«CHE SCHIFO I SENTIERI DI MONTAGNA!»

[Il percorso “ciclopedonale” in corso di realizzazione in Valle Imagna. Immagine tratta da www.lavocedellevalli.it.]
E «che schifo frequentare l’ambiente naturale quando sia veramente tale!», «che brutta cosa il silenzio dei boschi!», «poveri stupidi quelli che semplicemente camminano nel paesaggio alpestre!» e via di questo tono… Viene da credere che molte amministrazioni locali pensino questo delle loro montagne, a giudicare dalla proliferazione crescente da esse patrocinata di piste agrosilvopastorali, spacciate per viabilità al servizio di aree agricole e forestali ma in verità parte di una ormai chiara strategia politica di infrastrutturazione a favore del turismo di massa, definita con il termine di “valorizzazione” che però per tale strategia significa messa a valore, cioè (s)vendita dei territori coinvolti sul mercato turistico senza nessun reale vantaggio per le comunità residenti in loco.

Vi cito due casi recenti, ultimi di una ormai troppo lunga e inaccettabile serie.

Nel Parco delle Orobie Valtellinesi – dunque in un’area protetta, se questo vocabolo ha ancora un senso in questo paese – si vorrebbero realizzare 47 chilometri di nuovi tracciati VASP (Viabilità Agro-Silvo-Pastorale) presentati al servizio di «attività del settore primario, quindi agricoltura e silvicoltura» ma che risulta evidente abbiano un “secondo” fine turistico, come la cronaca recente dimostra, per il fatto che spesso raggiungono alpeggi e boschi abbandonati da tempo e per come gli stessi enti pubblici che li presentano in quel modo dimostrino di (non) sostenere l’agricoltura e la silvicoltura di montagna: cioè con risorse risibili che non aiuteranno mai chi vorrà lavorare in quei settori e dunque che potrebbe avere bisogno della nuova VASP. Che nel solo Parco delle Orobie Valtellinesi – in un’area di tutela naturale, ribadisco – assomma a quasi 450 chilometri di strade (!).

[Un tratto di ciclovia di recente realizzazione in Val Gerola, nel Parco delle Orobie valtellinesi. Per saperne di più cliccate qui.]
Tutto ciò viene denunciato da varie associazioni di protezione ambientale e realtà territoriali valtellinesi, che chiedono di fermare immediatamente la Variante presentata nel corso della Conferenza pubblica del procedimento di Valutazione Ambientale Strategica (VAS), indetto dal Parco il 4 febbraio 2026, per le molte criticità e per i danni pressoché inevitabili che le nuove strade provocherebbero, non solo all’ambiente naturale di aree classificate come “molto vulnerabili” ma pure alla viabilità escursionistica storica come la Gran Via delle Orobie o quella che raggiunge i manufatti della Linea Cadorna. La Variante infatti ammetterebbe la distruzione dei percorsi originali qualora la conservazione in situ non fosse ritenuta “fattibile”: una cosa che personalmente reputo vergognosa e che di sicuro comporta violazioni del Codice dei Beni Culturali – salvo che non si trovi il modo “all’italiana” di svicolare da tale certezza.

Sul caso valtellinese trovate maggiori dettagli in questo articolo di “Sondrio Today”.

Ancora più sfacciato, per certi versi, è l’intervento previsto in Valle Imagna: qui si sta realizzando un nuovo tracciato di 12 chilometri da Roncola a Costa Imagna lungo il versante orientale dei Monti Linzone e Tesoro che sarà sfregiato da una strada – chiamiamola con il suo vero nome – «con una larghezza media della pista pari a 3 metri che permetterà di far passare due biciclette nei due sensi di marcia». Tre metri, avete letto bene. Il tutto senza nemmeno nascondersi dietro pretese di supporto ad attività primarie di montagna ma dichiarando fin da subito che «la finalità del percorso è principalmente di tipo turistico-escursionistico» e spendendo la bellezza di 4,5 milioni di Euro di soldi pubblici (da Regione Lombardia tramite Bando Itinerari e Piano Lombardia per un totale di 3,6 milioni, dalla Comunità Montana Valle Imagna per 240mila euro, dal Ministero del Turismo per 140mila euro, mentre la restante parte è stata coperta dai Comuni di Roncola e Costa Valle Imagna per 260 mila euro ciascuno). Per di più intaccando l’integrità paesaggistica peculiare della Valle Imagna, una delle poche zone montane della provincia di Bergamo priva di turistificazioni eccessivamente impattanti, per le cui montagne viene così avviata la più deprecabile banalizzazione culturale.

