Sulla morte dei due giovani orsi in Abruzzo e, per certi versi, delle nostre montagne

[Immagine tratta da www.wwf.it.]
Premessa: questa non è una riflessione “a favore” dell’orso ma contro l’incuria umana del paesaggio montano.

Avrete forse letto dei due giovani orsi bruni marsicani che sono stati trovati senza vita, annegati in un invaso artificiale abbandonato a Scanno, in Abruzzo nei pressi di una vecchia stazione sciistica ormai dismessa. Molto probabilmente vi sono scivolati dentro e, vista l’impermeabilizzazione delle sponde di tali bacini, non sono più riusciti a uscirne.

Come denota il WWF, l’orso bruno marsicano è una sottospecie unica al mondo presente con una popolazione di soli 50-60 individui sparsi nell’Appennino centrale, minacciati da bracconaggio, avvelenamenti, investimenti stradali e frammentazione dell’habitat. In media ogni anno muoiono due orsi in Appennino: un numero terribilmente elevato per una popolazione così piccola, endemica di un territorio che potenzialmente potrebbe (e dovrebbe, a mio parere) ospitarne più di 200. Per quanto è successo, quest’anno la media è già stata doppiata.

Dal 1970 si sono persi 139 orsi marsicani, l’80% a causa dell’uomo – l’ottanta-per-cento, badate bene: colpi d’arma da fuoco, trappole o veleno, incidenti stradali e annegamento. Proprio riguardo ciò, ben 7 orsi negli ultimi 15 anni sono morti annegati in strutture colpevolmente non messe in sicurezza.

Inutile dire che ciò che è accaduto ai due giovani orsi a Scanno potrebbe capitare anche a degli umani, inevitabilmente.

L’abbruttimento e il degrado delle nostre montagne non è causato solo dalle numerose nuove infrastrutture fuori contesto realizzate ma anche da quelle non più utilizzate e abbandonate: vecchi impianti sciistici e/o ad uso turistico in genere, edifici d’ogni genere e sorta, opere idrauliche obsolete, strade variamente dissestate e per ciò ammalorate, eccetera. Una situazione che, purtroppo, dimostra di frequente e fin troppo bene quanta poca sensibilità e cura riguardo l’ambiente naturale, e le montagne in particolare, si registri nel nostro paese, sia da parte degli enti pubblici che dei soggetti privati che in qualche modo ne governano la gestione.

Così sono morti due giovani orsi, ma è un po’ morta pure l’intera montagna. Ecco.

Evviva il CAI della Valle di Scalve!

Un’altra “Bandiera Verde” che ho avuto il piacere di veder conferire, sabato 3 maggio scorso a Orta San Giulio durante il relativo Summit Nazionale di Legambiente, è stata quella assegnata alla sottosezione Valle di Scalve del Club Alpino Italiano, sezione di Bergamo.

La motivazione è legata alla creazione della “Via Decia – Il Cammino dei boschi di ferro”, a mio parere uno dei progetti escursionistici più belli e compiuti che oggi si possono trovare sulle Alpi italiane.

Un «filo di quiete» che si dipana in cinque tappe e novantacinque chilometri di sentiero ad annodare due valli, la Valle Camonica e la Valle di Scalve, sulle cui montagne inscrive un racconto che narra la grande bellezza di questa porzione montana lombarda e la storia della relazione intensa tra le montagne e gli uomini che le hanno vissute e ancora le abitano. Una “narrazione sentieristica” – o un sentiero narrativo – la cui “lettura”, da fare camminando, è quanto di più affascinante vi sia, appunto.

La “Via Decia” dimostra peraltro la relazione altrettanto intensa e profonda della sottosezione Valle di Scalve con le proprie montagne nonché la cura, la sensibilità e la passione verso la loro realtà: doti che sono state ancor più esaltate, se possibile, dalla decisione di schierarsi prontamente contro il progetto del collegamento tra i comprensori sciistici di Colere – in Valle di Scalve, appunto – e di Lizzola, la cui realizzazione devasterebbe alcune delle zone di maggior pregio paesaggistico e naturalistico del territorio scalvino. Una decisione tanto risoluta quanto entusiastica da aver rapidamente convinto delle stesse opinioni l’intera sezione di Bergamo con tutte le sottosezioni, che hanno poi emesso al riguardo una dichiarazione unitaria.

Dunque, lodi e gloria – e ancora complimenti per la “Bandiera Verde” – alla sottosezione del CAI Valle di Scalve, a dir poco esemplare: un prezioso “valore aggiunto umano” che a suo modo rende le montagne scalvine ancora più belle e attrattive.

