Ma guarda, gli animali sono intelligenti!

[Foto di erwin bosman da Pixabay.]
Compaiono di frequente sulla stampa notizie che riportano di nuove scoperte circa l’intelligenza e le capacità cognitive di molti animali, come questa su uno scimpanzé bonobo: notizie che vengono variamente definite “sorprendenti” ed è comprensibile, per certi aspetti.

Ma per altri aspetti è invece sorprendente che ancora noi umani ci si meravigli dell’intelligenza degli animali, in un modo che denota inevitabilmente la nostra pretesa superiorità su di essi. Ci sorprendiamo della loro intelligenza perché di norma li crediamo dotati di capacità cognitive molto inferiori alle nostre. Li riteniamo “stupidi”, insomma.

E chi l’ha detto, che le loro intelligenze siano inferiori alle nostre? Noi umani, ovviamente, parlandone come i tifosi d’una certa squadra costretti a fare qualche complimento alla squadra avversaria: «Sì, bravini… ma noi siamo comunque i migliori, i più bravi i più forti!». Intanto la nostra squadra, i “Sapiens”, in una cosa si è dimostrata sicuramente superiori a tutte le altre: a distruggere il mondo e noi stessi. Uuuh, complimenti eh!

E se invece considerassimo le intelligenze degli animali non “superiori” o “inferiori” ma diverse dalla nostra? In effetti quante cose ancora non sappiamo delle loro capacità intellettive e cognitive? Che ne sappiamo di cosa veramente sappiano fare, con la loro mente?

Sarebbe un pensiero più semplice, in fondo, eppure molto profondo e per tanti versi rivoluzionario.

Amalia Bastos, studiosa di psicologia comparata all’Università di St Andrews, in Scozia, e prima autrice dello studio sul bonobo che ho linkato lì sopra, ha detto: «Vivono vite mentali ricche, e forse meritano da noi più rispetto e più aiuto di quanto ne stiamo dando».

Forse, già. O siamo noi umani, forse, che meriteremmo un piedistallo ben più basso di quello su quale ci siamo issati per dominare il mondo.

La Natura tornerà comunque

Puoi scacciare la natura con un forcone, ma lei tornerà comunque.
(Naturam expellas furca, tamen usque revenit).

[Quinto Orazio Flacco, Epistulæ IX24, 20 a.C.]

A volte si ha l’impressione che i comportamenti più nocivi dell’uomo nei confronti della Natura derivino da una sorta di senso di inferiorità verso di essa, dunque da uno sconforto cronico che alimenta una costante rivalsa, un voler dimostrare (a se stesso) di poterle essere superiore, dominante, soggiogante.

Questa cosa temo dimostri bene quanto l’uomo si dimostri spesso alienato dalla dimensione naturale rifiutando la cognizione di esserne pienamente parte, invece, come ogni altro organismo che abita il mondo. Tale alienazione impedisce all’uomo di percepire quanto sopra come una virtù, un privilegio, non come una pecca da compensare.

In effetti, non vi sono superiorità o inferiorità nella Natura ma un equilibrio dinamico dacché vitale, che se rotto genera scompensi e danni inevitabili per chiunque sia “Natura”. Così, i guasti inferti dall’uomo all’ambiente naturale inesorabilmente gli si ritorcono contro, generando il suddetto senso di inferiorità e impedendogli di capire che, se la Natura è invincibile, anche l’uomo lo è ma soltanto se rimane parte di essa. Altrimenti, quell’inferiorità non solo viene dimostrata ma diventerà fonte di guai sempre peggiori, ai quali l’uomo prima o poi non riuscirà più a scampare.

In fondo cosa siamo, noi Sapiens, per la Natura?

Quanto impiegherà la vegetazione che sta ricrescendo su questa strada a riconquistare il terreno che l’uomo le ha sottratto con il proprio manto d’asfalto?

Solco dopo solco, una spaccatura dopo l’altra, forse molti anni oppure, se troverà condizioni favorevoli, magari molto meno tempo di quanto si possa immaginare.

L’uomo, dominatore tecnologico assoluto del pianeta e dunque, per sua presunzione, anche morale, in verità non saprà mai vincere sulla Natura, la quale invece riuscirà sempre ad assoggettarlo nuovamente al proprio ordine, prima o poi. Che in effetti è l’ordine – naturale – al quale l’uomo stesso appartiene ma contro il quale si pone continuamente, credendo di poterlo sovvertire e piegare al suo volere piuttosto di sapersi armonizzare ad esso rendendo parimenti equilibrato il proprio rapporto, la propria presenza nel mondo che è tutto Natura, anche dove ormai sembra tutto l’opposto.