[Un’altra veduta del percorso “ciclopedonale” della Valle Imagna. Immagine tratta da www.lavocedellevalli.it.]
Anche qui si tratta di una cosa vergognosa, lo ribadisco, messa in atto da amministratori locali (spalleggiati con insuperabile impegno da Regione Lombardia, sempre capace a essere “sovranista” con le montagne degli altri (semi-cit.) e raramente attenta a difendere le proprie) che, evidentemente, hanno ormai dimenticato il rispetto, la sensibilità e la tutela verso i propri territori montani e hanno come unico pensiero quello di svenderli sul mercato turistico per mere ragioni di propaganda elettorale, suppongo. Perché non c’è nulla, in queste iniziative, che comporti un’autentica «valorizzazione» dei territori coinvolti. E infatti il termine è ormai talmente abusato e travisato – dacché inteso come messa a valore, esattamente come si fa con un bene di consumo da vendere, ripeto – da aver perso ogni buon senso, lessicale e non solo.

[Altra veduta del percorso “ciclopedonale” della Valle Imagna. Immagine tratta da www.lavocedellevalli.it.]
La strategia è palese, come detto, ben aderente ai principi della lunaparkizzazione delle montagne, della riproposizione dei modelli turistici massificati tipici dell’industria dello sci (ormai prossima alla fine) che puntano a trasformare i territori montani in “divertimentifici” al servizio del turismo mordi-e-fuggi, senza alcuna attenzione alla loro cultura, alla tutela ambientale e del paesaggio, senza alcuna visione e progettualità organica di medio-lungo termine, palesando l’incapacità di costruire una proposta turistica realmente consona ai territori, specifica, attrattiva e non così banale e scopiazzata come questa, con sconcertante disinteresse verso i reali bisogni delle comunità residenti. Una strategia che butta sul territorio innumerevoli opere ad mentula canis, sovente malfatte tant’è che in breve tempo imporranno ulteriori esborsi di denaro pubblico per la loro manutenzione, che diventeranno nuove piste per i soliti motociclisti fuorilegge (e regolarmente impuniti) i quali con i loro transiti a tutto gas ne accelereranno il dissesto e acuiranno l’impatto ambientale generale, e per le quali le promesse su che «Non è previsto il passaggio di mezzi a motore» suonano da subito come ulteriori beffe oltre ai danni, perché lo sanno anche i sassi che questa cosa non potrà mai essere realmente garantita. Intanto le strade vengono fatte, il precedente è messo in atto e, in questi casi, vale sempre (ovvero con rarissime eccezioni) la teoria delle finestre rotte: se un edificio presenta i vetri tutte le finestre intatte, a nessuno verrà in mente di romperle; appena ne verrà rotta una, presto verranno rotte tutte le altre. Ecco, tutte queste nuove strade sulle montagne sono vetri rotti, esattamente questo. Se pur qualche tracciato potrebbe essere ammissibile e realmente utile per i rispettivi territori, si tratterebbe di una minimissima parte di quelli previsti. Tutto il resto dà forma a un potenziale gran disastro per le nostre montagne. Della cui effettiva concretizzazione tuttavia, sia ben chiaro, chi ne è stato artefice dovrà pagarne le conseguenze giuridiche.

[Un’altra ciclovia di recente e famigerata realizzazione, quella che sale al Passo del Muretto in Valmalenco: a sinistra in fase di realizzazione nell’estate 2023, a destra come si era ridotta soltanto un anno dopo, tra piogge intense e transiti eccessivi. Per saperne di più cliccate qui.]
In ogni caso la situazione è chiara: camminare su sentieri di montagna ordinari, o anche andarci con una mountain bike se si è in grado di farlo e non si arreca pericolo ad altri non va più bene, è qualcosa da disincentivare, è da sfigati. Servono strade, le più larghe e comode possibili che arrivino ovunque perché tutti hanno diritto (sic!) di andare ovunque in montagna e di andarci comodamente come in città o quasi. Con buona pace della frequentazione responsabile, del rispetto, della consapevolezza di cosa è realmente la montagna. E delle popolazioni locali, che dove non siano così stolte da essere concordi con tale scellerata strategia (e se lo sono è soltanto perché sperano di ricavarci qualche tornaconto personale) sono costrette ad assistere alla svendita, alla banalizzazione e alla devastazione delle proprie montagne.

Ma sia chiaro anche questo che di nuovo ripeto: chi è stato e sarà artefice di tutto ciò dovrà pagarne le conseguenze giuridiche. Punto.

P.S.: invierò queste mie considerazioni ai giornali locali. Secondo voi qualcuno oserà pubblicarle, anche in forma di sunto? “Sondrio Today” lo ha fatto riprendendo la protesta delle associazioni di tutela ambientale intervenute sulle VASP valtellinesi e bisogna dargliene atto. Gli altri mi auguro che manifestino la stessa sensibilità: non tanto per le mie considerazioni quanto verso le nostre montagne.

