Da buon scrittore (“buon” ovvero appassionato, dacché che lo sia anche per quanto scrivo non posso e non devo essere io a dirlo, eh!) e grande cultore di arte contemporanea, sono sempre particolarmente attratto da quelle opere che, pur essendo di matrice indubbiamente visiva, riescono a fondere in essa anche la parola scritta, dunque presentandosi come forme ibride tra oggetto artistico e letteratura. In verità l’ambito è parecchio ampio e dai confini a volte incerti, marcati in un senso da certe opere d’arte visiva (quadri, sculture, installazioni e quant’altro) con solo una parola o poche di più, e dall’altro a forme letterarie che al testo uniscono immagini di vario genere, come nel caso di certa poesia visiva. Forse anche per questo, i risultati sono spesso piuttosto discutibili, sia dal punto di vista estetico, con immagini troppo predominanti sui testi e viceversa, e sia perché – cosa a mio parere più importante – l’unione di immagine e testo scritto non è logico e coerente come dovrebbe essere, così come non lo è la miscelazione estetica. Cosa ancor più ardua da rintracciare è la trasformazione del testo scritto in vera e propria forma d’arte, con le parole che divengono segno estetico perfettamente armonico alle immagini con le quali l’opera si compone: sono veramente pochi i casi nei quali, a mio parere, quanto sopra è avvenuto con risultati apprezzabili.
In tal senso, un artista che di recente mi ha particolarmente colpito è il pisano Tommaso Santucci, che ho avuto modo e onore di conoscere personalmente durante l’ultima Affordable Art Fair di Milano. Mi pare che la sua produzione artistica sia tra quelle che meglio ha saputo ibridare immagine e testo o, meglio, che è riuscito a trasformare il testo scritto in un segno estetico, facendo di esso la raffigurazione principale dell’opera visiva creata pur senza travisarne il senso – dacché testo scritto dotato di senso resta perfettamente, in modo che la sua predominanza sui tratti prettamente visivi, pur se evidente, non diventa affatto pesante: come avendo di fronte un’immagine astratta eppur linguisticamente tangibile e comprensibile.
In buona sostanza, Tommaso Santucci scrive e disegna con la classica penna bic nera su pezzi di scotch carta, preparati talvolta con una base acrilica, ricomponendo poi il tutto su tavole di legno, materiale di recupero, scatole di latta e vecchie valige, andando così a formare una sorta di personale diario emozionale. Ripropone poi i suoi soggetti e le sue frasi con pennello e acrilico durante performances dal vivo, su grandi supporti di tela, legno e su muro. La parola e il segno si fondono così, attraverso una trama di rimandi simbolici, alla vita stessa dell’artista che disegna e scrive animato costantemente da quello che vive, mentre sull’opera che, nel caso, un appassionato o collezionista potrebbe portarsi a casa, è come se restasse un pezzo di quel diario personale ovvero una piccola parte della vita
dell’artista raccontata da egli stesso. In fondo, è ciò che accade anche con la scrittura letteraria, nelle cui pagine che formano un libro resta non solo la narrazione di una storia fatta dall’autore ma pure quella parte dell’autore stesso attraverso la quale egli ha concepito la storia narrata, come narrarla e quanto in essa lasciare di sé stesso: e proprio in ciò trovo la più grande affinità tra le opere di arte visiva di Tommaso e il lavoro letterario classico, solo generata in modo alternativo – non da pagine scritte ma da opere visive, appunto.
Così l’artista parla del suo lavoro: “…Prendo il mio vissuto e lo ripropongo alla mia maniera, non deve essere niente di elitario e di ermetico, alla fine si tratta di conflitto estetico, ti piace o non ti piace. Ed è una cosa che parte da piccoli: ad esempio le cose che faccio io e che non mi piacciono le rompo… Sono contento del fatto che ciò che realizzo non sia per qualcuno ma per chi vuole.”
In effetti chi voglia far propria un’opera di Tommaso Santucci volente o nolente farà propria anche una parte della sua vita, e non è detto che proprio il testo che l’opera presenta possa essere l’elemento di consenso principale per chi la voglia per sé. Creando in ciò una sorta di particolare cortocircuito visual-letterario tra forme espressive (parole e immagini) e tra artista e fruitore dell’opera, il quale troverà di che essere in armonia con il testo di essa ovvero con quel frammento di diario emozionale personale di Santucci, così come lo stesso testo si trova in una armonia estetica con i segni grafici dell’opera tale da suscitare il gradimento del suddetto fruitore.
Un risultato senza dubbio notevole e profondamente artistico, questo, che appunto non è così semplice ritrovare in circolazione, nella pur imponente (forse pure troppo) produzione artistica contemporanea.
Cliccate sulle immagini per visitare il sito web di Tommaso Santucci e conoscere più nel dettaglio l’artista e le sue opere, oppure cliccate QUI per visitare il sito web di Art for Interior, la galleria milanese di riferimento dell’artista pisano.
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Giulio Frigo, quando la pittura è “still (in) life”

Da ormai un certo tempo tendo a dare ragione a quegli amici e conoscenti operanti nel settore dell’arte i quali ritengono che la pittura sia sostanzialmente morta. Sia chiaro, la loro è solo un’opinione personale e non una sentenza, ma da semplice appassionato di arte contemporanea, se non ho certo titoli e autorità per poter a mia volta sostenere un’affermazione del genere, mi rendo comunque conto che indubbiamente, tra le arti figurative in uso oggi, la pittura è quella che se la passa peggio. Di opere veramente interessanti in giro ne vedo proprio poche, e quelle che sanno svelare a chi le ammira qualcosa di “nuovo”, o almeno di insolito, sono rare quasi più che quadrifogli nel deserto.
