“Le” Parole – 1, CULTURA

Parole fondamentali, dal significato certo e prezioso ma, forse, dalla reale cognizione e comprensione vaga, vacua, fallace se non perduta. Definizioni tratte dal vocabolario Treccani che riproduco qui, per generare una riflessione sul loro senso, sulla nostra conoscenza e consapevolezza di esse, sulla loro presenza nel mondo in cui viviamo e nella nostra esistenza quotidiana.
La parola di oggi è:

Le parole - Cultura(Cliccate sull’immagine per leggere il testo completo.)

Ma noi, esseri umani del Terzo Millennio, abbiamo veramente cultura? Quando possiamo dire, di noi, di essere acculturati, di avere una cultura? La possediamo la “cultura” della cultura? E quando finiremo di confondere cultura con “istruzione”?

Magnanimità. Quantunque. Facezia.

astruso1Inopinatamente.
Obsolescenza.
Concupiscenza.
Crocchio.
Voluttà.
Arrovellarsi.
Mercede.
Marmaglia.
Ordunque.
Pindarico.
Inane.
Inetto.
Peripatetica.
Obnubilare.
Cupidigia.
Ameno.
Virente.
Dacché.
Avvenente.

E potrei andare avanti ancora per ore, se non giorni (ovvio, magari con l’aiuto d’un buon dizionario) a citare innumerevoli bellissime parole in lingua italiana che oggi non si usano più, o quasi.
Il problema, io credo, non è tanto quello dell’invasione di lemmi esteri, in qualche modo inevitabile e per certi aspetti anche comprensibile, semmai è che siamo noi i primi a lasciar impoverire la nostra lingua, a debilitarla eliminando da essa tantissime parole – molte delle quali affascinanti e capaci di dire molto, spesso più di quelle parole contemporanee che le hanno sostituite, logicamente o meno (sempre che ve ne siano in sostituzione!) – e a ridurla ad un corpus di poche parole, frequentemente vuote di senso semantico e di relativa espressività pratica e a volte usate a sproposito, con in più, infilati quei e là, termini stranieri a loro volta non di rado del tutto inutili. Inutile dirlo: non si tratta di continuare a parlare (e scrivere) come ai tempi di Manzoni o D’Annunzio, ma nemmeno di esprimerci come peggio non farebbe nemmeno un bambino di seconda elementare!
Di questo passo, non solo si perde la propria (identificante) ricchezza lessicale, ma di contro si smarrisce anche la comprensibilità linguistica reciproca. Provate a dire a una ragazza – ovviamente scrivo dal mio punto di vista maschile – “Sei molto avvenente!” o “Quanta voluttà mi susciti!” piuttosto che i soliti “bella f**a!” o altro del genere (scusate se uso questo esempio, ma lo faccio per restare ad un livello massimamente quotidiano del parlato comune), e rischierete non solo di non essere capiti, ma pure di beccarvi una sberla perché quella crederà che le avete detto chissà quale insulto.
Peccato. In fondo, basterebbe dire a quella ragazza “Sei una f**a voluttuosa!” per prendere due piccioni con una fava ed essere cool (eh eh!) senza diventare sempre più an-alfabeti. Cioè senza più un “alfabeto linguistico” identificante, appunto, caratterizzante e supportante al meglio qualsiasi nostra volontà espressiva.
Ah, a proposito: prendere due piccioni con una fava. Chi la usa più ‘sta espressione così simpatica e (apparentemente) strana?

P.S.: le parole che ho elencato lì sopra sono tra quelle che io, nelle cose che scrivo, cerco ancora – con orgoglio ostinato e forse un po’ ottuso – di utilizzare comunemente. A costo di essere considerato anacronistico, già.