Rigenerare il senso di comunità per far fronte ai problemi delle montagne

[Un evento pubblico nella Piazza Cavour – o del Kuerc – di Bormio. Immagine tratta da www.ilgiorno.it.]
Credo, e ne sono convinto sempre più, che il primo e imprescindibile principio per la soluzione di molti dei problemi che affliggono i territori di montagna sia la rivitalizzazione, che a volte è rinascita vera e propria, del senso di comunità delle loro popolazioni. Cioè dell’identità comunitaria, della consapevolezza compiuta e profonda riguardo la relazione che gli abitanti hanno – e devono avere – con le proprie montagne e con il paesaggio del quale sono parte integrante, della presa di coscienza sociale, civica, culturale e antropologica di ciò che sono in quanto unità demografica e rappresentano per il loro territorio – rappresentano, intendo dire, ben di più di quanto possano fare i soggetti politici pubblici pure nella più piena legittimità del loro ruolo.

È una questione centrale, a mio modo di vedere, nell’analisi delle realtà contemporanea delle nostre montagne, a volte citata ma raramente approfondita e messa in evidenza come merita. E questa è una mancanza alla quale è ora di sopperire.

Mi dispiace e avvilisce constatare di persona, oppure sentirla riferito da altri, la frequente disgregazione delle comunità di montagna, che si manifesta su diversi livelli: da quelli più banali e apparentemente innocui (gli screzi tra confinanti, per dire) fino a situazioni quasi inquietanti, vere e proprie faide tra compaesani o convalligiani per i più svariati motivi legati alla gestione del territorio comune – al quale, inutile rimarcarlo, afferiscono anche le singole proprietà o gli interessi personali per i quali ci si scontra.

È una situazione che, al netto delle circostanze locali, deriva molto da quei fenomeni di spaesamento e alienazione che hanno interessato le comunità di montagna nel Novecento e soprattutto dal boom economico in poi, raccontati in quel fondamentale libro di ormai quasi vent’anni che è Il tramonto delle identità tradizionali di Annibale Salsa. In questo stato delle cose la politica troppo spesso ha mancato di guidare le inesorabili trasformazioni socioculturali delle comunità governate, e tanto meno si è curata della tutela delle loro identità, per inseguire modelli economici di stampo viepiù consumista del tutto avulsi alla realtà storica delle montagne i quali, se è vero che hanno portato un certo benessere generale in comunità ancora per certi versi arretrate, di contro ne hanno smembrato l’anima, alienando i montanari dalle loro stesse montagne. Le comunità di montagna, da secoli centrate su modelli di gestione comunitaria e collettiva dei propri territori – modelli spesso inevitabili d’altronde, vista la natura ostica dei territori in quota – e su un’identità culturale altrettanto unitaria (nel bene e nel male, ma tant’è), sono rapidamente implose di fronte a molte delle lusinghe moderne e contemporanee, spesso imposte a forza ai territori montani con l’assenso più o meno tacito della politica: ciò da un lato ha colpito duramente il senso di comunità, come detto, e dall’altro ha privato i montanari degli strumenti culturali atti alla comprensione di quanto stava accadendo.

[Un momento dell’edizione 2024 dell’Alpenfest di Livigno. Immagine tratta da blog.livigno.eu.]
Recuperare questo senso di comunità, rivitalizzarlo e rinvigorirlo con l’adeguata consapevolezza socioculturale che lo deve alimentare, è sempre più fondamentale, poste le sfide che attendono le montagne da qui al prossimo futuro e la cronica svagatezza della politica nazionale verso di esse. In nessun altro ambito – dalle nostre parti – come sulle montagne la comunità è il centro dello spazio-tempo locale, e la politica, quella eletta localmente e quella che ai livelli superiori detiene funzioni e competenze amministrative, deve essere al servizio della comunità e non viceversa, giammai. Di contro, la popolazione deve fare lo sforzo di ridare competenza culturale e valore civico al proprio senso di comunità e alla relazione che la lega alle proprie montagne: è un dovere dal quale scaturiscono diritti che oggi, spesso, vengono trascurati o si sono dimenticati, innanzi tutto quello di interloquire alla pari con qualsiasi soggetto, pubblico o privato, che voglia intervenire sulle loro montagne.

Non è una mera questione di maggioranze o minoranze, di essere d’accordo o meno con questa o quella decisione o azione, e non è affatto una cosa della “politica” – o meglio, politica lo è nel senso più nobile del termine, di partecipazione alla vita collettiva e gestione della cosa pubblica. È, molto semplicemente ma altrettanto emblematicamente, il modo con il quale si posso mantenere vive le nostre montagne, tutelati i loro territori, la bellezza del paesaggio, le risorse naturali e al contempo salvaguardando la socialità vitale delle comunità che vi abitano e vogliono continuare a farlo ancora a lungo, con il giusto orgoglio e il necessario agio per potersi sentire parte integrante e importante con ciascun altro abitante della propria comunità e delle montagne.