OT: un gesto tanto semplice quanto efficace per aiutare la gente di Gaza? Dissetarsi!

Tra le varie azioni che si possono mettere in atto per passare dalle parole (importantissime, sia chiaro, ma a volte sterili) ai fatti e aiutare in concreto il popolo palestinese, ce n’è una particolarmente semplice, efficace e… gustosa: bere la Gaza Cola!

Come il nome fa intuire, è una bevanda il cui gusto si ispira a quello della Coca Cola la cui produzione è al 100% di proprietà palestinese. Nasce nel 2023 dalla Palestine House di Londra, centro culturale e spazio per co-working gestito da giovani palestinesi nel centro della capitale britannica, con l’intento di sostenere progetti umanitari a favore della popolazione di Gaza. In particolar modo Gaza Cola intende supportare la ricostruzione dell’Ospedale Al-Karama a Gaza Nord, gravemente danneggiato dai bombardamenti israeliani, il quale rappresentava un punto di riferimento essenziale per la comunità locale offrendo servizi ospedalieri cruciali come maternità, chirurgia generale, cure pediatriche e ortopediche.

Tutte le altre info sul progetto e sulle sue finalità le trovate nel sito della bevanda, dove ovviamente potete anche acquistarla.

La Gaza Cola c’è in versione “Classic” e “Sugar Free” e costa pochissimo: solo 32 Euro per un cartone di 24 lattine da 250 ml, spese di spedizione incluse. Il mio cartone “Sugar Free” – di gusto un poco più dolciastro dell’originale americana – è appena arrivato: sarà il primo di tanti e me li assaporerò al meglio perché si tratta di un gesto semplice tanto privo di ideologia quanto ricco di bontà, nel senso più ampio e soprattutto umano del termine.

Another way to say FREE GAZA!

P.S.: per come la penso, preferisco mantenere una costante coerenza tematica con la pubblicazione degli articoli qui sul blog, ma ciò ovviamente non nega la possibilità, anzi, la necessità di manifestare la propria coscienza civica soprattutto di fronte a realtà palesemente tragiche e inammissibili come quella che concerne Gaza e la Palestina, al pari di altre (troppe) nel mondo.

Dunque: STOP THE MASSACRE, FREE GAZA, FREE PALESTINE!

Palestina e Israele

[Foto di hosny salah da Pixabay.]

Se quello a Gaza non è ancora un genocidio, le autorità di Israele stanno facendo di tutto e rapidamente per farlo sembrare.

Il governo Netanyahu si è ormai posto sullo stesso piano terroristico di Hamas, entrambi nemici sia del proprio popolo sia dell’altro. Non c’è più né ragione e né torto, da una parte o dall’altra: ci sono solo civili innocenti che muoiono, tra cui molti bambini. In queste circostanze nessuno vince, tutti ne escono sconfitti.

Occorre un cessate il fuoco immediato. Occorre fermare il massacro dei civili di Gaza e gli attacchi a quelli israeliani. Occorre che Hamas, Netanyahu e i rispettivi sodali spariscano dalla realtà geopolitica mediorientale. Occorre eliminare gli opposti integralismi religiosi e politici. Occorre uno stato palestinese libero e sovrano. E tutto ciò occorre innanzi tutto a Israele e al suo futuro.

P.S.: non ho voluto accompagnare queste mie semplici considerazioni con un’immagine troppo brutale, di quelle che peraltro si trovano facilmente sul web, ma con una (scattata da un fotografo palestinese che vive(va) proprio nella Striscia di Gaza) che, nonostante tutto, possa far credere che un poco di gioia e di speranza si riescano a vivere sempre, anche in una tragedia talmente grande.

Su Israele e le sue contraddizioni, anche montane

Trovo veramente triste, nonché inevitabilmente inquietante, constatare come un grande paese quale è Israele, tra i più avanzati al mondo pur tra le contraddizioni geopolitiche note a tutti e d’altro canto per certi versi un modello di efficienza socioeconomica notevole, permanga ostaggio ormai da troppo tempo nelle mani di personaggi politici a dir poco biechi, per di più ora spalleggiati dagli esponenti di un integralismo religioso tra i più fanatici e oscurantisti di quella regione del pianeta. Se costoro vincessero la “battaglia” politica con il resto del paese, temo che anche le questioni geopolitiche aperte, in primis quella palestinese, ne risulterebbero aggravate con conseguenze imprevedibili.

D’altro canto, quasi a voler dimostrare che storia e geografia sono sempre e comunque materie e ambiti strettamente connessi, e a proposito di montagne, le contraddizioni di Israele si manifestano anche in quota. Infatti il paese formalmente ha due vette massime: una, quella internazionalmente riconosciuta, è il monte Meron, o Har Meron (“cartolina” sopra), alto 1208 m, situato in Galilea e sede di una delle maggiori riserve naturali del paese, il quale tuttavia è il punto più elevato solo secondo le frontiere israeliane riconosciute a livello internazionale. Secondo il diritto israeliano, invece,  la vetta più alta del paese si troverebbe nelle alture del Golan ed è il monte Hermon o Har Hermon (rtolina” sotto), alto 2814 m e posto lungo la frontiera con il Libano e la Siria, conquistato dopo le guerre del 1967 e del 1982 e pesantemente presidiato dalle forze militari di Israele dacché non riconosciuto dagli stati confinanti, ma anche sede di uno dei maggiori comprensori sciistici del Medio Oriente.

Contraddizioni etno-geopolitiche che, in ogni caso e in qualsiasi modo, c’è solo da sperare che si possano risolvere presto nei modi più equilibrati possibile.

(Crediti delle immagini: monte Meron, foto di צילום:ד”ר אבישי טייכר, CC BY 2.5, fonte https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17266379; monte Hermon, foto di Beivushtang da en.wikipedia.org, CC BY-SA 3.0, fonte https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=18237900.)