Ci crediamo onnipotenti sulla Natura e invece nei suoi confronti siamo deboli e in sua balìa, ma non si tratta di una sfida nella quale uno vince e l’altro perde, come l’uomo dimostra di pensare. È forse questo l’errore, o questa la nostra colpa fondamentale. Una colpa della quale continuiamo a macchiarci e che di questo passo genererà conseguenze inesorabili.

Ci può essere redenzione? Io penso di sì, e forse si manifesta proprio in quella “banale” erbetta tra le crepe dell’asfalto, l’ordine naturale che sta riconquistando il terreno perso: non è tanto la Natura che riconquista qualcosa ma che torna a se stessa, ritorna in noi. Che siamo Natura, appunto.

Il dolore che non abbiamo mai sentito

[Foto di Erik Karits da Pixabay]
Alcune recenti ricerche scientifiche stanno provando in maniera sempre più articolata che anche gli insetti, comunemente ritenuti semplici automi privi di emozioni e consapevolezza, manifestano stati mentali complessi e percezioni sensoriali di dolore e sofferenza. Ne scrive “Il Post” in questo articolo del 13 ottobre.

È una cosa che probabilmente sorprenderà molti; tuttavia, mi permetto di affermare, la cosa veramente sorprendente è che noi umani, creature massimamente intelligenti e senzienti (per come sosteniamo di essere), fino a oggi non abbiamo mai voluto credere che anche gli insetti, e qualsiasi altro organismo vivente che abita con noi la Terra, anche quelli più domestici, non provassero emozioni complesse come il dolore e non fossero dotate di una propria peculiare intelligenza, diversa dalla nostra ma non per questo meno funzionale e efficace.

Come si legge nell’articolo de “Il Post”,

Le ricerche e le valutazioni sul ruolo del dolore tra gli insetti negli ultimi anni sta portando a un’estensione delle riflessioni etiche già in corso da tempo sul nostro rapporto con gli altri esseri viventi. Alcuni studiosi sostengono che l’onere della prova dovrebbe essere invertito e cioè che non si dovrebbe attendere la dimostrazione definitiva della capacità degli insetti di provare dolore, ma chiedere prove solide della sua assenza prima di infliggere eventuali sofferenze. Ciò porterebbe a una estensione notevole del principio di precauzione che già oggi si usa nella ricerca, specialmente nella sperimentazione sugli animali.

Ugualmente, mi viene da pensare che si debba invertire anche il punto di vista generale sulla questione ovvero il nocciolo di essa: se è importante capire quanto e come le altre creature viventi terrestri siano intelligenti e senzienti, dovrebbe ormai essere necessario – dopo svariati millenni di evoluzione, forse in parte sprecati – comprendere pure quanto l’uomo sia ancora tanto stupido e insensato al riguardo. Ovvero, come il nostro diritto di razza dominante acquisito nel tempo sulle altre razze viventi debba essere ineludibilmente legato al dovere di capire la portata di ciò e di tutelarne il valore vitale. Il che non significa rompere gli schemi biologici ed ecosistemici dei quali tutti noi viventi siamo parte (cioè che dobbiamo diventare tutti vegani o che non possiamo più uccidere la zanzara che ci ha appena punto, per dire), ma essere consapevoli della relazione, non solo funzionale, che ci lega vicendevolmente e della complessità materiale e immateriale della vita di cui tutti siamo manifestazione più o meno evoluta.

D’altro canto siamo Sapiens o no? Non dovrebbe essere così difficile sviluppare questo pensiero così fondamentale e per nulla complicato. Oppure, come spesso viene da temere, quel titolo altisonante che ci siamo dati – “Sapiens”, appunto – è soltanto un’autocelebrazione puramente formale ma inesorabilmente nociva nella sostanza dacché conferitaci solo per giustificare le nostre millenarie azioni a danno del pianeta e della sua comunità vivente.

Ecco. E chi ritiene che queste siano solo considerazioni “animaliste”, mi spiace ma temo confermi i timori sulla razza umana che ho fin qui espresso.