Le parole sono azioni*

(*: Ludwig Wittgenstein)

P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto al momento ancora inedito che tuttavia farà parte di una raccolta mooooolto particolare (a cominciare dalla brevità dei testi contenuti, come noterete) già bell’e pronta per la pubblicazione, che prima o poi – credo non tanto prima ma spero non troppo poi – avverrà. Ah, ed è un racconto che dedico ai miei numerosi amici/conoscenti traduttori!
Buona lettura!

Per i corridoi luminosi dell’immenso palazzo di vetro i potenti incedevano con passo degno della loro autorità alla guida dei propri piccoli cortei di rappresentanza – segretari, aiutanti, portaborse – verso uffici, aule, auditori, parlamenti, intrecciando parole che potevano ad ogni istante, se non cambiare il mondo, mutare la vita di milioni di individui sparsi per il pianeta, ovvero per quelle terre emerse delle quali essi palesemente divenivano i primi simboli proprio attraverso la lingua parlata. Ma fortunatamente le vetrate iridescenti del grande palazzo cancellavano le distanze proprie di una potenziale Babele attraverso le seconde voci di quel parlottio corale così fondamentale: dunque ogni alto diplomatico condivideva la testa del proprio piccolo corteo di rappresentanza con l’inseparabile traduttore di fiducia, la preziosa “connessione” con il resto del mondo, e con quanto lo controllava politicamente. Così, mille lingue divenivano in un certo senso una, non tanto nei lemmi quanto nel senso, e nella portata concreta di esso; grazie a tali poliglotti, sempre un passo indietro e a fianco del “proprio” potente, le parole di questi si potevano trasformare in azioni – quelle azioni, come detto, che potevano anche cambiare il mondo. Erano come di quel grande palazzo i plinti delle fondamenta: sovrastati, nascosti dalla meravigliosa architettura, che però senza di essi non sarebbe mai potuta stare in piedi e declamare tutta la propria possanza.

Ma le parole sono come i dadi da gioco, avendo più sensi e più valori e bastando un nulla per capovolgerli l’uno dopo l’altro, l’uno al posto dell’altro… Riunioni di portata storica non avevano buon fine dacché non ci si accordava sulle “promulgazioni” finali; altre avevano successo perché, delle parole spese in esse, alcune venivano collimate ad arte – ma a volte altri incontri saltavano perché un traduttore mancava. Su una parola, una frase, o una banale assenza, si poggiava sovente la sorte di un’intera regione e dei suoi abitanti: questa evidenza non sfuggì a molti degli interpreti accreditati, individui abituati a lavorare velocemente di mente e di raziocinio. Chi, in effetti, pronunciava le parole più importanti nel grande palazzo? – ovvero quelle che letteralmente e in ultima istanza “componevano” le sorti del mondo – le decisioni, i dettami, le imposizioni di pace, accordo, prosperità, o di scontro, di guerra?

Fu così, proprio in questo modo ovvero con la constatazione di una mera realtà da parte di chi ne era soggetto, che prese corpo il più grande, totale e imprevedibile colpo di “stati” che mai la storia dell’uomo poté registrare.

Frédéric Mistral, “Viaggio in Italia” (a cura di Mirella Tenderini)

cop_viaggio_in_italiaSi può dire che fin dalla nascita di un concetto di “turismo” moderno, padre di quello che poi tuttora oggi pratichiamo (anche se in principio di matrice soprattutto culturale; quello di svago verrà più tardi, con la maggiore diffusione di un certo benessere anche nelle classi borghesi), l’Italia sia stata una delle mete predilette dei primi viaggiatori – generalmente persone benestanti, appunto, che si potevano permettere viaggi della durata di almeno qualche settimana sovente percorrendo l’intera penisola, da Nord a Sud, visitando tutte le più importanti città. Molti di essi erano letterati, e infatti il genere della cronaca di viaggio nel Settecento e nell’Ottocento risultò tra i più diffusi e apprezzati, con centinaia di titoli pubblicati da scrittori e poeti più o meno noti, per i quali l’Italia, come detto, rappresentò una gran fonte di ispirazione. In effetti non credo di sbagliare troppo affermando che proprio in quel periodo, e grazie e quei libri divenuti a volte celeberrimi (nonché, ovvio, per ciò che aveva e ha da offrire), l’Italia ha generato quella fama turistica planetaria che oggi le nostre classi dirigenti sono così brave a infangare in tutti i modi possibili, gettando alle ortiche la preziosa eredità che da quella fama deriva e sulla quale potremmo tutt’ora campare alla grande.
Tra quei tanti letterati viaggiatori per le terre italiche, Frédéric Mistral non è certo tra i più celebri, almeno da noi. Fu tra i maggiori poeti provenzali moderni, autore di opere considerate veri e propri monumenti alla cultura provenzale, per la cui difesa e promozione fondò il movimento del Felibrige, o Felibrismo, con meriti tali da essere insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1904. Con la moglie Marie affrontò il proprio viaggio nella nostra penisola nel 1891, ricavandone Viaggio in Italia (Viennepierre Edizioni 2002, con traduzione dal provenzale, cura e introduzione di Mirella Tenderini; orig. Escourregudo pèr l’Itàli), un resoconto piuttosto diverso dai tanti altri pubblicati all’epoca per alcune particolari peculiarità…

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