Altrettanto indubbiamente, però, se negli ultimi tempi c’è qualcuno le cui opere pittoriche mi hanno parecchio colpito, questi è Giulio Frigo. Partita a scacchi sospesa, ad esempio, forse l’opera più significativa della produzione recente dell’artista vicentino (non a caso è anche quella più visibile sui media, quale suo “biglietto da visita”, e mi ci metto anch’io, come vedete qui sopra), la trovo assolutamente potente e intrigante. Onirica, minimale eppure ricca di dettagli profondi, surreale al punto da risultare quasi misteriosa, dal tratto contemporaneo eppure autorevole come certa grande pittura di decenni fa (e infatti è lo stesso Frigo a rivendicare il classico come impulso fondamentale per la sua arte), sembra il fermo immagine di un transito spazio-temporale, una distorsione che si intuisce non essere soltanto limitata alle/nelle quattro mura ritratte e legata in qualche enigmatico modo alla scacchiera sospesa sul tavolo, dalla quale la stessa austera figura centrale pare fuoriuscire: una sorta di re perplesso che tenti di fuggire da un inevitabile scacco matto sospendendo il tempo, l’azione, la vita stessa, eppure conscio che, probabilmente, da certe sorti inesorabili non si possa invero mai fuggire. Bellissimo anche per questo il confronto, e il conseguente “stacco” visivo, con le due figure sullo sfondo, che sembrano far parte dello scarno arredamento della stanza, quasi evanescenti, come già rapite nella suddetta distorsione spazio-temporale e in attesa dell’uomo in tight, della sua prossima mossa, probabilmente l’ultima.
Il tutto mi induce una vivida sensazione di maestosità. La trovo un’opera – e in senso lato un’arte pittorica, dacché altri lavori di Frigo sono certamente parimenti significativi – evocativa come poche altre, oggi, ammaliante tanto quanto complessa, di fronte alla quale chi l’ammira avrà la sensazione di osservare una porta (anche dimensionale, lo ribadisco) che chiede, anzi, impone di essere aperta per constatare cosa ci sia oltre.
Molti artisti (ovvero presunti tali) la pittura la stanno uccidendo, non c’è dubbio; fortunatamente ce n’è ancora qualcuno, Giulio Frigo in primis, grazie ai quali la pittura è ancora viva, o Still (in) life… – per citare il titolo di un’altra opera dell’artista vicentino, del 2007, (fotografica però). Sì, perché Frigo non è solo pittore ma anche molto altro, e per saperne di più si di lui e le sue opere potete visitare il sito web della galleria Francesca Minini, con la quale lavora.
Dunque, non solo still in life, ma anzi: long life to (his) paintings!
Jacopo Finazzi, pop art a ritmo rock!
“Mi è sempre piaciuta la pop art, i colori piatti divisi da una linea nera. Una cosa abbastanza grafica. Ho sempre amato quegli artisti da Basquiat a Haring e tutta la generazione degli anni ’80, e chiaramente i padri come Warhol, Rauschenberg, anche se con il tempo mi sono accorto di voler staccarmi dall’idea di pop art che ho sempre avuto, cercando magari piu matericità e diluizione, abbassando i toni cromatici così da renderli meno contrastanti tra di loro… (…)
Sono un batterista e mi piace la musica. In effetti nelle mie tele ho sempre cercato di inserire soggetti musicali… E’ una questione di sentirmi piu vicino a chi dipingo, penso. In quel periodo mi sentivo molto vicino ai batteristi, specialmente Grohl, Bonham, e ritrali era come essere un po’ loro…“
Raramente come per le opere di Jacopo Finazzi è appropriato l’uso dell’appellativo pop. Perché – lo dice lui stesso, appunto – nei suoi lavori è chiara la matrice pop art, con tutti i distinguo del caso; perché è un’arte che si apre spesso e volentieri ad una delle forme più popolari di comunicazione contemporanea, ovvero la musica; perché della musica ritrae alcune icone assolutamente popolari, personaggi in taluni casi che ne hanno fatto la storia. E perché – spostando ora il termine “pop” totalmente in ambito musicale – della pop-music si accosta al genere probabilmente più popolare, trasversale, alternativo, “sociale” in assoluto, ovvero il rock.
Pop art with rock beats, appunto, ma anche immagini che possono andare oltre questa precipua peculiarità, slegandosi dal mero interesse dei soggetti ritratti per cogliere, nel senso, il messaggio primigenio della pop art (e della neopop postmoderna), ovvero un’arte di massa, riconoscibile, iconografica e identificabile, certamente ben legata al tempo nella quale si genera e del quale vuole raccontare qualcosa.
Cliccando sulle immagini potrete visitare in una gallery di Picasaweb un’ampia collezione di opere di Jacopo Finazzi, per conoscerne meglio la produzione, il percorso artistico, e farsene un’idea ben più chiara ovvero, magari, illuminante il vostro gusto.
Nel caso, qui potrete anche visitare il suo profilo facebook personale.
So, let’s (pop-art)rock!