Un altro scorcio della Val di Rabbi. Foto di Gianni Penasa, tratta da www.facebook.com/valdirabbi.]Faccio un esempio concreto: l’ente politico ha intenzione di realizzare una nuova infrastruttura turistica, che apporterà effetti di vario genere sul territorio locale e dunque sulla comunità. Per questo motivo l’ente politico deve avviare la doverosa interlocuzione con la comunità, ma questa probabilmente non possiede tutte le competenze necessarie a stabilire se l’iniziativa progettata possa essere positiva o negativa per il proprio territorio. Dunque servono le competenze che il soggetto tecnico/scientifico può offrire e che faranno da buona base per la successiva definizione collettiva dell’iniziativa, la quale se approvata lo sarà per motivi non solo validi ma pure rigorosi, e se bocciata lo sarà allo stesso modo. Comunque, in entrambi i casi, la procedura logica che avrà portato alla decisione finale sarà elaborata in modi realmente condivisi e razionali, con il necessario (ma per certi versi anche naturale) bilanciamento delle parti che eviterà pure molti disequilibri che spesso si constatano in tanti progetti (come quando la politica si riserva l’intero potere decisionale evitando l’interlocuzione con la parte pubblica o quando si lascia decidere alla comunità ma senza prima dotarla degli strumenti necessari utili a giustificare la decisione).
Da un processo del genere tutti hanno da guadagnare: la comunità civile perché sa di poter essere veramente ascoltata e di poter incidere nelle decisioni che interessano la propria realtà, la politica perché sa di poter assumere decisioni ben meditate e ampiamente condivise che le danno lustro (anche elettoralmente), il soggetto tecnico perché può mettere a terra le proprie competenze attraverso progettualità adeguatamente supportate sia dalla politica che dalla parte pubblica contribuendo fattivamente allo sviluppo vero del territorio in questione.
Infine, posto tutto ciò, rimarco solo che nel nostro paese di soggetti tecnico/scientifici in grado i offrire elevate competenze alle comunità di montagna e alle amministrazioni pubbliche di riferimento ve ne sono molti. Spesso questi soggetti vengono interpellati, dagli enti pubblici: ma per produrre delle consulenze – corpose, articolate, solitamente pagate da bandi altrettanto pubblici – che poi quegli enti presentano come una propria iniziativa virtuosa ma che, una volta usciti gli articoli al riguardo sulla stampa, vengono messe rapidamente da parte e dimenticate su qualche scaffale polveroso.
Sarebbe un’ottima cosa se invece quelle loro ottime competenze venissero pienamente riconosciute – dalla politica, innanzi tutto – e integrate quale supporto concreto e fattivo nelle iniziative progettuali e nei processi decisionali riguardanti i nostri territori montani. Ribadisco: ne avrebbero – ne avremmo – tutti da guadagnare, la montagna innanzi tutto.