Vi ricordate quando c’era la neve? Ci “sarà” ancora, domenica 12 aprile a Carenno!

[I campi da sci di Valcava, inverno 1957.]
Quando c‘era la neve (ricordate?), le montagne erano ben diverse da cosa sono oggi che di neve ce n’è sempre meno e quando c’è resta poco al suolo. Ma, a fronte di un tale profondo e per molti versi ancora sottovalutato cambiamento, cosa possiamo fare? Quale può essere il futuro di chi in montagna ci abita stanzialmente e di chi ci sale saltuariamente da turista?

Domenica 12/04 dalle ore 15.00 sarò a Carenno (Lecco) per parlare dei «bei tempi» in cui “C’era la neve”, cioè di quando sulle nostre montagne si poteva sciare ovunque e il turismo ha trasformato la vita dei montanari del tempo, e di come oggi si possa “Abitare il cambiamento” indotto dalla crisi climatica, che rende lo sci sempre più insostenibile, e dalle nuove sensibilità diffuse tra chi frequenta le montagne che puntano a una fruizione turistica più dolce e consapevole. Dialogherò con Nicola Pigazzini, geologo e grande conoscitore delle montagne, in un incontro organizzato da Ca’ Martì – Il Museo e la Valle dei Muratori nell’ambito della campagna “ConoSCIamo” e dei Giochi della Cultura 2026.

Nell’occasione sarà inaugurata la mostra fotografica “C’era la neve – Immagini e racconti” a cura dell’Associazione Gruppo Muratori e Amici di Ca’ Martì: le grandi nevicate del passato, le tradizioni e le feste dell’inverno, le sfide di chi doveva lavorare anche al gelo: tutte le sfumature che la Val San Martino, ove si trova Carenno (e sui cui monti si trova Valcava, una delle prime stazioni sciistiche della Lombardia), assumeva quando c’era la neve e che rivivranno nell’allestimento di fotografie di abitanti, villeggianti e turisti che abbiano nel loro archivio immagini del passato a tema “Neve” e “Inverno”. Per ciò l’Associazione chiede di contribuire a chiunque abbia immagini del genere: gli interessati possono contattare gli organizzatori e inviare i propri scatti ad amicicamarti@gmail.com.

Da quando è stata abitata stanzialmente e fino a poco più di mezzo secolo fa, la montagna ha rappresentato – salvo rarissime eccezioni – un contesto di vita dura, sussistenziale, priva di agi e ricca di problemi, nel quale la Natura l’ha sempre fatta da padrona. Eppure, tali condizioni difficili hanno pure contribuito a elaborare culture, saperi, cognizioni e consapevolezze che non solo hanno consentito all’uomo di vivere in quota ma di farlo spesso in equilibrata armonia con l’ambiente naturale – al netto di quelli che emigravano per lavorare altrove ma quasi sempre, durante o dopo la vita lavorativa, tornavano alle loro montagne.

Poi è arrivata l’industrializzazione, il primo turismo, quindi – con il tragico intervallo di due conflitti mondiali – il boom economico e quel turismo, diventato di massa, è salito sui monti a far vacanza, portandovi un’economia improvvisa e florida che ha svoltato la vita di molti montanari. Ma lo ha fatto sia in bene che in male, cioè consentendo a molti di loro un benessere impensabile ma pure alienandoli dalla loro storia, dalla cultura e dai saperi che arricchivano la loro stanzialità abitativa in quota e corrompendo la relazione culturale e antropologica che li legava alle loro montagne, le quali per questo, nel frattempo, venivano sempre più turistificate e sfruttate, soprattutto dall’industria monoculturale dello sci.

[Un’altra veduta dei campi da sci di Valcava nel 1963. Immagine tratta da qui.]
Quindi, con un’ennesima svolta nel corso della storia, è arrivata la crisi climatica con le sue drammatiche conseguenze in costante divenire: in tanti luoghi lo sci è diventato insostenibile, tanto climaticamente quanto economicamente e comunque non più in grado di garantire il benessere di prima. Non solo: ove si tenti di preservarne il business a suon di soldi pubblici, si ottiene soprattutto un ulteriore degrado ambientale e sociale. I dati demografici delle località sciistiche, anche quelle apparentemente ancora floride, lo dimostrano bene: dalla montagna si fugge come se non più di prima del turismo di massa e della sua invero illusoria ricchezza, e gli indici strutturali rimarcano la grave crisi demografica, dunque pure economica e sociale, che sta attraversando la montagna italiana. Ciò, nonostante le terre alte rappresentino in potenza il miglior laboratorio di innovazione sociale e di resilienza climatica che abbiamo a disposizione: infatti si assiste da qualche anno a dinamiche di restanza e a un crescente movimento di ritorno, ma si tratta ancora di numeri bassi e, anche per questo, di fenomeni pressoché ignorati dalla politica che se ne guarda bene dal sostenerli concretamente.