Una cartolina dalla Valle di Bohinj

Nella cartolina qui sopra vedete uno scorcio della Valle di Bohinj, nelle Alpi Giulie della Slovenia all’interno del Parco nazionale del Triglav. Un luogo di grande bellezza montana, al punto che Agatha Christie, la celeberrima scrittrice inglese di romanzi gialli, scrisse che «Questa valle alpina è troppo bella per un omicidio

La valle ospita l’omonimo lago, il più grande della Slovenia, le cui montagne circostanti sono tradizionalmente considerate il “reame” di Zlatorog, il mitico camoscio dalle corna d’oro, una delle leggende più note delle Alpi orientali. Non a caso proprio le rive del lago Bohinj ospitano una celebre statua di Zlatorog, la vedete qui sotto:

[Foto di Gunter Nuyts da www.pexels.com.]
Per saperne di più sulla Valle di Bohinj cliccate qui.

La neve caduta sulle montagne italiane nell’ultimo inverno e il caso emblematico del Terminillo

[Una veduta delle piste del Terminillo a febbraio 2024, tratta da www.lastampa.it.]

È l’innalzamento termico, più che l’assenza di precipitazioni, il protagonista di questa stagione fino ad oggi. Negli ultimi anni stiamo assistendo a un accorciamento del ciclo nivale: la neve arriva tardi, si fonde presto, e rimane meno tempo disponibile a contribuire al bilancio idrico.
Il racconto cambia radicalmente quando ci si sposta verso sud. Sugli Appennini, la neve è quasi assente a tutte le quote. Un dato eloquente: nel bacino del Tevere, il deficit di SWE raggiunge oggi il -89%. È un’anomalia severa, ancora peggiore rispetto allo stesso periodo del 2024.

Questa, riassunta brevemente ma eloquentemente, è la situazione del bilancio idrico della neve sulle montagne italiane nella stagione fredda 2024/2025, da poco conclusa. Sono passaggi tratti dal report periodico della prestigiosa Fondazione CIMA, un centro di ricerca di rilevanza nazionale che promuove studio, ricerca scientifica, sviluppo tecnologico e alta formazione nell’ingegneria e nelle scienze ambientali. Il report lo trovate nella sua interezza (ed eloquenza, appunto) qui.


Ora, leggendo quelle parole, voi, avendo soldi da spendere e fossero questi pubblici, dunque da utilizzare con oculatezza e senza sprechi, li investireste nella costruzioni di impianti sciistici e opere annesse? Io no, a meno che non sia un povero pazzo oppure un gran cinico.

Ecco.

Invece si fanno eccome, gli impianti nuovi e le piste da sci dove non nevica più e fa sempre più caldo così che pure la neve artificiale, la cui produzione costa sempre di più, dura sempre meno.

Un caso emblematico è quello del Terminillo, che è idrograficamente parte del bacino del Tevere il cui dato di carenza idrica da assenza di neve lo avete letto nella citazione sopra riportata: sul Terminillo è in progetto (già autorizzato) la realizzazione di 10 seggiovie, 7 tapis-roulant, 37 chilometri di nuove piste, 7 rifugi e 2 bacini per l’innevamento artificiale. Lì dove nell’ultimo inverno è mancato l’89% dell’apporto idrico da neve, appunto.

Un buon investimento? O una follia totale?

Tirate voi le conseguenze del caso – per il Terminillo e per tutte le nostre montagne.

Evviva Marzia Verona!

Sono stato veramente contento di aver assistito di persona, sabato 3 maggio scorso a Orta San Giulio durante il relativo Summit Nazionale di Legambiente, al conferimento di una delle “Bandiere Verdi” 2025 a Marzia Verona.

Innanzi tutto perché ci siamo finalmente conosciuti personalmente, dopo diverse interlocuzioni social (a volte servono anche per cose belle, già!), e ciò mi ha confermato che bella persona sia. Inoltre perché il riconoscimento è quanto mai meritato: la motivazione inscritta nell’attestato lo evidenzia bene ma fa anche intuire quanto i meriti vadano molto oltre e sommino altre pregevoli qualità che Marzia, con il suo lavoro in montagna e la sua attività di divulgazione culturale per la montagna, manifesta quotidianamente.

Di e su Marzia Verona si possono trovare molte cose sul web – e si possono anche acquistare e leggere i suoi libri, ovviamente – non ultima questa bella intervista sul TGR della Valle d’Aosta, ove vive e lavora:

[Cliccate sull’immagine per vedere l’intervista.]
Mi viene solo da aggiungere una suggestione, su di lei. Marzia è nota come la scrittrice-pastora (e/o viceversa): se per certi versi sa governare le parole traendone narrazioni scritte sulla carta e affascinanti da leggere, per altri versi governa le capre tracciando con il loro moto inscritto sui prati una narrazione montana altrettanto affascinante da “leggere”. Sa offrire due racconti delle nostre montagne diversi nella forma ma simili nella sostanza, entrambi in grado di far conoscere la realtà delle terre alte e, ne sono certo, così facendo che molti se ne appassionino.

Dunque evviva Marzia Verona, che le montagne siano sempre con lei – e lei con loro!