Posta tale situazione, e visti i citati cambiamenti in atto sia nel clima che nelle dinamiche socioeconomiche, diventa sempre più importante chiedersi: come possiamo tornare ad abitare la montagna in modo responsabile? Il turismo è sempre dannoso per i nostri territori montani, oppure può diventarvi solidale? Hanno senso i progetti di valorizzazione delle zone sciistiche in un paese che chiude, anno dopo anno, i propri impianti sciistici, o le ingenti risorse pubbliche investite sarebbero da spendere in modi più consoni alla realtà attuale e ai bisogni delle comunità di montagna?

[Il Grande Albergo del Pertüs, sopra Carenno, nei primi anni del Novecento.]
Potrebbe anche essere che qualche buona risposta a queste domande possa scaturire proprio dalle azioni che i nostri avi svolgevano sui monti in inverno, quando di neve ne cadeva a metri dall’autunno fino alla primavera inoltrata: azioni che affrontavano i cicli della Natura senza volerli modificare ma, in un certo senso, assecondandoli nel rispetto della loro dominanza oltre che dei paesaggi nei quali si viveva. Una dominanza che tutt’oggi nemmeno noi Sapiens iper tecnologici sappiamo realmente (e fortunatamente) contrastare.

Vi aspettiamo dunque a Carenno, domenica 12 aprile, per un viaggio affascinante fatto di immagini, narrazioni, considerazioni e riflessioni sulla realtà della montagna contemporanea e su chiunque come noi ci viva e la frequenti con autentica passione e consapevole sensibilità. E rinnovo l’invito a contribuire con le vostre immagini, se ne avete, alla mostra: inviatele a amicicamarti@gmail.com. Grazie di cuore a tutti!

Come siamo messi con la neve, sulle montagne italiane?

[Planpincieux, 1550 m, poco sopra Courmayeur (Valle d’Aosta), lo scorso 16 febbraio. Immagine tratta da www.facebook.com/MeteoVda.]
Per certi versi quello in corso sembrerebbe – almeno in molte zone – un inverno “normale”, con neve, freddo e tutto il resto di tipico della stagione. E lo è, in effetti, ma soprattutto perché in molti degli anni scorsi un inverno propriamente detto non c’è stato e la normalità stagionale non si è potuta proprio constatare.

In ogni caso la migliore fotografia della neve sulle montagne italiane la fornisce al solito la prestigiosa Fondazione Cima, che da tempo porta avanti il monitoraggio costante dei dati d’innevamento sui monti italiani anche al fine di poter stimare le risorse idriche che saranno disponibili nei mesi primaverili ed estivi. Il dato fondamentale al riguardo è lo Snow Water Equivalent (SWE), o “equivalente idrico nivale”, una misura che rappresenta la quantità di acqua derivabile dalla neve qualora venisse completamente fusa. Si calcola moltiplicando lo spessore del manto nevoso per la sua densità e si esprime in millimetri d’acqua equivalente, oppure in kg/m2.

L’ultimo aggiornamento al riguardo della Fondazione Cima è del 15 febbraio, e nelle seguenti infografiche – che ovviamente ho ricavato dal sito web della Fondazione – viene rappresentata la situazione di fatto. Come vedete, in generale sulle montagne italiane, nonostante le frequenti nevicate registrate in molte zone, manca poco meno di un quarto della neve rispetto alla media pluriennale:

Questa la situazione in dati percentuali nelle varie fasce altimetriche di Alpi e Appennini:

I bacini idrografici, che raccolgono le acque di fusione della neve sulle montagne, sono tutti in deficit eccetto quello del Brenta in Veneto e del Simeto in Sicilia:

Più in dettaglio ecco l’andamento in alcuni dei principali bacini idrografici negli ultimi tre mesi; la situazione sta migliorando eccetto che nel bacino del Tevere:

Infine, le anomalie di temperatura rispetto alla media pluriennale, che nei mesi recenti afferenti la stagione tardo autunnale e invernale (quando in montagna si scia o si dovrebbe sciare, in pratica) sono stati -0.43° a novembre, +1.51° a dicembre, +0.19° a gennaio, dunque con un aumento medio di +0.42° sui tre mesi:

Nel sito web della Fondazione Cima trovate l’aggiornamento completo con tutti i relativi approfondimenti.

“Oltre la Vetta” è un podcast bello e importante, da non perdere

Oltre la vetta” è un podcast che dovete assolutamente vedere/ascoltare.
Ve lo dico da subito, sperando così che vogliate seguire questo mio spassionato ma fervido consiglio: il podcast lo merita senza alcun dubbio.

Lo dico anche da subito perché “Oltre la Vetta” nasce all’interno dell’omonimo progetto del Club Alpino Italiano per dissertare e riflettere apertamente di ciò che nella montagna, e nella vita, resta spesso taciuto: il dolore della perdita, il trauma, la paura, la fragilità. Ovvero, in origine, la morte, quella che ha portato via molti alpinisti pur valenti e bellissime persone lasciando senza la loro presenza i rispettivi famigliari, con il loro lutto – o i lutti dacché hanno molte forme, forse una per ciascuno di noi – e con la necessità di elaborare i modi, diversi e personali, in cui si può imparare a convivere con essi.

Ideato (come il progetto di partenza), scritto e condotto magistralmente dall’amica Sofia Farina, con i suoni e le musiche originali di Giorgio Tidei e la grafica di Stefano Gaio, “Oltre la Vetta” ospita in ogni episodio compagni di cordata, familiari, alpinisti che hanno subito la perdita di un proprio caro o di un amico e raccontano la personale esplorazione del dolore e la sua elaborazione, diversa per ogni persona appunto e altrettanto variamente, ineluttabilmente complessa ma essenziale per chi resta con il compito di restituire dignità alla fragilità, mostrando che dal dolore possono nascere nuovi significati, relazioni e forme di cura reciproca. In tal senso ogni episodio apre uno spazio di ascolto e di riflessione su un tema che nella cultura di montagna, e nella società più ampia, resta spesso (quasi sempre nella società) un tabù nonostante sia parte integrante e inalienabile della vita di tutti.

Riflessioni che dalle conversazioni dei vari episodi, tutte peculiari e interessanti proprio per i motivi suddetti, emergono in abbondanza e coinvolgono chi assiste al podcast anche grazie al tono confidenziale ma non per questo meno profondo e sensibile con il quale Sofia dialoga con gli ospiti. Tra quelle più ricorrenti, d’altro canto fondamentale da elaborare e considerare, è quella che concerne la necessaria ricerca di un senso alla fatalità e al conseguente dolore. Come detto, la morte è parte ineludibile della vita, e se la vita deve avere un senso per noi creature intelligenti e senzienti, deve averlo anche la morte, anche quando essa, per ciò che determina, appare l’evento più tragicamente insensato e inspiegabile che si debba affrontare, soprattutto se conseguenza di circostanze imprevedibili come gli incidenti in montagna che coinvolgono alpinisti assolutamente esperti, assennati e preparati. Persone che sui monti trovano e provano – come la gran parte degli appassionati che li frequenta – sensazioni di gioia, di libertà, di appagamento, di felicità profonda, ovvero qualcosa di formalmente antitetico al dolore e alla morte. Eppure, come detto, un senso lo deve pur avere anche la morte e non può essere quello, legittimo e consolatorio tanto quanto artificioso e a volte mistificatorio, che ad esempio le religioni forniscono. Al quale chiunque è libero di affidarsi, ma non più di ciò che noi, personalmente, possiamo e dobbiamo saper elaborare e comprendere, per quanto sia possibile, proprio per rendere veramente compiuto il senso della nostra vita e la nostra presenza viva nel mondo.

Insomma, lo ribadisco: “Oltre la vetta” è un podcast assolutamente da seguire, qualcosa alla quale assistere non può che far bene, alla mente, al cuore e all’anima.